UN
GIORNO AL
MINISTERO
Lunedì
12 marzo, presso il Ministero per le Politiche Giovanili e le Attività
Sportive, alla presenza del Ministro Melandri e del Presidente FIGC
Pancalli sono state convocate alcune organizzazioni di tifosi ed associazioni
per un'audizione.
Di seguito pubblichiamo l'intervento portato, a nome di Sport People
e dell'Associazione "Ragazzi di Stadio", dai nostri soci
e collaboratori Barbara Salamone e Valerio Poli.
"RAGAZZI
DI STADIO" è un'associazione culturale fondata nel 2003
con lo scopo di promuovere attività culturali, informative,
ricreative come argomenti principali lo sport e la passione sportiva.
Particolare attenzione è stata rivolta allo studio ed alla
divulgazione dei valori, dei linguaggi e delle vicende del mondo del
tifo organizzato, poiché riteniamo che vada valorizzata e fatta
conoscere all'opinione pubblica la sua funzione di aggregazione, di
elaborazione culturale, di creazione di luoghi e momenti di partecipazione
attiva.
Noi pensiamo, principalmente perché lo abbiamo vissuto o ancora
lo viviamo in prima persona, che indossare una sciarpa colorata e
sgolarsi per 90 minuti non siano sinonimo di pericolosità sociale
o addirittura delinquenza: ultras è anzittutto aggregazione,
socializzazione, impegno disinteressato, spirito e mentalità
non omologate ai (peggiori) valori dominanti nella società
attuale. O, per meglio dire, pensiamo che dovrebbe essere tutto questo,
ma sappiamo bene che anche all'interno del nostro mondo ci sono problemi
e contraddizioni aperti.
Le nostre energie sono state dedicate soprattutto alla realizzazione
di una rivista on-line settimanale, SPORT PEOPLE, mediante la quale
abbiamo cercato di rappresentare gli ultras per come sono e per come
ci piacciono, di raccontarne le vicende passate e di attualità,
affrontando anche argomenti impegnativi come repressione e calcio-business.
Il nostro punto di vista è certamente di parte, dunque diverso
da quello proposto dai grandi mass-media, ma sempre motivato e riscontrabile.
Non è un caso se, giusto per fare un esempio, il malaffare
dentro ed intorno al nostro calcio gli ultras non lo hanno scoperto
qualche mese fa, ma lo denunciavano da anni. Ma noi eravamo "brutti,
sporchi e cattivi" e le nostre denunce, al pari di quelle contro
un sistema repressivo al di fuori di ogni logica realmente democratica,
hanno sempre fatto poca strada, anche perché mal si conciliavano
con gli obiettivi di tutti quei soggetti (e sono tanti: dalle società
alle televisioni, dalle istituzioni sportive a quelle economiche,
e nemmeno la politica ne è immune) che hanno visto e vedono
nel calcio un mezzo come altri per fare affari, solo affari, sporchi
affari.
In questi anni abbiamo riscontrato un elevato interesse all'interno
del mondo del tifo, inversamente contrario a quanto, purtroppo, abbiamo
ottenuto a livello di istituzioni quando abbiamo cercato di organizzare
momenti di confronto, riflessione, dialogo, o anche semplicemente
abbiamo chiesto che venisse ascoltato un punto di vista diverso, certamente
più poliedrico e problematizzante dei soliti stereotipi "ultras=delinquente,
violento e rifiuto della società".
Eravamo invisibili o scomodi quando proponevamo questo?!
Oggi, dopo quello che è accaduto a Catania, siamo saliti, nostro
malgrado, al centro dell'attenzione. Oggi, nostro malgrado, sappiamo
che agli occhi dell'opinione pubblica il mondo di cui ci sentiamo
parte integrante, quello delle curve e degli ultras, è assimilato
ad una realtà criminale a tutti gli effetti.
Non ci stiamo.
