afgpak10Dici calcio e la conseguente associazione mentale non è delle più poetiche: business, mafia, corruzione, “fighetti” strapagati, scommesse, truffe, combine, potere e quanto di peggio possa partorire il nostro cervello. Concetti come amore, passione, coinvolgimento e appartenenza vengono messi in un angolino remoto del nostro database quantomeno per giustificarci del fatto che, volenti o nolenti, di questo sport non riusciamo proprio a farne a meno.

Ma ci sono alcuni posti, specie nelle periferie del mondo, dove il calcio conta ancora qualcosa, dove la parola fa rima con attesa ed evento, e dove quei 90 minuti in un rettangolo verde vengono ancora conditi da un mix di sogno, speranza e sostegno incondizionato.

Prendiamo il caso dell’Afghanistan. Un paese tristemente teatro ininterrotto di guerre civili, invasioni e brutalità, non solo etniche, dal 1979 ad oggi. Nazione dove ci si identifica prima nel clan, poi nell’etnia, e solo infine nello Stato, quando e se succede. Un paese diviso tra etnie pashtun, tagiche, hazara, uzbeche e via dicendo. Dove anche la lingua parlata non è una sola (anche se ve ne è una dominante). L’Afghanistan, checché se ne dica, è ancora oggi un posto dove si fa la guerra, coi Talebani che tengono in ostaggio un territorio sconfinato dove solo poche città sono un’oasi di relativa e difficile tranquillità. Sono anni che, si dice, l’Afghanistan sta tentando di ripartire da zero, ma i fatti sono quelli che ancora oggi leggiamo frettolosamente e confusamente in poche righe di giornale. Quando i giornali ne parlano.

Forse non sempre ci si riesce a rinascere, ma comunque ci si prova. E uno di questi tentativi si chiama calcio. Sono pochi anni che la nazionale afghana ha ripreso a calcare i campi, e sono 10 anni che la stessa non gioca più una partita sul suolo patrio. Era l’anno 2003 e l’Afghanistan perse in casa per 2-0. Poi tutte partite giocate all’estero, per ragioni di sicurezza. Fino ad oggi, 20 Agosto 2013, dove, in una storica amichevole, si sono affrontate a Kabul le squadre di Afghanistan e Pakistan.

afgpak1Non una partita qualunque. Se si guardasse al solo fatto calcistico, l’amichevole sarebbe un fatterello di cronaca di nessun conto. L’Afghanistan è al numero 139 del ranking FIFA, il Pakistan addirittura al 167, nelle ultimissime posizioni mondiali. Ma si sa, in Pakistan si prediligono il cricket, lo squash e l’hockey su prato, in Afghanistan è già tanto che si parli di sport, dato lo smantellamento di ogni settore sociale e culturale. Tuttavia, nel paese dei distrutti Buddha di Bamiyan, si calcola che i praticanti, negli ultimi sette anni, siano passati da 20.000 a 50.000, e persino nel vicino Pakistan il calcio comincia a far breccia tra i più giovani.

Però qua c’è di più: Pakistan e Afghanistan sono due Paesi strettamente connessi tra di loro. L’etnia pashtun, maggioritaria e dominante in Afghanistan, minoritaria e combattuta in Pakistan, è da sempre poco avvezza alle regole costituite, di indole ribelle e che, invece che alle leggi o alla sharia, risponde alle regole del Pashtunwali, un insieme di regole non scritte dove l’onore è la prima voce per importanza. Pashtun afghani e pakistani, ovviamente, sono territorialmente contigui fra di loro, e fra le sperdute montagne dell’Hindu Kush  è uso e costume che gli sconfinamenti avvengano lontano dall’occhio delle guardie di frontiera.

Per il resto, i rapporti fra i due Stati non sono mai stati molto cordiali, col Pakistan fra le potenze dominanti della regione e l’Afghanistan vaso di coccio tra Pakistan stesso, Iran ed ex Unione Sovietica. Quando l’Afghanistan è stato prima invaso dai russi nel 1979 e, in seguito, devastato dalle guerre civili, i Pashtun afghani hanno trovato rifugio a milioni in improvvisati campi di soccorso del Pakistan che, per molte di queste genti, sono diventate una casa fissa. I servizi segreti pakistani, l’ISI, in questo periodo, hanno finanziato e gestito le tante scuole coraniche (facendo leva sulla rabbia e sulla voglia di riscatto delle nuove generazioni di Afghani cresciute in quei campi) che hanno portato alla formazione dei talebani, finanziati, sostenuti e armati proprio dall’ISI, con la speranza neanche troppo recondita di dominare, per mezzo loro, l’Afghanistan dal punto di vista geopolitico. Se quindi anche oggi molti (ma non tutti) i Talebani guardano con simpatia al Pakistan, le persone comuni, soprattutto (ma non solo) di etnia non pashtun, hanno cominciato a guardare con sempre maggior astio allo scomodo vicino. Vicino che, anche prima dei Talebani, ha fatto sì che il paese nel quale Khaled Hosseini ha ambientato i suoi suggestivi romanzi, fosse costantemente teatro di guerra o comunque altamente instabile. Poi ci sarebbero tante, troppe cose da spiegare, come l’Iran, la Russia, gli Americani, i signori della guerra afghani e persino la Cina, ma qua ci fermiamo per tornare al gioco del pallone.

