Enorme sventola, in mezzo ad altre cento, la bandiera con la fragola.

Era da poco passata la metà di settembre, passeggiavamo insieme lungo una delle strade principali della città. Eravamo diretti verso il Marakana di Belgrado. C’era il sole, le macchine non correvano e sembrava che tutto nella capitale serba ruotasse intorno a noi. I caseggiati si susseguivano uno dopo l’altro, mostrando fieri la loro fede calcistica. C’è un’omogeneità che non ti aspetteresti e la percepisci dai murales: attraversi una strada e sono tutti bianchi e neri, fai duecento metri e diventano tutti bianchi e rossi. Ogni tanto qualche scarabocchio bianco e blu, ma più per deturpare che per segnare davvero un’appartenenza.

Venivamo proprio dallo stadio dei bianco e blu, dell’OFK, l’Omladinski fudbalski klub Beograd, il club che fu grande prima della Seconda Guerra mondiale. L’unico o quasi che la attraversò senza trovarsi annullato o sconvolto. Di sicuro però dal 1946 in poi non fu più lo stesso: erano nati due scomodi concorrenti alla fine del conflitto, due squadre che avrebbero rubato la scena a tutti e che mai più avrebbero fatto risplendere il destino dell’OFK.

Stavamo camminando sul Juzni Bulevar, e Belgrado non era mai stata così luminosa, sembrava bianca, rendendo onore al suo nome, Città Bianca. Era uno di quei momenti in cui ti sembra che la città si mostri davvero per quello che è, senza sovrastrutture, senza ammiccamenti turistici, senza nessun segnale. Belgrado ci svelava i suoi segreti e ci accompagnava verso lo stadio della Stella Rossa.

Parlavamo di calcio, di storia, di Serbia. Mi facevo tradurre ogni piccola scritta, mi lanciavo in una lettura da prima elementare dell’alfabeto cirillico. Poi mi ritrovai davanti a qualcosa che davvero non capivo e le chiesi di spiegarmelo.

Se guardi verso la curva nord del nostro stadio, vedrai che fra le tante bandiere ce n’è una uguale a questo murales. E’ per un ragazzo che non c’è più, si chiamava Marko Ivkovic, ma per tutti era Jagoda, Fragola, appunto“.

Lo so che Fragola non sembra un nome da ultras o da tifoso della Stella Rossa che si copre il viso e va a fare gli scontri in giro per l’Europa, ma Marko veniva da Jagodina, 150 chilometri a sud di Belgrado. Il soprannome arrivava da lì.

Ti stai chiedendo come è morto? Tu lo sai vero che la Stella è una polisportiva? E i nostri tifosi sostengono tutte le squadre pallacanestro, pallanuoto e naturalmente il calcio. Era il 2014, fine novembre, si giocava una partita del girone di Eurolega, fra Galatasaray e Stella Rossa a Istanbul. Una grossa fetta dei nostri tifosi non era riuscita ad entrare e venne a contatto con quelli del Gala. La polizia intervenne per dividerli ma qualcuno tirò fuori un coltello e ferì Marko. Morì in ospedale dopo diverse ore di agonia. Aveva 25 anni.

Questa ovviamente è solo una ricostruzione, io non c’ero. Ho letto tanto e qualcuno me l’ha raccontato, ma è sempre difficile capire cosa succede in questi casi. La curva adesso sventola la bandiera con la fragola e quella con il volto di Marko. E’ più di un simbolo. Hai letto Ivo Andric, lo sai cosa significa qua da noi se vieni ucciso da un turco. La carica allegorica di quella morte va ben al di là del fatto in sé. Siamo ortodossi contro musulmani, siamo occidente contro oriente, siamo l’ultimo baluardo di fronte alla barbarie che arriva da est. E’ Knez Lazar Hrebeljanović che muore a Kosovo Polje, nella Piana dei Merli, il giorno di San Vito, per mano dell’esercito di Murad I, imperatore Ottomano”.

Senza accorgersene avevamo percorso quasi tutta la strada che ci divideva dal Rajko Mitic, che adesso si stagliava di fronte a noi. Il sole era ancora alto, Belgrado era splendida e noi ci incamminammo verso un bar.

Gianni Galleri