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Il Post

Ne parlano come al solito molto e male i giornali. Da “Il Post” una delle poche ricostruzioni minuziose e equidistanti. Che quando si parla di Juventus o di ultras l’equidistanza è sempre un bene di lusso. L’inchiesta mirava più clamorosamente a dimostrare rapporti tra Juventus e ‘ndrangheta e – almeno per ora – il tentativo è stato un tonfo nell’acqua. La Juventus (e la Procura che aveva chiesto 30 mesi di inibizione a fronte dei 12 comminati) ha intenzione di fare appello per cui la sentenza non è da ritenersi definitiva e potrebbe essere riscritta. Ad oggi tutto si è “ridimensionato” ad illeciti nella gestione dei rapporti con la tifoseria organizzata: sarebbero infatti stati ceduti alla stessa biglietti in maniera indebita (non possono infatti essere ceduti più di 4 biglietti a persona), poi rivenduti a prezzo maggiorato. Tutto questo in cambio della garanzia di una pax sociale all’interno dello stadio. Vedremo come andrà a finire…

 

Lunedì 25 settembre il Tribunale Federale Nazionale della FIGC ha inibito per 12 mesi il presidente della Juventus Andrea Agnelli per avere violato gli articoli 1bis (lealtà sportiva) e 12 (rapporti con i tifosi) del codice di giustizia sportiva. La sentenza – alla quale sia Agnelli che la procura hanno intenzione di fare appello, e che quindi potrebbe cambiare nel secondo grado – arriva al termine di una lunga e discussa inchiesta sui rapporti tra la dirigenza della Juventus e i gruppi della tifoseria organizzata sulla vendita dei biglietti. In breve, il TFN ha accertato che la Juventus ha avuto rapporti con gli ultras vendendo con modalità irregolari e per un lungo periodo lotti di biglietti per garantire l’ordine pubblico nello Juventus Stadium. I biglietti erano poi venduti con pratiche di bagarinaggio dagli ultras: secondo la sentenza la Juventus sapeva di queste pratiche, pur non avendo avuto un ruolo diretto. Dell’inchiesta si è parlato però molto soprattutto perché l’accusa sosteneva che Agnelli e altri dirigenti della Juventus sapessero che gli ultras con cui avevano rapporti erano ‘ndranghetisti: questa tesi è stata smentita dal TFN, che di fatto ha smontato una parte centrale dell’accusa.

Cosa ha accertato la sentenza del TFN, e cosa ha smentito
La tesi dell’accusa era sostenuta dal procuratore della FIGC all’Antimafia Giuseppe Pecoraro, che ha condotto l’indagine. Negli scorsi mesi – si è iniziato a parlare della vicenda lo scorso marzo – Pecoraro è stato però estesamente criticato per la sua gestione dell’indagine. In diverse occasioni, infatti, i giornali hanno pubblicato virgolettati di intercettazioni imprecisi, attribuiti alle persone sbagliate e estrapolati dal loro contesto, con il risultato che si sono sviluppate e sono state discusse teorie che non avevano fondamento, e che alimentavano sospetti che sono stati successivamente smentiti dal TFN. La Juventus aveva infatti rifiutato il patteggiamento proposto da Pecoraro, dicendo di voler andare a processo.

La sentenza del TFN, infatti, accerta che la Juventus ha intrattenuto rapporti con i gruppi ultras, vendendo loro biglietti «oltre il limite normativo», cioè di quattro a persona. Secondo la sentenza, questo comportamento della Juventus è andato avanti almeno per cinque stagioni (tra quella 2011/2012 e 2015/2016), e si inseriva in una strategia della società per «ricucire i rapporti con gli ultras e ad addolcire ogni confronto con i Club, al punto da favorire concretamente ed espressamente le continue richieste di agevolazioni così da rendersi disponibili a scendere a patti pur di non urtare la suscettibilità dei tifosi, il cui livore avrebbe comportato multe e sanzioni alla Juventus». Questo comportamento viola l’articolo 12 del codice di giustizia sportiva, che dice che per le società è vietato «contribuire, con interventi finanziari o con altre utilità, alla costituzione e al mantenimento di gruppi, organizzati e non, di propri sostenitori, salvo quanto previsto dalla legislazione statale vigente».

La Juventus aveva ammesso questo reato nella sua difesa, sostenendo però che Agnelli non sapesse nulla e che la responsabilità fosse di Francesco Calvo, all’epoca direttore commerciale della Juventus, di Stefano Merulla, responsabile del ticket office, e di Alessandro Nicola D’Angelo, security manager, le altre tre persone condannate ieri dal TFN. Nella difesa, Merulla e D’Angelo dicevano di averlo fatto «con ragioni di ordine pubblico che imponevano un dialogo maggiormente acquiescente da parte della dirigenza nei confronti della tifoseria», e spiegavano di avere informazioni sulla possibile operazione di bagarinaggio ma di non averci avuto niente a che fare.