E' vero, negli ultimi anni i contrasti sono diventati muri insormontabili
ma tutto questo anche perché la logica seguita, ha fatto del
controllo,della repressione e, spesso, dell'abuso,i suoi cavalli di
battaglia instaurando fra ultras e forze dell'ordine un progressivo
odio causa dei tanti, troppi feriti che ogni domenica si sono contati
nelle file dei sostenitori più accesi, ferite che si sarebbero
potute evitare se ci fosse stato un dialogo, uno scambio di idee proficuo
non solo nel giorno della partita ma durante tutto l'arco del campionato.
Per stemperare il clima occorrerebbe rivedere il criterio che inspira
la repressione, lo stesso criterio che permette a certa stampa di
dipingere l'ultras come il solito sottoacculturato, assetato di sangue
e violenza che la domenica crea il panico tra gli abitanti di questa
o quella cittadina. Quando poi si legge che la violenza è nei
campi di terza categoria, dove giocatori e dirigenti inseguono un
arbitro, magari appena maggiorenne, che non ha fischiato un rigore
grosso come una casa. La violenza è nei tornei giovanili dove
i genitori arrivano alle mani per dei ragazzini (pardon, futuri campioni,
alcuni fuoriclasse) che frequentano ancora la scuola dell'obbligo.
La violenza è negli studi televisivi dove si arriva ad offendere
un collega di lavoro perché ha un'idea diversa dalla tua. E
allora i violenti sono gli ultras o tutto il sistema calcio deve trovare
nuovi codici di comportamento? Nelle ultime settimane è stata
invocata
la sportività, bel termine sul quale tutti siamo d'accordo;
ma è sportivo il calciatore che crolla a terra rotolandosi
sul terreno di gioco come fosse stato colpito dal peggiore dei boxeur?
E' sportivo l'attaccante che a mezzo metro dal portiere in uscita,
si lascia cadere in area girandosi subito verso l'arbitro in attesa
del sacrosanto rigore? Sono esempi di sportività le risse sul
terreno di gioco a cui partecipano 10-15 atleti, panchinari compresi
(Champion's docet)? E' sportivo un dirigente che, a distanza di 24
ore, continua ad esternare la sua rabbia minacciando querele contro
il direttore di gara? E allora, se è tutto il sistema ad essere
malato, perché sul banco degli imputati si trovano solo gli
ultras, ingiustamente accusati di tutti le nefandezze del calcio italiano?
Consapevoli che in questa sede le intenzioni del tavolo di lavoro
sono quelle di conoscere e sviluppare le "buone "pratiche",
noi, come Associazione "Ragazzi di Stadio", non possiamo
rimanere indifferenti a tutto ciò che è accaduto ed
è stato prodotto sull'onda degli incidenti di Catania. La nostra
esperienza come associazione e come singoli elementi nasce, cresce
e si è rafforzata all'interno delle curve degli stadi italiani,
a diretto contatto con i gruppi ultras, talvolta all'interno degli
stessi come attivi protagonisti della vita del tifo. Dal nostro vissuto
e dal nostro modo di vedere e concepire il mondo del calcio, non ha
senso parlare di tifo se non in relazione con il mondo Ultras, cultura
che dagli anni Settanta ha catalizzato e raccolto la vita e le esperienze
di migliaia di giovani che si sono contraddistinti per la loro voglia
di protagonismo. Protagonismo autoregolamentato, un'esperienza che
sull'onda delle rivoluzioni culturali del 68 e del 77, ha dato a giovani
donne e giovani uomini la possibilità di libera espressione.
Il mondo ultras era ed è rimasto uno dei pochi momenti dove
adolescenti, giovani e meno giovani, riescono ad avere possibilità
di libera comunicazione attraverso canali inconsueti, cori, simboli,
e gesti ripetitivi riescono a trovare momento di aggregazione che
fa dell'amicizia e della passione punto cardine da cui si parte e
si arriva, in un continuo scambio reciproco che non evita mai lo stallo
ma fa della curva un cantiere in perenne movimento.
