Rispolveriamo questa vecchia rubrica con cui eravamo soliti interagire con i nostri lettori in casi le cui istanze potevano risultare di interesse generale. Questa lettera, ricevuta da un nostro lettore, molto intelligente e ben impostata, ci ha spinti a rispondere ampiamente nella speranza di ragionare in maniera altrettanto ampia sulle questioni poste e magari, perché no, di allargare il dibattito. Grazie fin da ora a chi vorrà e saprà leggere tutto fino in fondo.

***

Mi rivolgo di nuovo a voi, quali referenti e portavoce di un mondo che di ultras ha oramai ben poco, se non ricordi di azioni ormai rimaste nella memoria di molti, ma che purtroppo albergano sulla tastiera di troppi.

Penso che chiunque abbia vissuto questo indecifrabile mondo abbia una responsabilità. La responsabilità di ammettere che se la società, la gioventù intorno a noi cambia, non riconoscendosi più in certi atteggiamenti che sono le fondamenta del definirsi ultras (scontri in primis, il resto verrà dopo…) l’ultras stesso non può cambiare di conseguenza, sconvolgendo e dissacrando i princìpi che lo definiscono tale, che appunto lo fanno andare “oltre”. Non si è più se stessi, si diventa solamente un cane ammaestrato che ogni tanto abbaia col guinzaglio troppo corto. Ma la cosa più grave è che si sta insegnando il nulla alle nuove generazioni, ragazzini agghindati in Stone island e white shoes che si definiscono ultras senza aver mai partecipato a mezzo scontro nella loro esistenza, se non a qualche discussione sui social. E che alla prima occasione si faranno spazzare via da una trentina di ultras dell’est, che fino a 5/6 anni fa neppure ci pensavano a girare senza scorta per gran parte delle città d’Italia.

Senza arroganza ma basandomi sulla realtà dei fatti, vedo questo mondo disintegrarsi ed abbruttirsi. Gruppi che mettono in bella mostra le loro facce pubblicando foto su facebook, gente che si tagga mentre sta andando in trasferta col corredo di frasi minacciose per poi farsi accompagnare con la coda fra le gambe dalla polizia nel proprio settore, vecchi che scendono a patti con società e questure solo per continuare a stare in piedi sul proprio seggiolino, infangando la memoria di chi è morto e di chi sta scontando con anni di diffida e galera.

L’ultras muore nel momento in cui usa i social per esprimersi e non le curve. Quando non può accendere un fumone, alzare uno striscione, mettersi sulla balaustra per lanciare un coro pena il daspo, quando soprattutto non è più in grado (o peggio ancora, non contempla più nel suo modus operandi…) di scontrarsi con la controparte.

Ha ancora senso tutto questo, o non sarebbe meglio che ogni realtà nel suo piccolo ammettesse la fine di un’era e si prendesse la responsabilità di ritenere l’ultras ormai estinto, prima che avvenga lo sfacelo targato ultras 2.0, cancellando anche tutto ciò che fu fatto dai nostri padri fino a tanti di noi, tramutando ciò che si era prima in marionette consumatrici di Coca cola e pop corn?

___

Innanzitutto scusa il ritardo della risposta, ma la tua è una lettera che offre ampi spunti di riflessione e che, quindi, merita ampia risposta.

Condivido molto di quanto hai scritto, forse per questioni anagrafiche che mi hanno permesso di vivere un mondo ultras diverso da quello attuale, lo stesso che anche tu citi a modello. Mi permetto però di rivoltare la questione da un’altra ottica, giusto per darci fra di noi referenziali pacche sulle spalle che non serve a niente.

Si dovrebbero prima di tutto fare diversi distinguo o delle valutazioni un po’ più allargate, se vogliamo: la prima e forse più importante da te sollevata, riguarda le responsabilità collettiva a cui nessuno di noi si dovrebbe sottrarre. Nessuno, compresi noi che biasimiamo molto della situazione attuale: un’obiezione molto pertinente, fatta da una di quelle nuove leve con cui ho ancora piacere e voglia di confrontarmi, è che se le nuove generazioni sono così desolanti è forse perché noi, prima di loro, non le abbiamo sapute tirar su con sani principi e ancor più sane pratiche quotidiane. Per mancanza di capacità d’insegnamento? O perché semplicemente anche quelli ricevuti da noi non erano che ideali di cartone, belli davanti e con molti vuoti all’interno? Quando provo a guardare indietro infatti, anche nei volti della nostra generazione ne trovo infiniti di apostati, di ragazzi che con il beneficio del tempo si sono rivelati poco più che attori, di gente a cui interessava solo un passatempo effimero, di egocentrici solo con meno capi d’haute couture di oggi. Ho conosciuto persino corto circuiti ai limiti della follia, tipo militanti da prima linea che si sono arruolati in polizia o feroci contestatori del presidente di turno che poi sono diventati suoi lacchè. Non sto rivalutando la generazione attuale, semplicemente cerco di evitare la lente deformante della nostalgia e tenere vivi anche i ricordi nefasti della nostra epoca, che quelli felici si tengono in vita da soli. A volte valuto l’ipotesi (bada bene, è un’ipotesi la mia: non ho verità in tasca da offrire) che forse siamo solo vittime di una certa malinconica dietrologia del tempo che fu e che forse anche noi, da ragazzi, venivamo guardati con un certo disprezzo dalle generazioni precedenti: potrebbe anche essere tutto qua, nient’altro che un conflitto generazionale.

