Il caso che ha riguardato il Celta ha fatto parlare diverse testate, sportive e non, fra i tanti articoli abbiamo scelto questo di “Barbadillo.it” perché più prossimo alla visione dei fatti dei tifosi da stadio: fin dalla prima ora, a difesa appunto della cultura popolare del tifo, si è sempre sostenuto che le politiche delle leghe e delle società orientate solo supinamente ai voleri delle tv, avrebbero finito per estinguere il tifo da stadio. L’effetto collaterale di questa deriva, facilmente prevedibile, annunciato dagli ultras e snobbato dai padroni del calcio, è che con gli stadi sempre più vuoti anche il calcio in sé diventava sempre meno affascinante nella sua atmosfera e perciò meno rivendibile.

Il Celta Vigo fa intorno ai 17mila spettatori. Un nucleo di tifosi e appassionati che farebbe l’invidia di mezza Serie A. Eppure, per la storica società galiziana s’è vista appioppare una maxi multa. Il motivo? Poca gente allo stadio.

Se già sembra demenziale la causa della sanzione, fa sbellicare la ragione profonda che presiede alla norma imposta dalla Liga alle formazioni spagnole. Se gli spalti non sono pieni, almeno per il 70% della capienza dichiarata, in tivvù l’effetto è brutto. E le televisioni che hanno comprato i diritti per rivenderli all’estero non possono vendere un prodotto così, spoglio e privo di passione.

Da un certo punto di vista, per la bistrattatissima cultura ultras, questo è un segnale di vittoria. Si son resi conto tutti che gli spettatori sono parte integrante dello spettacolo (e dello sport) calcio e che inquadrare i sediolini vuoti è roba che fa più tristezza che altro.

C’è però da sottolineare anche un altro aspetto della vicenda. La nouvelle vague vuole che gli stadi diventino dei teatri, frequentati da spettatori – spesso occasionali – con famiglie al seguito, che decidano di passare al campo tutta la giornata. Cosa che va bene per le grandi squadre, non certo per le piccole che di appeal ne hanno molto meno.

C’è pure da dire che la trasformazione dei campionati nazionali – a ogni latitudine d’Europa – in una sorta di tornei locali a maggior gloria dei più possidenti club non incentiva i tifosi occasionali da stadio a gremire i campi delle piccole. La Liga ne è il simbolo più cristallino. Real Madrid, Barça e negli ultimi anni la capatosteria di Simeone ci ha regalato la grandeur ritrovata dell’Atletico. Che senso ha per il calciofilo medio abituato a scorazzare sui canali della tv a pagamento, spendere centinaia di euro per sperare in una rocambolesca salvezza dal vivo quando, con esborso minore, puoi goderti in HD le gesta dei grandi campioni che lottano per i più alti traguardi?

L’occasionale, il tifoso che diventa “cliente” è così. E non sembra poi tanto giusto che a pagare siano le società piccole, beffate – come il Celta – da norme federali dettate dai potenti lobbisti delle tv.

In Italia, mezza Serie A non li fa 17mila spettatori. Non parliamo di riempire il 70% delle gradinate. Follia: la flessione di tifosi da “campo” rimbalza, come una palla magica lanciata in una stanza vuota, in stadi che in teoria sono immensi. La Juve ci riesce, ma il suo “Stadium” può ospitare fino a 41mila spettatori, a differenza del “vecchio” Delle Alpi che invece ne dichiarava poco più di 67mila.

E le norme sulla sicurezza hanno trasformato in deserto interi settori degli stadi italiani. Che per ironia della sorte (dato che si tratta di aree di contenimento attorno alle curve ospiti) compaiono sempre e comunque, tristi e vuote, nei reportage e nei servizi calcistici in tv.

L’Udinese ha ovviato al problema. Nell’ammodernamento dello stadio Friuli (che si chiama Dacia Stadium, per ragioni di sponsor) sono stati istallati i sediolini colorati. Così, anche se i bianconeri si trovassero a giocare nel deserto, per le telecamere l’effetto sarebbe sempre quello di spalti gremiti. La soluzione vera, però, sarebbe riportare la gente, stufa di assistere a uno show, a innamorarsi di uno sport, allo stadio.