Per noi, criminalizzare e dunque tentare di annientare il mondo ultras
significa sminuire e depredare il calcio di una sua componente ma
soprattutto significa limitare, reprimere e vietare a migliaia di
giovani di poter continuare un ipotetico progetto iniziato da generazioni
passate, che li vede protagonisti attivi di un'esperienza unica e
irripetibile in qualsiasi altro ambito della vita. Proprio nella consapevolezza
di ciò, analizzando il nuovo decreto, ci siamo trovati di fronte
a norme che, nella loro impostazione ci sembrano fortemente limitative,
fortemente coercitive, senz'altro ben più radicali di ipotetiche
altre "norme speciali" a contrasto di crimini di tutt'altro
genere e pericolosità sociale. Norme che, più che per
migliorare la situazione degli stadi, sono indirizzate a far sparire
del tutto il mondo ultras dall'universo del calcio, non considerando
l'energia dirompente (ma non necessariamente violenta) ed aggregativa
che tale movimento riesce a sprigionare, non considerando di fatto
che si distruggerà una delle poche realtà create, gestite
e vissute a piene mani da parte dei giovani italiani.
Il risveglio dopo la drammatica serata di Catania ha certo trovato
tutti spaesati di fronte ad un evento sicuramente tragico che ha avuto
per protagonista un esponete delle forze dell'ordine. Dopo il giusto
tempo del lutto ma anche dell'inutile sensazionalismo mediatico, dei
salotti buoni pieni di tuttologi improvvisati che fanno di ogni evento
un vuoto momento di gazzarra, ci siamo trovati di fronte a nuove regole
concepite in pochi giorni e dettate sicuramente dall'emergenza contingente.
Il nuovo decreto all'articolo 1 comma 1 ripercorre le linee del già
vigente regolamento accelerando in modo inconsueto e forse troppo
azzardato, la messa in funzione di tornelli, gabbie e sale-controllo,
con il rischio di creare difficoltà soprattutto economiche
alle casse dei Comuni italiani proprietari della gran parte degli
impianti ed impossibilitati a trovar fondi nell'immediatezza di una
notte. Certo si possono obbligare le Società di calcio ma,
a parte i grandi club che comunque hanno da sempre preferito la gestione
comunale a quella privata, le piccole e medie società di calcio
troveranno le risorse per adeguarsi alle nuove norme non potendo ad
oggi, contare neppure sugli introiti della vendita biglietti? Come
si è già visto, per accelerare la riapertura degli impianti
si è fatto ricorso alle amministrazioni che si sono accollate
parte dei lavori per favorire, nell'accesso agli impianti, gli onesti
cittadini che avrebbero
voluto
seguire la propria squadra. Le nuove aperture agli abbonati e le nuove
deroghe concesse in casi straordinari vista la logistica di alcuni
impianti, non vanno forse contro le nuove norme che improvvisamente
si sono trovate inadeguate e soprattutto troppo dirette? Noi non discutiamo
l'utilità di tornelli e gabbie se sono concepiti come elementi
filtranti che impediscono l'ingresso allo stadio dei "portoghesi"
di turno ma certo non sono i tornelli ad essere la panacea di tutti
i mali e forse, proprio per questo, la loro introduzione poteva essere,
così come già prevista, graduale e meno improvvisata.
Ma il nuovo decreto introduce provvedimenti ben più consistenti
e di portata superiore che nella sostanza minano profondamente le
possibilità di movimento di una tifoseria e, nella fattispecie,
dimezzano e tranciano in modo irreversibile la possibilità
di espressione del mondo ultras. Ci riferiamo all'introduzione del
divieto di vendita dei biglietti in blocco alle società ospitate
cosi come previsto dall'articolo 1 comma 2.
Questo provvedimento limita la mobilità dei tifosi delle squadre
ospiti, impossibilitati ad acquistare i tagliandi del loro settore
direttamente nel proprio territorio urbano. Considerate le distanze
fra le varie città italiane rappresentanti le compagini di
calcio, la tifoseria ospite non ha la possibilità di ottenere
un biglietto in anticipo, e di più non ha neppure la possibilità
di muoversi verso la città ospitante in quanto senza tagliando
non si raggiunge lo stadio. Un gatto che si morde la coda
Inutile ricordare a tutti che il momento della trasferta tra organizzazione,
logistica e preparazione è uno dei cardini fondanti la vita
di un gruppo. È nella trasferta che legami amicali e relazioni
si condensano in emozioni, ricordi, esperienze delle quali parlare,
discutere fino allo sfinimento. Inutile ricordare come la trasferta,
analizzata anche da illustri sociologi italiani ed europei, rappresenti
un'esperienza atavica e simbolica densa e ricca di significati, nella
quale si definiscono ruoli e si rafforzano interdipendenze che fanno
di una singola persona un elemento di qualcosa più grande,
il gruppo, che aiuta a sviluppare le proprie attitudini e capacità.
