Il più grande limite del cosiddetto “daspo di gruppo” è che crea effetti molto più deleteri delle degenerazioni che vorrebbe arginare. Le responsabilità individuali non possono essere messe a carico collettivo. E men che meno è logico derogare a certi principi costituzionali e di garanzia solo per arginare dei “folk devil”, quella che la società considera come “feccia”: è con questi distinguo che s’è poi aperto il campo al daspo di piazza prima e al daspo urbano poi. A considerare i diritti soggettivamente e non oggettivamente, presto son destinati a diventare beni di lusso a solo vantaggio dei più danarosi. 

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Il Tar del Lazio ha sospeso il Daspo, il divieto di accedere a stadi e impianti sportivi, della durata di un anno che era stato emesso nei confronti di trentatré tifosi milanisti a seguito dell’assalto di un locale nel quartiere Prati a Roma al termine della finale di Coppa Italia contro la Juve allo stadio Olimpico, il 22 maggio dello scorso anno. I 33 ultrà rossoneri, assistiti dal legale Jacopo Cappetta, hanno presentato istanza cautelare di sospensione del provvedimento emesso dalla Questura di Roma a seguito degli scontri e il Tar l’ha accolta. Sul merito del ricorso contro i provvedimenti, invece, dovrà decidere sempre il Tar dopo un’udienza fissata per il 21 novembre, in cui si discuterà anche l’istanza presentata da un’altra decina di tifosi sottoposti a Daspo per cinque anni. I tifosi, che viaggiavano a bordo di tre pullman, erano stati identificati dalla polizia e 71 di loro erano stati denunciati e sottoposti a Daspo. Tra i tifosi presenti agli scontri quella sera anche K. P., 19enne arrestato e indagato per tentato omicidio per il ferimento di due clienti del bar, accoltellati e trasportati in ospedale in gravi condizioni.