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Calcio di inizio sabato: 16 le squadre partecipanti, grandi assenti l’Egitto, il Camerun di Eto’o, la Nigeria e il Sudafrica. E intanto la formazione libica, non più comandata da Saadi Gheddafi sogna la finale del 12 febbraio
Alzare la Coppa d’Africa al 90 ° minuto della finale, il 12 febbraio, sarebbe un miracolo, un sogno per i calciatori libici. Non sono più comandati dalla follia di Saadi Gheddafi, figlio del raìs sopravvissuto alla Seria A italiana e alla guerra, ma neppure possono contare sulle cure da Ct di Claudio Gentile, nato a Tripoli, che prima della cattura di Gheddafi senior aveva alimentato il sogno. Ne restano pochi di sogni a questa Coppa d’Africa, che ritorna per la prima volta – ospitata dai poverissimi Stati di Gabon e Guinea Equatoriale – dopo la Primavera araba che ha rivoluzionato l’assetto geopolitico della parte Nord del continente e con un Sudan, in gara, orfano del Sud dopo una guerra sanguinosa e la secessione.
Ritorna non in grande stile, con una sola super-stella pronta al fischio d’inizio, quel Didier Drogba che ora nel Chelsea non riesce più a brillare, ma che, assieme a Yaya Touré, dovrebbe portare la sua Costa d’Avorio, favorita, a una vittoria monca, perché non si sono qualificate le squadre di maggior blasone: l’Egitto, appunto, il Camerun di Eto’o, la Nigeria e il Sudafrica. Grande assente quindi, l’Egitto, che fu di Mubarak, mentre ogni tanto piazza Tahrir si riempie ancora per protestare contro i militari al potere. C’è però la Tunisia del post-Ben Alì, accreditata tra le favorite alla vittoria finale. Ma questa Coppa d’Africa, l’ultima che verrà disputata in anni pari (per non sovrapporla più ai Mondiali), parlerà anche cinese. La cinesizzazione di questa parte d’Africa è in atto e, appena s’intravede il petrolio, come in Gabon, appunto, Pechino non tarda ad arrivare.
Il nuovo stadio di Libre-ville, capitale del Gabon, è stato costruito con i 370 milioni di dollari arrivati dal governo di Hu Jintao (per il nuovo Juventus Stadium a Torino hanno speso poco più di 100 milioni). Denaro, quello di Pechino, per un impianto da 40 mila posti, modernissimo, realizzato in 22 mesi proprio da una ditta cinese (con tanto di operai della grande madre patria Cina al seguito, impegnati nella realizzazione dell’arena del pallone d’Africa): la Shanghai Construction. Non a caso, intitolato “stadio dell’amicizia cino-gabonese”. All’inaugurazione dello scorso 15 novembre, celebrata con l’amichevole Gabon-Brasile, era presente anche l’ambasciatore cinese. Presenza di riguardo, al varo dello stadio che il 12 febbraio ospiterà la finale della Coppa d’Africa. Peccato, però, che all’inizio della partita inaugurale ci sia stato un black-out di un quarto d’ora. La gara è poi ripresa, ma a Libreville l’hanno vista in pochi.
Interi quartieri, come la zona universitaria, sono rimasti al buio, rendendo inutili i maxi-schermi disseminati per la città. Un contrattempo che ha il sapore del contrappasso: quasi che la sorte volesse ricordare al Gabon che certi lussi non sono sostenibili. Da Libreville però dipingono la Coppa come un volano per l’economia nazionale. Grazie ai lavori di preparazione del torneo, il pil del Paese è cresciuto del 4, 2 % nel 2011, mentre per il 2012 si prevede un + 4, 8 %. Un’impennata che, sempre secondo fonti locali, è dovuta al piano quinquennale del governo: previsti investimenti in infrastrutture per 9 miliardi di dollari. Bilanci da capogiro, mentre in Europa le agenzie di scommesse seminano quote e previsioni sul torneo. Per la Snai, la favorita è la Costa d’Avorio di Drogba, quotata a 2, 5. Seguono il Ghana, orfano del milanista Boateng (ha lasciato la Nazionale per dedicarsi solo ai rossoneri) a 5, e il Senegal a 7. Ma c’è più d’uno che punta sul Mali, quotato a 10 assieme alla Tunisia.
di Giampiero Calapà e Luca De Carolis
[Fonte: Il Fatto Quotidiano]
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