Le nuove norme sono studiate per impedire tutto questo, rifugiandosi
sotto la difficile gestione del movimento dei tifosi, movimento ricordato
solo come momento per "ripetuti fenomeni di violenza" senza
mai, neppure lontanamente, pensare cosa significhi la trasferta per
il tifoso che decide di voler semplicemente seguire la propria squadra
in un'altra città per assicurare ai giocatore colore e calore
abbattendo il "fattore campo".
Le parole dal viceministro Minniti riportate nelle pagine del quotidiano
Il Manifesto il 7/03/07 ci lasciano sconcertati. Ritenere che la trasferta
sia solo un mero movimento di gente e numeri non dà ragione
ad anni, decenni, fin dagli albori del calcio, nei quali la trasferta
è stata per tutti, non solo ultras, momento significativo di
aiuto e sostegno ai propri colori. Basti pensare ai grandi movimenti
delle tifoserie delle compagini neopromosse, alle folle al seguito
di una squadra così detta provinciale che, improvvisamente,
si trova a dover giocare in uno dei templi del calcio, alla grande
forza che il pubblico può infondere alla propria squadra e
gli appelli dei vari presidenti e giocatori per aver pubblico al seguito
sono un esempio tangibile. Le nuove norme falsano in partenza l'ambiente
dello stadio costringendo la squadra ospite a non aver tifosi al seguito
o, nella condizione migliore, costringono i tifosi a grossi sacrifici
per trovare un tagliando disponibile magari ingrassando le laute tasche
dei gestori telematici. Tutto ciò non agevola certo il ritorno
delle famiglie allo stadio. Sono gli ultras che allontanano i nuclei
familiari oppure è prettamente un discorso economico? Siamo
sicuri che con gli attuali stipendi percepiti in Italia, con il lavoro
sempre più precario, il costo di quattro biglietti di curva,
o settore popolare, non incidano pesantemente sul budget familiare?
Facciamo un conto veloce: due biglietti ridotti, prezzo onestissimo
10 euro cadauno, e due interi, facciamo 15 euro (prezzo basso, provare
per credere), totale: 50 euro, per una partita di 90 minuti, magari
sotto la pioggia in un impianto iper-controllato ma poco funzionale.
Se si intraprende la strada segnata dal nuovo decreto a questi problemi
si sommerà la difficoltà di reperire un biglietto d'ingresso
sia per gli ultras che per le famiglie che troveranno naturale soluzione
alla loro passione , davanti alla mitica televisione che trasmette
dal lunedì alla domenica, a tutte le ore, ogni sorta di incontro
calcistico. Una vera manna per gli appassionati, a poche lire (pardon,
euro) si può vedere il meglio del meglio, senza aver accanto
il rompiscatole di turno, senza la persona
davanti
che si alza per esultare, senza la bandiera di quei "cattivoni"
degli ultras che ti ostacola la visuale per qualche secondo, senza
quella noiosa coreografia magari usata per spot televisivi, senza
poter discutere e magari litigare con il vicino, senza inveire contro
il "povero" assistente arbitrale che una volta si chiamava
guardalinee incapace di vedere un fuorigioco di 10-15 centimetri,
insomma, senza le emozioni che solo l'essere presente può dare.
Se da una parte proclami e dichiarazione d'intenti, mirano ad invogliare
le famiglie ad accorrere allo stadio, con la nuova normativa, di fatto,
si limita la possibilità di accedere agli impianti rendendo
problematica la ricerca del biglietto.
