ESTRANEI
ALLA MASSA
Estranei alla Massa dura più o meno come una partita di calcio,
ma le scene allo stadio occupano poco, pochissimo tempo. Lo stretto
indispensabile, o forse anche meno: qualche minuto all'inizio e qualche
altro alla fine del film.
Eppure lo stadio, la partita, il tifo restano ovviamente sempre presenti,
nella testa di chi guarda e ascolta: impossibile altrimenti, considerato
che i protagonisti sono alcuni ragazzi dei Fedayn Napoli. E' bene
comunque non definirli attori, perché le immagini sono in presa
diretta: nessun copione da mettere in scena ma al più un canovaccio
di domande e spunti che il regista utilizza per stimolarne il racconto.
E la chiacchiera infatti scivola naturale, come se la telecamera non
esistesse, accompagnandoli nella vita che ciascuno di loro conduce
quotidianamente, tra lavoro, famiglia, amici.
Molto simile in questo allo storico "Ragazzi di stadio",
realizzato a Torino da Daniele Segre sul finire degli anni Settanta,
l'opera di Vincenzo Marra più che un'indagine sugli ultras
ci è sembrata soprattutto capace di raccontare un pezzo di
città e di gioventù napoletana. Certo, il filo conduttore
resta quello della biografia tifosa di ciascuno, ma non è semplice
capire se quell'essere "Estraneo alla massa" sia la conseguenza
della comune militanza nei Fedayn, o se piuttosto è il gruppo
stesso ad avere
assimilato le caratteristiche di un manipolo di ragazzi che, chissà
come e perché, si sono trovati sintonizzati sulla stessa lunghezza
d'onda.
Né forse sarebbe stato possibile realizzarlo, oggi, in una
realtà che non fosse quella di Napoli, metropoli non metropolitana,
epicentro di energia, cuore che pulsa nonostante tutto e tutti: il
lavoro che non c'è, la camorra, le periferie degradate, le
promesse dei politici di turno, la squadra sprofondata
in serie B
Non aspettatevi quindi sermoni sulla mentalità ultras o racconti
di epiche battaglie, piuttosto gustatevi, fuor di stereotipo e lungi
dalla facile ironia, il ritmo di una città che ti obbliga a
lottare per sopravvivere ma che, al contempo, garantisce una dose
di calore umano fuori dal comune.
Recuperare questa umanità, questo spirito ed orgoglio di appartenenza
non guasterebbe anche dentro i nostri stadi.
A cura di Lele Viganò
da Sport People n°3 del 14 novembre 2003