Più di tutto sarebbe doveroso contestualizzare, con molta aderenza, ogni situazione al suo momento storico: le generazioni passate erano molto più “stradaiole” delle attuali e la stessa strada era un continuo laboratorio ed un altrettanto continuo rimescolamento di culture, sotto-culture, fervori politici, musicali e di tanti altri tipi, che nascevano ininterrottamente ed ininterrottamente si influenzavano fra loro. Oggi la situazione è molto più piatta da quel punto di vista, la gente s’è fatta convincere dal terrorismo delle televisioni a chiudersi in casa e non di meno il controllo sociale ha le armi molto più affilate del passato. Più subdole e quasi impalpabili, ma forse molto più pericolose ed efficaci. A me, come credo a tanti altri della nostra epoca, è capitato di fare la ciclica cazzata allo stadio, ripagata con un calcio in culo dallo sbirro di paese che intimava di smetterla ed andare a casa, oggi invece se sali in piedi su una balaustra a cantare o peggio ancora se occupi un seggiolino che non è il tuo ti stangano, se poi osi fare un decimo delle cagate che abbiamo fatto noi, ti danno direttamente l’ergastolo. Senza contare che per farlo, per coltivare l’illusione della “Zona Temporaneamente Liberata” devi pagare a volte persino 50 €, quindi di quali zone di libertà stiamo parlando? Cosa resta ancora di veramente non lottizzato?

Per comodità, forse per affetto ad un glorioso passato, si parla ancora di “ultras”, ma su questo hai pienamente ragione, di ultras è rimasto davvero poco e etimologicamente sarebbe più corretto parlare oggi di “movimento post-ultras”.

L’ho detto più volte, in discussioni private, che oggi misurare l’ortodossia in base alla scelta di tesserarsi o meno è un esercizio stucchevole ed anche ipocrita. A voler essere ancora oltranzisti come quegli anni sbiaditi del ricordo, la scelta non sarebbe se tesserarsi o meno: l’unica scelta possibile sarebbe smettere di andare allo stadio perché le condizioni attuali sono indegne e lesive del buon senso, dell’intelligenza, della libertà umana e di tantissimi altri aspetti. Non stiamo neanche ad aprire il campo delle ipotesi e dei perché, finiremmo nel complottismo più bieco ed il bello è che riusciremmo perfino ad andare molto vicini alla verità.

E a chi ha ancora il coraggio e la sfacciataggine di andarci cosa dovremmo dire? Io ringrazio solo di essermi trovato a fare questa scelta in tempi non sospetti e per cause diverse, ma se fossi oggi al posto loro forse non riuscirei mai a nello stesso loro esercizio di stoica resistenza. Tanti di loro. Parlo ovviamente di quelli che, come noi altri, ancora credono a sciocchezze idealiste e non a farsi la cresta sui biglietti o sui viaggi in pullman, farsi luogotenenti di famiglie mafiose, controllare parcheggi e bar.

Hanno fegato, questo va loro riconosciuto. Ma poniamo per assurdo il caso che domani, dopo un Concilio ecumenico fra tutti i vari esponenti, delle migliaia di correnti ideologiche si arrivasse alla decisione di smettere in blocco e tutti di andare allo stadio, cosa succederebbe? Forse per anni o in diverse piazze ci sarebbe il nulla assoluto, forse in certe altre città invece, presto o tardi ci sarà un gruppo di ragazzini che, forse involontariamente, forse per un gene impazzito che ancora sopravvive e si trasmette di generazione in generazione, tenderanno per istinto a unirsi in un coro collettivo, a compattarsi e a fare tutte quelle cose che, in qualsiasi contesto di massa, per semplice eccitabilità delle masse stesse a questi stimoli, diventano spontanee: lasciarsi prendere dall’euforia, abbracciarsi, saltare insieme, cantare e poi magari anche tutto il resto. Quello che tu sostieni venga prima di tutto ma per me – visione del tutto personale – è solo una parte del tutto e non il tutto: se l’unico motivo di vita valido del movimento ultras fosse stata la violenza, al tracollo numerico di questi anni avrebbe dovuto corrispondere un vertiginoso incremento dei praticanti di arti marziali ed invece impazza solo la zumba.

Nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma secondo la teoria di conservazione della massa di Lavoiser. Il periodo fra gli anni ’80 e ’90 resterà universalmente riconosciuto come quello aureo del nostro movimento, quello che ancora oggi tutti ci imitano, compresa quella trentina dell’Est Europa che fino a qualche anno fa neppure sognavano di girare senza scorta nelle città italiane: è solo l’infame ed irreversibile scorrere del tempo e delle cose che oggi arride loro, poi magari anche il loro movimento andrà invecchiando, andrà degradandosi in numeri o qualità e poi il cerchio ricomincerà daccapo.
La metafora del cane dal guinzaglio corto la trovo molto carica simbolicamente e molto vera. La condivido, come ripeto condivido molto di quello che hai scritto, ma ho cercato di allargare la questione ad una prospettiva più ampia: lo possono anche tenere al guinzaglio, usarne l’abbaio folkloristicamente, farne un animale da salotto, da tenere in borsetta per farsi belli con gli altri amici dell’esclusivo club borghese, ma devono sempre ricordare che è un animale e che prima o poi, a qualcuno di loro potrà sempre mordere il culo.

Saluti ultras.
Matteo, Sport People.