Qualche errore di fondo ma ragionamento di base che regge: di portare la bandiera di questo o quell’altro squallido movimento politico, gliene frega bellamente un po’ a tutti, mentre è in forte ascesa il sentimento di avversione generalizzato contro tutto ciò che è “sistema”, dalle autorità politiche a chi attua i loro avidi intenti con la democrazia del manganello. Per non parlare dei media, quelli che dovrebbero essere il “cane da guardia” della democrazia ed invece sono nulla più che l’addomesticato fido che porta le pantofole al padrone.

napoli@marsiglia13-14E così il Viminale aggiorna di nuovo la specialissima mappa del tifo politicizzato. In un articolo apparso suRepubblica il coordinatore delle “Squadre tifoserie” di tutte le Digos d’Italia, Carlo Ambra, descrive la situazione: nel Paese si contano 388 gruppi ultras, per un totale di oltre 41mila militanti; di tutte queste sigle, solo 69 (meno del 20%) risultano essere nettamente politicizzate. Segue un’ulteriore distinzione per colore politico: ci sono 45 “firm” di estrema destra, 15 di estrema sinistra e 9 in cui convivono i due orientamenti. Presi così, i dati direbbero che la politicizzazione delle curve è un ricordo. Un’incidenza di scarsi 70 su quasi 400 è bassissima. Ancora più nel dettaglio, il vicequestore aggiunto Ucigos interpellato da Repubblica censisce per la serie A appena 25 gruppi ultras politicizzati. Tanto per intenderci, nelle curve delle città metropolitane ci sono da un minimo di 3 fino a 15 sigle diverse. Quel totale di 25 può essere dunque raggiunto mettendo assieme giusto Inter, Atalanta, Juve, Lazio e Livorno. Gli ultimi dei mohicani.

Ma la statistica del Viminale è calibrata su una classificazione molto “classica”, per così dire: destra/sinistra, croce celtica/falce e martello. E certo che non gliene importa più a nessuno, in curva, di cose simili. Al massimo sopravvivono un’appartenenza di destra tra gli juventini, i Boys interisti o, dall’altra parte, la tradizione rossa atalantina. Residuati più folcloristici che identitari. La verità è che le curve diventano invece sempre più un soggetto politico anomalo. Hanno obiettivi diversi da quelli delle “rivoluzioni” sessantottarde (anche i ragazzi di destra all’epoca avevano una loro idea di rivoluzione). I cosiddetti ultras sono una forza sociale antisistema. Sono pesantemente critici rispetto alla piega iper-affaristica che il calcio ha assunto. Ma sono nemici soprattutto di una cosa: di un  “sistema” più generale, politico quindi, che nega le identità e che tende a reprimerle con ferocia.

In questo senso sì che tutti, praticamente tutti e 40mila gli ultras italiani, sono stipati in un’unica grande trincea politica. Coltivano una dolorosa nostalgia per “un mondo che/ non ci vuole più”, come cantano a Napoli: ma quel mondo è fatto di identità collettive un tempo riconosciute, di una visione comunitarista che la “società liquida” tende a seppellire, di una tendenza aggregativa sempre più difficile da mettere in atto. Si sentono “fuori”, gli ultras, marginali rispetto a una dinamica sociale che segue una direzione opposta alla loro. Ecco, in questo senso sono tutti attivi politicamente. Altro che 69 su 388. Presa da questo versante la connotazione dei gruppi ultras è ancora più “politica” di quanto non lo fosse negli anni Settanta. All’epoca infatti le tifoserie tendevano a replicare in forma di surrogato l’attivismo giovanile ben più diffuso nella società. Oggi formano tutte insieme un corpo unico. E hanno in comune un’idea molto chiara della loro condizione residuale rispetto a quanto li circonda.

Nei giorni scorsi su quel prezioso luogo di dibattito che è il sito Futbologia.org è apparso un articolo che tende a ridefinire le posizioni all’interno del mondo ultras. Vi si argomenta che si può essere “neoromantici” – e quindi senz’altro nostalgici di un  calcio lontano quanto le tv in bianco e nero – senza per forza diventare “premoderni”, come coloro che rifiutano del tutto la nuova “era”, fino a mettersi in radicale opposizione al sistema. La sola considerazione che sembra possibile aggiungere a un’analisi così interessante è che c’è un fattore comune a tutti, che non può essere sottovalutato: la disperata difesa dell’identità in quanto tale. Tutti gli ultras si battono per il diritto ad esistere di un fenomeno aggregativo come il loro, in radicale opposizione – certo che sì – a un sistema che vuole polverizzare tutte le identità per controllare più agevolmente ogni individuo.

Vale la pena di citare infine proprio la tifoseria partenopea. Alcune delle sue sigle vengono considerate dal Viminale di “estrema destra”. Ma se è possibile che all’interno di alcuni gruppi ci sia una prevalenza di ragazzi così orientati, è un fatto che a Napoli non sono mai, dico mai apparse né celtiche né falci e martello. Un segno di maturità, se si vuole di grande emancipazione. Gli ultras napoletani non hanno mai dato spazio all’esibizione dei simboli estranei al calcio, alla politica “esteriorizzante”. E non a caso sono tra i pionieri di quella linea anti-sistema appena descritta e oggi comune a tutti i gruppi d’Italia. Il fatto che poi questo non si rifletta neppure in modo indiretto in una qualche particolare vivacità dell’impegno politico-giovanile a Napoli è un tipico paradosso di questi anni. In cui le vere urgenze urlate nei cori da stadio si perdono nell’afasia della vita reale.

[Fonte: Extra Napoli]