| Basta far le vittime |
|
|
|
| Venerdì 19 Novembre 2010 15:00 |
|
La lettura del precedente articolo de "Il Giornale" mi ha provocato l'ennesimo moto di indignazione al che, questa volta, non ho resistito dalla tentazione di scrivere all'autore, Tony Damascelli, cercando di smontare un po' di pregiudizi e falsi miti. Fatica vana, molto probabilmente, ma restando a far da bersagli mobili dell'opinione pubblica non credo si guadagni molto di più. Basta far le vittime, certe volte bisogna pur farsi sentire. (MF)
Gentile signor Damascelli, sono Matteo Falcone, dirigo un giornale che si occupa di tifosi e frequento attivamente il mondo del tifo da 14 anni.
Sicuramente quello del razzismo è un problema serio, ne convengo, ma non è con il moralismo che si ottiene moralità, men che meno additando le colpe ad una sola parte della società, quella composta dai tifosi, e facendo spallucce di fronte al razzismo di tutti i giorni del resto della società, al razzismo delle Istituzioni, al razzismo sociale, al razzismo di alcuni nostri esponenti politici che al massimo viene accolto con un sorriso e giustificandolo come fosse solo una boutade. Sconfiggere il razzismo è una questione culturale, prima di tutto, ragion per cui l'unico modo per insegnare la tolleranza è insegnando la "conoscenza" (mi permetta il gioco di parole) al fine di permetterne l'accettazione dell'altro, del diverso. Il diverso, se vogliamo porla a tutto tondo la questione, in questo caso è anche l'ultras, ed i pregiudizi, i giudizi sommari, il forcaiolismo esasperato da un garantismo troppo prudente in altre circostanze, non aiutano certo la comprensione di questo fenomeno e non fanno altro che ghettizzarlo e fomentarlo nelle sue aberrazioni e nei suoi estremismi. Men che meno viene utile, in tal senso, alzare i soliti vessilli del luogo comune: in Francia ci sono parecchi problemi di integrazione, specie in città come Parigi e Lione dove si sono avuti più di un problema a sfondo razzista, tanto nel tifo quanto nelle banlieue; nel "modello" Inghilterra, solo l'anno scorso, sono morti due tifosi allo stadio, cosa che ovviamente ci si premura sempre di non dire troppo in giro per non sfatare questo falso mito. Tanto per rimanere in Inghilterra, è assolutamente falso che non ci siano mai stati hooligan di colore, basti solo pensare al più "famoso" (famoso perché poi ha scritto parecchi libri, ha fatto lo sceneggiatore per il cinema e anche l'attore) Cass Pennant dell'"Inter City Firm" del West Ham o alla "Zulu Army" del Birmingham o i "Cool Cats" di Manchester, formazioni con una larga componente di giovani di colore che già negli anni '70 popolavano le "terraces" inglesi. Pensi, tanto per rimanere in tema di razzismo, che questi giovani di colore erano così integrati che non era raro vederli unirsi a bande di giovani bianchi nella caccia agli immigrati pakistani, ondata migrante successiva a quella dei neri delle colonie britanniche. Mi scusi se le posso sembrare irriverente, non è mio scopo, vorrei solo che il "problema" tifosi, quello del razzismo, quello della violenza, con tutti gli annessi e connessi che vogliamo aggiungere, sia trattato con conoscenza dell'argomento: se proprio si vuole sconfiggere razzismo e violenza, se si vuole fare questa "rivoluzione culturale", allora dovremmo avere appunto "cultura" di e su questi temi, non aizzando il fuoco della caccia alle streghe, eleggere "folks devils" per eccitare le masse e distrarle da altri e pari storture politiche e sociali che però si finisce sempre per accettare, giustificare. La fine del razzismo, la fine della violenza, inizia dalla promozione dell'uguaglianza, sia essa anche uguaglianza di trattamento e di rispetto (anche giuridico) verso tutte le componenti civili e sociali. Trattarle con le pinze della sufficienza, guardandole sempre e comunque con la puzza al naso, non le spoglia certo dei panni delle vittime, e quando si ha addosso un solo vestito, spesso il gesto estremo e violento è l'unica arma di rivolta che resta.
Dovremmo imparare a capire di più e condannare di meno, disse una volta Irvine Welsh. Il compito di un giornalista dovrebbe avere questo come caposaldo e non cavalcare le tigri delle emozioni popolari che non fanno che aggiungere incomprensioni ad incomprensioni, rabbia ad altra rabbia, violenza ad altra violenza. Trent'anni di questo tipo di approccio al mondo degli ultras, sia dal punto di vista sociale che politico, non ha prodotto altro che la reiterazione degli stessi comportamenti che ancora oggi si perpetuano. Non me ne voglia per il rammarico così manifesto, ma da "giornalista" che segue e conosce questo mondo molto da vicino e ne riscontra anche parecchi valori positivi è frustrante leggere sempre la stessa ridda di frasi fotocopia su tutti i giornali, tranello in cui spesso cadono anche personalità giornalistiche di una certa levatura e di una certa esperienza come lei. Senza rancore, la saluto distintamente. Matteo Falcone. |







