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NO AL CENTRO
COMMERCIALE RENATO CURI
di Ingrifati Perugia
Renato Curi
infatti era un giocatore deceduto durante una partita di calcio,
in una giornata che nessun perugino scorderà facilmente perché
costituisce un pezzo della storia della città.
Dopo l'evento tragico fu una decisione naturale quella di intitolare
lo stadio pubblico di Perugia con il nome dello sfortunato giocatore.
Da quel momento di acqua sotto i ponti né è passata,
lo stadio da nuovo che era è diventato un po' acciaccato,
per cui una ristrutturazione si rendeva e si rende necessaria.
La società del A.C. Perugia pensò che forse era venuto
il momento di fare una proposta di ristrutturazione dell'impianto,
una proposta di stadio che potremmo definire all'inglese, non si
parlava di privatizzazione ma di concessione di uno spazio pubblico
per circa 70 anni ad un privato
Oltre a ciò, lo stesso concetto di stadio subiva una sostanziale
modifica, non si parlava più di una semplice copertura, ma
di spazi da destinare a centri commerciali, palestre, multisale,
e, in un futuro più o meno prossimo perché non farci
un McDonald?
Il progetto almeno inizialmente prevedeva anche zone per i tifosi,
poi visto che la nuova legge impone alle società di non avere
rapporti con gli ultras anche quelle zone sono state tolte.
Fin da subito una parte dei tifosi di Perugia (Associazione Afro
Grifo e gli Ingrifati) si sono mossi contro quella che ritenevano
essere l'inizio della fine degli ultras contestando l'idea di stadio
commerciale, la prima puntata logicamente è stata l'idea
dello striscione, poi i tifosi hanno pensato bene di non rimanere
isolati in questa battaglia e di coinvolgere in un comitato altri
soggetti, gli ambulanti, gli abitanti dei quartieri vicini allo
stadio, i pensionati che si aggregavano vicino lo stadio durante
la settimana, ecc. ecc.
Ma anche questo era poco, il comitato infatti riteneva che la ristrutturazione
di una zona pubblica della città fosse necessaria, ma esso
si batteva chiaramente con quel tipo d'intervento che trasformava
il tifoso da soggetto partecipante ed attivo in un soggetto passivo,
ovvero in un consumatore tout court. Il comitato insieme ad AFRO
GRIFO organizzò un incontro denominato "Uno stadio mille
idee" al quale parteciparono la UISP, l'associazione Oria D'aria
dell'Arci che si occupa di carcere, le unità di strada che
si occupano di tossicodipendenza, un consorzio di cooperative che
si occupano d'intervento sociale.
In questo incontro si gettarono le basi per organizzare un altro
concetto di stadio, molto più popolare e legato al territorio,
in cui si sarebbero potuti svolgere mercati e in cui si sarebbero
potuti ottenere degli spazi da dare agli abitanti dei quartieri
vicini, e perché no all'intera città.
La considerazione che emerse fu la creazione di un luogo in cui
tutti i bisogni fossero soddisfatti, dai cittadini che non guardano
il calcio ma magari mandano il figlio alla sala prove dentro lo
stadio, agli ultras che non vivono lo stadio durante la settimana
ma che lo sentono loro la domenica. Insomma nel convegno si pensò
ad uno stadio pensato in forma dinamica, "uno scrigno in cui
ognuno poteva trovare qualcosa e di cui nessuno custodiva le chiavi".
Il timore espresso dagli ultras era abbastanza chiaro, "uno
stadio pensato come luogo di consumo impone a noi un comportamento
che non ci appartiene", emerse la preoccupazione poi rivelatasi
fondata che gli ultras cominciavano a diventare scomodi rispetto
al riassetto economico che il calcio stava subendo. Gli ultras (che
si definivano "soggetto sociale perdente") erano destinati,
se non avessero cambiato strategia e comportamento o a diventare
una S.P.A del tifo completamente inserita nella gestione dei futuri
stadi commerciali o un esercito di diffidati che avrebbero trascorso
le domeniche a fare firme in questura.
Fortunatamente ed incredibilmente (per ora) la strategia usata a
Perugia di spezzare le rappresentazioni sociali, ovvero di non far
vedere gli ultras sempre come "scemi", ha funzionato,
il progetto è stato fortemente ridimensionato dal comune
provocando il ritiro stesso della famiglia Gaucci, proprietaria
dell'A.C. Perugia.
Perugia rappresenta senza dubbio la prima concreta risposta messa
in campo dai tifosi di uno stadio contro le politiche di privatizzazione
che sfruttano la demonizzazione del fenomeno ultrà. Essa
senza dubbio può e deve essere ripresa anche in altri stadi,
per ora però, al di là dei colori delle sciarpe, diamo
il giusto riconoscimento a chi ha fermato il calcio McDonald.
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