Inoltre, come ultima considerazione, non è meglio anche per
le forze dell'ordine avere già prima dell'inizio della vendita
dei biglietti, la possibilità di conoscere il numero esatto
di tagliandi disponibili, perché direttamente ceduti alla società
ospitata come avveniva in passato, così da seguirne direttamente
la vendita nelle città di riferimento e poter anche meglio
organizzare la logistica del trasporto tifosi e dei loro spostamenti?
Non è meglio avere sott'occhio la situazione essendo direttamente
presenti sul campo e conoscendo in anticipo le mosse e gli acquisti
dei biglietti da parte della tifoseria ospite, così da far
rientrare il problema trasferta in una questione che ogni questura
gestisce all'interno del proprio territorio? Con questo interrogativo,
che speriamo trovi risposta, auspichiamo una revisione del provvedimento
ed il ripristino della vendita tagliandi o tramite la società
ospite oppure predisponendo canali di vendita diretti, come tra l'altro
avveniva già in precedenza, nella città della squadra
ospitata, per agevolare l'acquisto dei tagliandi da parte dei tifosi
e meglio organizzare le trasferte nella certezza di avere presenti
un numero sicuro e certo di persone che muovono da una città
all'altra in gruppo e diretti tutti nello stesso settore dello stadio.
Un altro articolo del provvedimento ci pone di fronte ad una questione
a nostro avviso importante e che, così come posta, crea precedenti
che dovrebbero far drizzare le orecchie a tutti i cittadini. Si tratta
dell'introduzione, con tanto di dichiarazioni in pompa magna, delle
prescrizione dell'articolo 7-ter dove viene descritta e annunciata
la così detta "diffida preventiva". L'articolo chiama
tale procedimento "misure di prevenzione personale anche a persone
indiziate di
" ma nella fattispecie si tratta del classico
DASPO che può, da oggi, essere notificato anche a persone che
non sono riconosciute colpevoli di reato, ma solamente indiziate di
reati e quindi solo presupposti colpevoli. Nel nostro ordinamento
giuridico si è innocenti fino a che tre gradi diversi di giudizio
non hanno dimostrato il contrario, mentre l'introduzione di tale norma,
che basa un provvedimento restrittivo della libertà personale
solo sulla presenza di indizi e congetture, crea un precedente a nostro
avviso pericoloso se venisse applicato anche ad altri ambiti della
vita sociale.
Ora, ammesso che non è certo nelle intenzioni del legislatore
usare lo stadio come banco di prova per provvedimenti pilota, ci viene
il dubbio del perché introdurre tale norma: cosa hanno i reati
da stadio di così diverso ed incomprensibile rispetto a quelli
commessi in altri ambiti? La presupposizione, l'indizio non è
certo prova, e tutti sanno quanto, anche nella giustizia ordinaria,
un processo indiziario sia di difficile iter e spesso i gradi di giudizio
ribaltano le varie sentenze. Per altri reati, anche gravissimi, si
attende il terzo grado, per i reati da stadio basta la presupposizione
indiziaria: fanno davvero tanto paura i tifosi? Non crediamo, non
ce ne è ragione. Il DASPO ha già mietuto tante vittime
e negli scorsi anni molti di questi provvedimenti, dopo un ricorso
opportunamente presentato, si sono rivelati privi di fondamento così
da essere inficiati. La cosa ridicola ma grave è che l'iter
del ricorso ha sempre avuto la stessa durata della diffida, così
che il tifoso ha scontato il suo periodo di limitazione della libertà
nonostante poi venga riconosciuto estraneo ai fatti per i quali era
stato condannato.