Il TFN ha smentito la difesa di Agnelli, stabilendo che il presidente della Juventus non potesse non sapere, e che «abbia agevolato e, in qualche modo avallato o comunque non impedito» questo comportamento. A sostegno di questa tesi, il TFN cita il fatto che i biglietti venduti in questo modo sono stati tanti e per molto tempo, che Calvo non avesse una delega formale che ne specificasse queste responsabilità, e soprattutto che lo stesso Agnelli abbia incontrato personalmente membri della tifoseria organizzata.

Su quest’ultimo punto si sono sviluppate, per via delle intercettazioni fatte trapelare da chi conduceva l’indagine, le teorie poi smentite dal TFN. L’accusa sosteneva infatti che Agnelli sapesse che alcuni tifosi con cui la Juventus trattava fossero membri della ‘ndrangheta. Nello specifico l’accusa si riferiva a Rocco Dominello, esponente del tifo organizzato juventino coinvolto in una recente inchiesta giudiziaria per via dei suoi presunti rapporti con la cosca Pesce-Bellocco. Pecoraro, secondo i giornali, aveva parlato in una sessione secretata della Commissione antimafia di un’intercettazione nella quale Agnelli di fatto sembrava ammettere di sapere che Dominello era legato alla ‘ndrangheta: si era però poi scoperto che non era Agnelli a parlare al telefono, e che le reali parole pronunciate erano diverse. Pecoraro aveva detto che la sua era stata «un’interpretazione».

Il TFN ha stabilito che Agnelli incontrò Dominello, ma che fu una frequentazione «sporadica ma soprattutto inconsapevole con riferimento alla conoscenza del presunto ruolo malavitoso dei soggetti citati». Agnelli, secondo il TFN, era «completamente ignaro in merito alla peculiarità illecita del personaggio Rocco Dominello, presentatosi ai suoi occhi come deferente tifoso, ma non già come soggetto incline alla pericolosità sociale». Il TFN ha detto che la notizia che Dominello era coinvolto in un’inchiesta per criminalità organizzata venne fuori dopo la frequentazione con i dirigenti della Juventus, e che «non appena appresa la notizia connessa allo status malavitoso, ogni contatto ebbe immediato termine». La parte dell’indagine sulla “Juventus e la ‘ndrangheta”, quindi, è stata smontata dal TFN.

La parte confermata, invece, è quella che riguarda i rapporti tra dirigenti e ultras: è un tema molto attuale e controverso del calcio, non solo italiano, e riguarda quasi tutte le società. Il tema è il potere di ricatto dei gruppi ultras, che con i loro comportamenti allo stadio possono dare enormi problemi alle società: multe, partite a porte chiuse e danni di immagine, per esempio, con le relative ripercussioni economiche. L’influenza degli ultras sulle decisioni delle società, e l’eccessiva conseguente tolleranza nei loro confronti delle dirigenze sportive, è considerato uno dei problemi più gravi del calcio italiano: nel caso della Juventus, è stato accertato che questa tolleranza è sconfinata in un comportamento che va contro la giustizia sportiva.

Nell’accusa si sosteneva anche che Agnelli avesse acconsentito, in occasione di un derby contro il Torino del 23 febbraio 2014, all’introduzione nello stadio di uno zaino con “materiale pirotecnico vietato”, per tenersi buoni gli ultras. Il TFN ha stabilito che lo zaino fu fatto entrare, ma che Agnelli non ne sapesse niente: anche perché dopo Agnelli telefonò a D’Angelo, arrabbiandosi per quello che era successo.

Il tribunale ha respinto la richiesta della procura di far disputare alla Juventus due partite a porte chiuse, e ha specificato nella sentenza che la procura non aveva giustificato le ragioni dietro la richiesta di una pena più alta per Agnelli (due anni e sei mesi) rispetto agli altri imputati, nonostante la condotta contestata fosse la stessa.

Cosa succede adesso ad Andrea Agnelli
Concretamente, per Agnelli l’inibizione significa che non potrà rappresentare la Juventus «in attività rilevanti per l’ordinamento sportivo nazionale e internazionale». Non potrà inoltre entrare negli spogliatoi in corrispondenza delle partite, nemmeno nei locali vicini, e nemmeno nelle amichevoli organizzate dalla FIGC. Non potrà infine partecipare a incontri con tesserati della FIGC, cioè con i calciatori che giocano in Italia, né con agenti di calciatori. Agnelli resterà presidente della Juventus ma non potrà fare concretamente molte delle cose che faceva finora, e che quindi dovrà delegare a qualcun altro. Il TFN ha stabilito che potrà rimanere presidente dell’European Club Association (ECA), un’organizzazione che rappresenta i club di calcio europei, carica per la quale è stato eletto a inizio settembre. Allo stesso modo potrà continuare a fare parte dell’esecutivo della FIFA.

Insieme ad Agnelli sono stati condannati anche Calvo, Merulla e D’Angelo: tutti a 20mila euro di multa, i primi due a un anno di inibizione, il terzo a un anno e tre mesi. La Juventus è stata poi multata per 300mila euro.