A 32 anni – di cui almeno la metà passati per stadi, campi e curve – forse non dovrei più emozionarmi nel mettere piede all’interno del recinto di gioco e sentire quella malcelata soddisfazione che ti assale nell’aver timbrato il cartellino anche sul manto verde di uno dei templi del calcio italiano.

Invece è curioso constatare come le cose vadano in maniera differente. Proprio quando meno te l’aspetti.

Non è certo la prima volta che entro al Partenio. È però il mio esordio come fotografo. E di rimando non posso che iniziare questa cronaca da una lontanissima estate di fine anni ’90. Una di quelle trascorse a casa di mia nonna in attesa dei miei genitori. Una di quelle in cui ero solito aprire di soppiatto il cassetto di mio zio per spulciare tra il suo materiale degno del più incallito dei collezionisti calciofili.

Quell’album Panini 1982/1983, nascosto sotto diversi ritagli di giornale e qualche dinaro jugoslavo (ancora oggi non ho capito perché, ma per obbligo narrativo ve lo cito, sic!), mi tenne impegnato diverse ore. Tra lo studio della carriera dei giocatori e quello delle capienze degli stadi il pomeriggio passò veloce. E mi rimasero in testa quattro cose: Ascoli, Avellino, Catanzaro e Pisa.

Senza voler togliere nulla a nessuno ma nella mia testolina da infante quelle quattro squadre, i loro stadi e i loro calciatori rappresentarono a lungo i mitici anni ’80. Anche perché, da buon nostalgico che non rimane indifferente ai drammi sportivi come a quelli quotidiani, non potevo non avere simpatia per società che nel frattempo erano cadute a picco se non addirittura fallite. Le vedevo come quei residui di stella che – seppure dispersi in luoghi anfratti dell’universo – sapevano ancora brillare negli occhi di chi li voleva vedere. Un po’ come quelle della notte di San Lorenzo!

Insomma, sapere di poter calcare lo stesso terreno dove negli anni sono transitati i piedi fatati di Maradona, Zico, Falcao, Cerezo, Platini, Antognoni e Conti ma anche dei vari Di Somma, Barbadillo, Juary, De Napoli, Diaz, Tacconi, Tagliaferri, Lombardi, Dirceu etc etc etc. è un qualcosa di eccitante. Così come la consapevolezza di quanto questo stadio, nel massimo momento di splendore del calcio locale, fosse tutt’altro che una terra di conquista. Ne sanno qualcosa le “big”, che in terra d’Irpinia sono spesso cadute malamente (su tutte, forse, rimane impresso il poker rifilato dai ragazzi del “Gringo” Veneranda al Milan di Castagner l’11 settembre 1983, all’esordio in campionato).

Due lustri di massima divisione – dal 1978/1979 al 1987/1988 – che hanno lasciato il segno in un’intera provincia e messo le radici affinché l’Avellino rimanesse per sempre tra i club storici in ambito nazionale.

Personalmente tutto questo mi basta per scuotere in me quella coscienza di bimbo innamorato del calcio e dei suoi tifosi che fondamentalmente non è mai morta ma dorme sorniona svegliandosi di tanto in tanto.

La realtà quotidiana è ovviamente diversa e ben distante da quegli anni. I Lupi si sono ritrovati, lo scorso torneo, a dover fare i conti con la duplice caduta dalla B alla D, vincendo il campionato soltanto nello spareggio con il Lanusei e approcciando a questa Serie C con numerose difficoltà di stampo gestionale, causa la situazione del gruppo Sidigas, da tempo alla canna del gas (mi si passi la battuta). Un’intera comunità sportiva (dal basket al calcio) è rimasta con il fiato sospeso per diversi mesi e comunque, ad oggi, non è ancora sicura di poter navigare in acqua tranquille.

Paradossi e vergogne di un calcio sempre più vittima di personaggi quantomeno discutibili. Dove, manco a dirlo, gli unici a pagarne costantemente i conti salatissimi sono i tifosi.