La diffida, il gergo usato per indicare il DASPO, colpisce il tifoso
nella sua passione più grande e vieta l'ingresso allo stadio
dove gioca la squadra del cuore. Per non dire poi che la diffida,
accompagnata alla firma doppia durante primo e secondo tempo, fa si
che tutta la vita sociale del tifoso venga distorta. La doppia firma
ogni qualvolta che la squadra del cuore gioca, obbliga il tifoso ad
presentarsi nella questura di riferimento proprio per apporre un autografo
che segnali la sua non presenza allo stadio. Forse nelle intenzioni
del legislatore si voleva avere la certezza che il provvedimento venisse
applicato ma, per
converso,
non si è pensato al fatto che, il tifoso, già limitato
dal non poter avvicinarsi allo stadio, per tre anni è condizionato
nei propri movimenti di libero cittadino. Organizzare le vacanze,
decidere di andar a trovare un amico oppure una semplice cena fuori,
se coincide con una partita della propria squadra, divengono impegni
da declinare o programmare con lauto anticipo al fine di una comunicazione
alla questura che comunque deve verbalizzare e autorizzare. Oppure
una malattia, un impossibilità contingente o, e qui nascono
i veri problemi, un impegno, un turno di lavoro. Lo spezzatino che
il calcio-tv ci ha consegnato propone partite tutti i giorni e a tutte
le ore ed è facile che lavoro e calcio combacino. Pensate ad
un ragazzo o una ragazza che deve assentarsi dal lavoro per apporre
una firma in questura oppure che deve farsi fare dal proprio datore
un attestato di presenza, insomma non è certo un'agevolazione
nel precario mondo lavorativo attuale. Se a tutti i disagi che già
il DASPO comporta, si aggiunge anche la nuova normativa che lascia
di fatto ai funzionari di pubblica sicurezza la possibilità
e la discrezionalità di segnalare e notificare al tifoso solo
su indizi (NON PROVE) una diffida viene da se che la situazione si
complica ulteriormente lasciando sempre aperto il capitolo della presupposizione
di colpevolezza, già labile in precedenza. Indizio, circostanza,
presunzione hanno davvero lo stesso orientamento che guida da sempre
il nostro stato le cui norme giuridiche si sono sempre mosse lungo
le linee del garantismo?
Se si facesse valere per tutti la norma della presupposizione e del
semplice indizio per giudicare colpevole una persona, la libertà
personale diverrebbe un optional veramente di lusso, le carceri si
riempirebbero, inficiando l'indulto, e magari si svuoterebbe anche
il nostro amato Parlamento che fra onorevoli e senatori inquisiti,
indagati e magari già colpiti da sentenza sfavorevole, non
godrebbe certo di buona sorte. Sulla base di queste considerazioni
chiediamo che sia rivisto l'articolo 7-ter del decreto al fine di
dare nuovo orientamento al provvedimento del DASPO, per ricondurre
i reati da stadio al pari degli altri e far vigere per le sanzioni
e norme lo stesso spirito che identifica le leggi promulgati per altri
reati, perché solo chi è colpevole e riconosciuto tale,
sia sanzionato e solo ai colpevoli vengano inflitte pene e limitazioni
della libertà e non a discrezione e solo su elementi indiziari
o presupposizioni più o meno improvvisate.
Contestiamo dunque senza mezzi termini la volontà di perseguire
un'intera categoria sociale a prescindere dalle responsabilità
individuali e chiudiamo questa nostra contestazione ai contenuti del
nuovo Decreto chiedendo ai nostri parlamentari come si sarebbero sentiti
se, negli anni di piombo, la loro militanza, quand'anche un pochino
agitata, fosse stata equiparata alle pistolettate ed alle bombe che
hanno insanguinato il nostro Paese
Di più: non crediamo che aggiungere repressione a repressione
risolverà il problema della violenza dentro e fuori gli stadi.
Possibile che ancora oggi nessuno (o quasi) si interroghi sul fatto
che la repressione scientifica, spesso illegittima ed incostituzionale
di questi ultimi 15 anni altro non ha fatto che alzare un muro di
odio tra gli ultras (che pagano in quanto tali, a prescindere dalle
loro eventuali cattive azioni) e lo Stato, rappresentato fisicamente
dalle Forze dell'Ordine? Ma non ci avevano garantito, volta per volta,
che le varie (cinque!!!) leggi speciali emanate avrebbero definitivamente
risolto il problema del tifo violento? E allora che risultati hanno
dato l'abolizione dei treni speciali, le diffide, il divieto di accendere
un fumogeno, il biglietto nominale, la legge sugli striscioni violenti?!
Perché non capire che a quella strada, cieca eppure percorsa
sempre oltre, occorreva sostituire altri metodi, a cominciare dal
dialogo e dall'ascolto del mondo del tifo?