afgpak12L’ultimo incontro di calcio tra i due scomodi vicini in terra afghana risale al lontano 1977, quando la nazione intera era in preda ai primi colpi di Stato, non troppo violenti rispetto a ciò che accadde dopo. Vinse l’Afghanistan per 1-0, poi il black-out dal 1984 (con l’attività già paralizzata dal 1979, anno dell’invasione sovietica) al 2003 quando, in un mini torneo tra squadre confinanti, vennero persi tutti gli incontri.

Kabul, quindi, non ha solo fame di calcio, ma di vita vera. E la partita amichevole di oggi è stata veramente sentita come non mai, sia da chi ha potuto seguire l’evento dal vivo, sia da chi l’ha potuta vedere solo dalla televisione. A tal proposito, le cronache dicono che in questi ultimi giorni la vendita di televisori in tutto il paese abbia avuto una improvvisa impennata. I prezzi dei biglietti variavano dai 100 ai 400 afghani circa, ovvero da 1.5 dei nostri Euro fino a 4. Nulla per noi, tanto per loro. C’è persino chi si è messo in viaggio da terre lontane in un paese dove le infrastrutture scarseggiano (per usare un eufemismo), e chi è stato fermato ad un posto di blocco dei talebani ma ha avuto il via libera quando il viaggiatore ha dichiarato che andava alla partita. Con tanto di sorrisi e di buoni auspici da parte dei barbuti studenti.

Dopo 10 anni che la nazionale non giocava più nella sua terra, sarebbe stato naturale che si giocasse al Ghazi Stadium di Kabul, che può contenere fino a 30.000 spettatori e che è stato ampiamente rinnovato. Ma da una parte sarebbero state troppe le implicazioni per la sicurezza dell’evento, dall’altra l’impianto ricorda ancora a tutti le terribili esecuzioni pubbliche dei talebani, comprese donne brutalmente lapidate. Le dicerie popolari narrano che nel Ghazi Stadium non cresce più l’erba per il troppo sangue sparso dalle vittime durante gli anni dei Talebani al potere (tant’è che oggi è stato apposto un manto sintetico), e in molti hanno paura ad aggirarsi di notte anche solo nei dintorni per paura delle voci dei fantasmi. Superstizioni sulle quali non c’è nulla da ridere, e chi ha visto o sentito parlare di quei massacri ne ha ben donde a rimanere se non altro suggestionato.

Si è giocato, quindi, nel più piccolo ma nuovo AFF (Afghanistan Football Federation) Stadium, con campo anch’esso in erba sintetica ma dalla ridotta capienza di 6.000 spettatori. Sempre qui giocano tutte le squadre partecipanti al campionato nazionale, la Super League, che adesso è alla sua seconda edizione.

Inutile dire che l’evento ha condizionato e trascinato per giorni la vita intera di un popolo, con uno speciale dispiegamento di forze di polizia per evitare attentati. Stadio ovviamente esaurito in ogni ordine di posto, gente di ogni età urlante, alcuni coi volti dipinti. Tante persino le donne presenti. Fonti attendibili parlano anche di qualche tifoso pakistano presente, ma nulla di rilevante. In un clima a dir poco incandescente, ma festoso e corretto, l’Afghanistan ha letteralmente travolto il malcapitato avversario per 3-0, con la folla, dicono le cronache, letteralmente in delirio. Caroselli in città e festeggiamenti di ogni tipo hanno caratterizzato il post-partita e, almeno per un giorno, buona parte dell’Afghanistan non ha pensato ai problemi, pesanti, di vita quotidiana. Ora la prossima sfida si chiama AFC Challenge Cup con altre squadre minori dell’Asia, per la cui vincente si spalancheranno le porte della Coppa d’Asia 2015. E, con avversari come Laos, Palestina, Filippine, Kyrgyzstan, Myanmar e Turkmenistan, l’Afghanistan ha le sue grasse possibilità.

La palla continua a rotolare quindi, anche lontano da noi. E forse, se amiamo questo sport, è perché, in fondo, sappiamo che può regalare, da qualche parte, ancora sentimenti veri, refrattari ad ogni sorta di ipocrisia e allergici al denaro.

Stefano Severi.
Foto tratte da AFP (France Press)