Per sintetizzare l’estate avellinese sarebbe sufficiente pensare alla squadra allestita in fretta e furia all’ultimo momento (e praticamente senza un briciolo di preparazione), alla campagna abbonamenti partita, di fatto, neanche da due settimane e agli obiettivi sportivi per forza di cose ridimensionati. Non a caso ha sorpreso e non poco (se si fa eccezione per la gara con il Catania) l’ottimo avvio di stagione dei biancoverdi.

Quello che mi colpisce sempre in posti come Avellino è il forte rapporto con la squadra che si respira anche ben distante dallo stadio. Sebbene i numeri sui gradoni del Partenio siano drasticamente calati un po’ come in tutta Italia, in città è difficile non imbattersi in bar o negozi con sciarpe o gagliardetti del club o in persone intente a parlare di calcio davanti a una birra o un ottimo bicchiere di Fiano. E questo è sintomatico di quanto, a prescindere da tutto, sia radicato un importante senso di appartenenza che è riuscito a tramandarsi di generazione in generazione. Andando oltre rovinosi fallimenti e anni di anonimato sportivo.

L’anticipo di questo sabato sera pone di fronte ai campani il rinnovato Teramo. Gli abruzzesi vantano da qualche tempo una nuova società, che fondamentalmente ha come obiettivo quello di far dimenticare le malefatte delle precedente. Nel cuore degli sportivi teramani, infatti, persiste ancora la sanguinolenta ferita della promozione in B del 2015, poi revocata per illecito sportivo e assegnata agli odiati rivali ascolani. Una mazzata che ha fiaccato l’intero ambiente, con ripercussioni non indifferenti a livello di seguito, numeri e passione.

Mi sorprendo, e non poco, nel vedere l’ottima presenza biancorossa nel settore ospiti. Dopo stagioni difficoltose gli ultras del Diavolo sembrano tornati al loro antico splendore. E quando volto lo sguardo al passato non posso che ricordare con ammirazione i Devil’s Korps e il loro portamento compatto e combattivo.

In un’epoca in cui i numeri calano, gli amori si spengono e i tifosi vengono allontanati dallo stadio con leggi e balzelli a dir poco assurdi, vedere i teramani stasera è davvero una boccata d’ossigeno: compatti, continui, al di là del risultato e con la giusta rabbia. Senza dubbio ultras in ogni loro sfaccettatura!

Il Partenio non è certamente sold out, tuttavia i circa 4.000 presenti sono un numero di tutto rispetto considerando le vicissitudini di cui sopra e lo scetticismo generale che ruota attorno alla società. La Sud presenta come sempre un bel nucleo centrale che si mette in mostra con qualche torcia accesa qua e là, belle manate e tanto colore.

Ai supporter irpini va dato atto di esser stati sempre bravi, negli ultimi anni, a fare aggregazione e unire un ambiente che dopo il fallimento non era sicuramente semplice da gestire. Questo è facilmente riscontrabile sugli spalti e sul seguito che le loro iniziative hanno anche presso chi non si professa ultras. Trovo ciò uno snodo fondamentale per dare ossigeno a uno degli ultimi movimenti aggregativi a disposizione dei nostri ragazzi e delle nostre generazioni.

In campo la squadra gira, ringhia e fa a sportellate. Alla fine il Teramo è regolato con un secco 2-0 che strappa applausi anche ai meno entusiasti.

Ok, magari non saranno le sforbiciate di Barbadillo e i tocchi felpati di Juary, ma per i tempi che corrono il popolo biancoverde può (deve?) accontentarsi e continuare a sostenere l’idea Avellino ancor prima dei suoi risultati. Come ampiamente e impeccabilmente fatto sinora.

Un freddo pungente mi ricorda di essere a cavallo dell’Appennino. Da queste parti, probabilmente, al prossimo anticipo serale si gelerà. Ma mi importa poco, attraverso il campo per raggiungere l’uscita, quasi a volerne cogliere l’ultima essenza.

I teramani stanno ancora cantando. Non sembrano voler smettere. Ed uscire da uno stadio con il ruggito dei tifosi anziché fra musichette e stacchetti idioti è a dir poco rigenerante!

Testo Simone Meloni

Foto Gallo, Meloni, Conte

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