Gli Ultras hanno indubbiamente tante colpe, noi stiamo con quegli
Ultras che riconoscono certi errori, si sono assunti le proprie responsabilità
ed oggi sono pronti ad assumersene di nuove per evitare che, davvero,
non si ripeta più nulla di tanto grave. Con loro vogliamo combattere
la violenza sconsiderata perchè amiamo questo sport e la sua
forza di aggregazione. Siamo pronti, da Ultras e con gli Ultras, a
pagare anche oltre le nostre colpe, ma passare come il Male Assoluto
non solo del mondo del calcio ma dell'intera società italiana,
ebbene ce ne passa
Fermarsi è stato giusto, ma il baraccone già riparte
e le bastonate alla fine arrivano sempre ai soliti, maledetti ed indifendibili
ultras. I Presidenti starnazzano per ricominciare come se nulla fosse,
come se il problema non li riguardasse: del resto a quanti di loro
fa persino comodo non avere più gli ultras tra i piedi, gli
stessi ultras che magari hanno avversato e contestato (cosa ben diversa
dal ricattare) certe loro pratiche speculative
Inutile dire che i primi a pagare saranno proprio i ragazzi che si
prendono più responsabilità nelle curve e nei gruppi,
i ragazzi che in questi anni non hanno accettato in silenzio gli abusi
(e quanti!) immotivati da parte delle Forze dell'Ordine ed il malaffare,
quelli che "disturbavano i manovratori" del calcio italiano,
e che manovratori: Carraro, Moggi, Matarrese
dobbiamo continuare?!
Ops, ma di cosa ci lamentiamo
siamo o non siamo Campioni del
Mondo?!
Invitiamo tutti, in primo luogo i nostri politici, così attenti
a tranquillizzare l'ondata di moral panic, a fare molta attenzione,
perché queste nuove norme, oltre che essere ingiuste per i
motivi già esposti, rischiano di elevare all'ennesima potenza
la violenza.
Certamente una larga parte di Ultras, proprio perché cervelli
pensanti, donne e uomini veri, si chiamerà fuori dalla "guerra
totale": anche questo vorrà dire avere mentalità.
Ma ci saranno frange, più o meno manovrate, più o meno
controllabili, che avranno campo aperto per le loro azioni delinquenziali:
spazzato via il folclore delle bandiere ed i canti della curva, verrà
avanti la logica della coltellata a tutti i costi, della bomba carta,
della bottiglia molotov e forse anche peggio. Questo perché,
una volta debellati i gruppi ultras organizzati, vigerà l'anomia
ed ognuno si accaparrerà il diritto di far ciò che crede
meglio, ignorando quella regolamentazione non scritta,ma conosciuta,che
invoca al rispetto e alla lealtà e che ha evitato, o magari
cercato di evitare, la degenerazione di alcune azioni.
Noi non chiediamo, non abbiamo mai chiesto, impunità: chiediamo
giustizia. Pene anche più dure per chi approfitta dello stadio
per compiere dei reati, ma che vengano scontate dopo un normale processo:
basta con i DASPO a tradimento, no a quelli preventivi.
Torniamo a chiedere alle Istituzioni di interrogarsi seriamente sul
fatto che le curve rappresentano da quasi quarant'anni un luogo ed
un momento di aggregazione per decine di migliaia di ragazzi e ragazze
che qui, e non più altrove (partiti, oratori, ecc.), hanno
trovato e trovano stimoli e possibilità di crescita, partecipazione,
socialità. Se si vogliono davvero evitare nuove tragedie, senza
distinzione di colori e di divise, è necessario ripartire da
qui, dalle forze positive, talvolta forse troppo esuberanti, che sprigiona
il mondo ultras.
Pensare invece che si voglia cancellare con la forza una storia lunga
trent'anni ci provoca una tristezza ed una rabbia immense, e ci chiediamo
che senso possa avere, almeno per noi "Ragazzi di Stadio"
parlare di "buone prassi" in un, nemmeno troppo ipotetico,
stadio in cui all'ultras viene di fatto negata l'agibilità
a priori.