Sembrerebbe una barzelletta  Se non fosse una brutta storia che si ripete, al punto di essere diventata ormai consuetudine. Non solo romana, sia chiaro, ma che nella Capitale trova un certo agio.

Piovono ancora multe sulle teste dei tifosi romanisti. L’ultima, in ordine cronologico, è quella comminata ad alcuni ragazzi del gruppo Fedayn, rei – durante l’ultima gara contro l’Atalanta – di aver esposto uno striscione non autorizzato. Il pericoloso contenuto? “Fedayn no surrender” (I Fedayn non si arrendono) .

Come in occasione delle barriere e delle multe ai lanciacori va fatta la dovuta premessa: la regola esiste e può essere applicata dalla Questura di Roma. La domanda, tuttavia, resta sempre la stessa: perché questo accanimento nei confronti del tifo organizzato giallorosso, allorquando l’Olimpico è stato ormai trasformato in vero e proprio bunker, dove da anni non accadono più episodi di violenza?

Perché sembra trasparire l’intenzione di seminare comunque zizzania e provocazione in seno alla Curva Sud? Perché ci sono determinati giornali e determinati giornalisti che amano sprecare il loro inchiostro per montare casi o inventare bugie di sana pianta pur di destabilizzare il lavoro fatto dal tifo organizzato negli ultimi anni?

Questi non aspettano altro che il primo incidente, la prima dichiarazione autoritaria delle istituzioni per farsi forti ed ergersi a paladini di un non meglio specificato (o richiesto) tribunale del popolo. Che poi il popolo, ovviamente, lo vorrebbe morto.

Un sistema che lentamente ha messo il bavaglio agli ultras e non solo. Ben prima del codice di gradimento. Se qualcuno prova ad esprimere dissenso, magari esponendo uno striscione contro la società, rischia di trovarsi invischiato in ritorsioni o pene esemplari. Con la stessa attenzione prestata a un delinquente di media o grande entità. Non a caso ormai i messaggi più “duri” vengono esposti in giro per le città e difficilmente in curva

Così salassare ragazzotti spesso disoccupati è un gioco da ragazzi. Probabilmente anche un piacere per qualcuno. Non c’è equilibrio o logica belle scelte. C’è invece la volontà di colpire in maniera arbitraria, indebolire e se possibile distruggere tutto quello che è aggregazione. E in un contesto come quello romano, il tifo è l’ultimo baluardo di tutto ciò.

È arrivato il momento che la politica calcistica, club in testa, chiedano e spingano per una seria revisione dei regolamenti d’uso dei nostri stadi. Dettami che, anche grazie ad obbrobiosi marchingegni giuridici come il Decreto Amato, possono portare addirittura al Daspo in occasione della seconda violazione. Una vera e propria follia  che ancora una volta evidenzia lo status di cavie da laboratorio cui sono sottoposti i tifosi in Italia.

Nel Paese che fa morale, ma che morale non ha, si rischia una diffida per aver esposto un innocuo striscione di incitamento alla squadra o al proprio gruppo. Si disegnano i tifosi come beceri propagandisti di odio e disagio,ma chi attua queste scelte cosa è?

Non si veda Roma come un esempio da seguire per i palchetti istallati. Per ogni pedana sembra esserci una sanzione in più da comminare. Un po’ come per il celebre Protocollo d’Intesa: da un lato ti toglie la tessera del tifoso, dall’altro ti mette il codice di gradimento.

Ma chi volete prendere in giro?

Fortunatamente la mia città ha le spalle larghe e, con tutti i suoi difetti, ha pure qualche pregio. La multa di Mario Rossi è anche la multa di Luca Bianchi. Anche se non si conoscono. Sono certo che pure stavolta nessuno rimarrà solo e il danno sarà solo di immagine per chi continua a inventare e forzare balzelli e vessazioni vergognose e infami.

E sapete che c’è? Siccome io al Quadraro ci sono nato e cresciuto, non posso che rafforzare il concetto: Fedayn never surrender!

Simone Meloni