Che in tutto ciò possano essere coinvolti degli stessi ultras del Borussia, nazisti che siano o antifascisti in cerca di vendette, è letteralmente assurdo. Passi che la pista islamica è stata messa sotto traccia per l’inconsistenza di prove a carico, ma che “l’attenzione degli investigatori si concentra di nuovo sulla pista nera che conduce ai gruppi neonazisti incistati tra gli ultras del Borussia” quando “l’esplosivo di provenienza militare e le deflagrazioni simultanee rafforzano l’idea del coinvolgimento di professionisti ben addestrati” sono due contraddizioni in essere.

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La caccia al terrorista di Dortmund ricomincia da zero, proprio come l’inchiesta giudiziaria inciampata in un clamoroso buco nell’acqua. «Le indagini non hanno evidenziato prove del legame tra l’iracheno arrestato mercoledì a Wuppertal e l’attentato al bus del Borussia». Così la procura federale smonta l’ipotesi formulata (da sé stessa) 12 ore prima e ammette il fallimento del primo tentativo di risolvere il caso. Ora la «pista islamica» appare solo «possibile».

Abdul Beset A., 26 anni, in Germania come rifugiato dal 2016, è vicino all’Isis ma con le bombe al pullman Bvb non c’entra nulla. Anche se resta accusato di «far parte di un’organizzazione terroristica straniera». Un errore grave: è la seconda scivolata dei magistrati tedeschi nelle indagini sugli attentati dopo la strage di Berlino, senza contare che il placet è giunto direttamente dalla portavoce della Corte di Karlsruhe Frauke Köhler. Di fatto aveva ragione Ralf Jäger, ministro dell’interno del Nordreno-Vestfalia, poco disposto a escludere le altre ipotesi in campo, perfino dopo l’arresto dell’iracheno.

Soggetto comunque pericoloso. Tre anni fa Abdul Beset ha guidato un unità militare del Califfato in Iraq e nel 2015 ha stretto contatti con i salafiti in Turchia e Germania. Ieri, però, è comparso davanti al giudice solo per rispondere della pianificazione di reati gravi ma comuni: omicidio, sequestro, furto e rapina.

Crolla anche l’impalcatura di indizi contro il secondo sospettato, 28 anni, di nazionalità tedesca e origine libanese; anche nel suo caso è esclusa la connessione con l’attentato. Era stato fermato per un controllo martedì dalla polizia che ha poi perquisito il suo appartamento. Dopo l’attacco al pullman un agente ha ricordato di aver visto nel suo alloggio, il logo dell’hotel prenotato dal Borussia.

I due comunque restano sotto il cono di luce dei magistrati. Già da settimane Abdul Beset era sotto controllo con l’ipotesi che stesse preparando «atti di violenza sovversiva». Le conversazioni telefoniche intercettate i giorni precedenti l’attentato di Dortmund restituiscono l’inquietante messaggio dell’avvenuta preparazione di un ordigno. Da qui il blitz negli appartamenti dei sospettati e l’arresto dell’iracheno.
Da oggi però l’attenzione degli investigatori si concentra di nuovo sulla pista nera che conduce ai gruppi neonazisti incistati tra gli ultras del Borussia, in particolare alle fazioni Northside e 0231 Riot espulse dallo stadio di Dortmund dal presidente Hans-Joachim Watzke, poi minacciato di morte. Ma l’esplosivo di provenienza militare utilizzato per colpire il bus e le deflagrazioni simultanee rafforzano l’idea del coinvolgimento di professionisti ben addestrati.

Sembra invece scartata l’ipotesi di una vendetta di frange antifasciste e anarchiche: la rivendicazione sul web per la procura federale presenta «forti dubbi sull’autenticità». Altrettanto incredibile appare la lettera ritrovata vicino al luogo dell’esplosione inneggiante ad Allah. Zeppa di errori grammaticali con riferimenti alla base area di Ramstein e all’attentatore di Berlino ma nessun vero richiamo all’Isis.
Intanto a Dortmund monta la polemica per i giocatori del Borussia «costretti a giocare» il match recuperato il giorno dopo l’attentato: «Decisione disumana: ci hanno avvertito via sms», accusa l’allenatore Thomas Tuchel.