Le recenti vicende delle tifoserie calcistiche in Ucraina raccontano di un progressivo adeguamento degli ultrà alle evoluzioni politiche e militari del paese. Il punto di partenza è rappresentato da una città e da una data: Kharkiv, Ucraina centro-orientale, 15 settembre 2013. A margine della partita tra Metalist Kharkiv e Dinamo Kiev si verificano scontri tra le due tifoserie. Nell’occasione i tifosi di casa sono spalleggiati dai russi dello Spartak Mosca. Ecco il primo mito da sfatare: sino a pochi anni fa le dinamiche ultrà non impedivano amicizie trasversali, anche tra russi e ucraini.

Tutto cambia da novembre 2013: sale il termometro della protesta politica, che trova il suo culmine a Kiev nel febbraio 2014. I giorni più cruenti, quelli degli oltre cento morti, sono di poco preceduti da un evento significativo: il 13 febbraio 2014 più di trenta gruppi ultrà siglano una tregua nel nome della comune appartenenza al “popolo ucraino”. Il documento è sottoscritto dalla quasi totalità delle tifoserie della Prem’er Liha. I firmatari della tregua pattuiscono l’abbandono di ogni forma di reciproca aggressione, fisica e persino verbale, decidendo di convogliare ogni sforzo contro il governo filo-russo di Janukovyč. La componente ultrà rappresenterà così una delle principali forze d’urto negli scontri di Maidan Nezalezhnosti(piazza dell’Indipendenza).

Nel febbraio 2014 anche gli ultrà dell’est del paese (tra cui quelli dello Shakhtar Donetsk) e della Crimea si uniformano alle posizioni allora anti-governative e anti-russe. Considerando che il movimento ultrà ucraino fa presa soprattutto tra i giovanissimi, le spiegazioni di tale posizione unitaria sono molteplici: anzitutto la frattura generazionale, per cui i ragazzi ucraini nati dopo il crollo dell’URSS sono per lo più indifferenti al passato sovietico, ma anche l’avversione, endemica al mondo ultrà, alle istituzioni e alle forze di polizia. A ovest come a est.

L’esito della rivoluzione del 2014 amplifica l’evidenza dei rapporti tra ultrà e politica, non soltanto circoscritti agli scenari di guerra (tra i combattenti nel Donbas è consistente la presenza di giovani ultrà) ma estesi anche ai luoghi del potere, nazionale e locale. A Leopoli, città storicamente filo-occidentale, forte è la connessione tra il partito di estrema destra Svoboda e gli ultrà del Karpaty, tra i più numerosi e radicali del paese.

Ma torniamo a Kharkiv, da dove si era partiti. La città è inizialmente lambita dalla guerra, che però non vi attecchisce; eppure è con il contributo del Sect 82gruppo ultrà di estrema destra del Metalist, tacciato anche di propensioni nazistoidi – che a fine febbraio 2014 si costituisce l’entità che darà poi vita al Battaglione Azov, un reparto militare volontario, dotato anche di un corpo civile, che tuttora partecipa in varie forme alla latente guerra nel Donbas, ovviamente sul versante nazionalista ucraino.

L’adesione ad Azov non è una prerogativa soltanto degli ultrà di Kharkiv ma si diffonde tra le tifoserie del paese: lo dimostra l’esposizione di vessilli del battaglione Azov in molti stadi, anche tra gli ultrà della Dinamo Kiev che nel 2013 erano stati aggrediti proprio dai tifosi del Metalist, allora appoggiati dai russi.

Ecco che il cerchio si chiude. La tregua è stata sin qui rispettata: ha prevalso un’uniformazione ideologica che coniuga le rivendicazioni identitarie, da sempre care agli ultrà, e il declino delle rivalità sportive tradizionali. Si è così aperta una pagina nuova, che potrebbe costituire una mera parentesi indotta dalle contingenze politico-militari oppure l’anticipazione di dinamiche destinate a imprimere una svolta definitiva ai rapporti tra calcio, tifo e politica in Ucraina.