Il “caso” dei 93 tifosi blucerchiati colpiti dal Daspo dopo la trasferta di Livorno continua a suscitare clamore. Oddio, un clamore circoscritto alla realtà genovese, perché come al solito il mondo pallonaro nazionale è concentrato soltanto sugli attori di prima fila e non si accorge minimamente di quanto accade intorno. Non si accorge della scenografia che cade a pezzi, né del palcoscenico che traballa. Così nessuno verrà a dirvi che il “caso dei 93”, in realtà, non è un caso, ma risponde a un disegno ben preciso. E subdolo.

Il Daspo è stato istituito nel lontano 1989, sull’onda dei tragici fatti dell’Heysel, con lo scopo di vietare l’accesso allo stadio ai soggetti riconosciuti colpevoli di atti violenti durante le manifestazioni sportive. E messo così, il provvedimento appare sensato e condivisibile. Il problema è che col susseguirsi delle modifiche, e in particolare col Decreto Amato varato nel 2007 a seguito degli scontri di Catania che hanno causato la morte di Raciti, il Daspo ha iniziato ad essere applicato sempre più spesso in forma preventiva e a scattare automaticamente dopo una denuncia, prima ancora che avesse luogo il processo. Si è quindi trasformato in uno strumento arbitrario che fatica a garantire la giustizia, e anzi favorisce il suo abuso, dal momento che la parola prevenzione è troppo generica e, in mancanza di precise direttive, si presta alle più svariate interpretazioni.

Casi emblematici ce ne sono stati diversi in questi ultimi anni. Io ad esempio so di un ragazzo diffidato per un anno, reo di aver preso a calci un seggiolino al termine di una partita, evidentemente persa. Tuttavia, è proprio il “caso dei 93” a mettere a nudo più di ogni altro i limiti di questa norma. Parliamoci chiaro: i “93” ci hanno provato. Hanno approfittato di una svista del sistema, che gli ha permesso di acquistare i biglietti della trasferta senza tessera-del-tifoso, e si sono presentati ai cancelli dell’Armando Picchi nella speranza di poter eludere i controlli e assistere, dopo tanti divieti, a una partita fuori casa dell’amata Sampdoria. Invece, all’ingresso l’inghippo è stato scoperto e i “93” sono stati respinti. Sarà volata certamente qualche parola poco cavalleresca, proteste più o meno vibranti, ma non c’è stato alcun atto violento da quanto ci è dato di sapere. E allora mi chiedo: il semplice allontanamento, unito ai non pochi quattrini per biglietto e viaggio andati in malora, non sono di per sé stessi un’equa punizione per questi “ribelli”? Il Daspo (che in questo caso corrisponde a 2/3 anni d’inibizione) non è una misura sproporzionata rispetto al tenore della trasgressione commessa? Il loro “reato”, sostanzialmente, è stato quello di non possedere la tessera-del-tifoso. Ed è tutto detto.

Ma non c’è nulla di cui sorprendersi, a pensarci bene. L’episodio s’inserisce infatti all’interno di una tendenza ormai acclamata, di un disegno che riunisce in un unico corpo tutte le restrizioni degli ultimi tempi, compresa la recente ondata di curve chiuse. Questo clima da “caccia alle streghe” ha in definitiva un solo obiettivo: mettere in atto una vera e propria selezione del tifo. Ma attenzione, perché non si tratta di una selezione accurata, volta a separare metodicamente la parte malata e violenta del tifo dal resto del fenomeno, come la Giustizia imporrebbe e la stragrande maggioranza della gente vorrebbe. No, assomiglia più a una pesca a strascico, quella in cui le reti tirano via indistintamente dal fondale prede, coralli e organismi biologici vitali per l’ecosistema.

Ne è una prova la recente lotta al razzismo e alle discriminazioni territoriali intrapresa dalle istituzioni, con la quale si sta facendo passare tutto il mondo ultrà e del tifo organizzato come un movimento per sua natura razzista e intollerante. Chi invece frequenta lo stadio, sa benissimo che esistono realtà all’interno di questo mondo che addirittura fanno dell’anti-razzismo una bandiera e sono prodighe d’iniziative durante l’anno (le loro sì tangibili e reali!), così come sa che, nel proprio microcosmo, la gradinata e la curva sono luoghi di aggregazione e integrazione come pochi altri al mondo. La contraddizione prende poi tratti ridicoli se si considera che queste istituzioni, auto-proclamatesi paladini dell’uguaglianza, sono le stesse che stanno creando un calcio in cui vengono favoriti sempre più i club ricchi a scapito di quelli poveri. La discriminazione economica, evidentemente, non è contemplata nei loro codici etici, benché sia a conti fatti la madre di ogni altra forma di discriminazione.

In tutto questo, l’errore che possiamo commettere, noi adesso, è quello di pensare che stia andando in scena una guerra tra le autorità e i gruppi ultras, e quindi non sentirci coinvolti. Molti dicono: “se non hai nulla da nascondere, non c’è motivo per non fare la tessera-del-tifoso”, senza capire che questo è il primo passo per un inquadramento a lunga gittata. Oggi ci impongono la fidelizzazione con la t-d-t, l’adattabilità agli orari col campionato-spezzatino e altri disagi con tornelli e quant’altro. Domani, com’è già in procinto d’attuazione, c’imporranno il posto rigorosamente seduto e numerato e il divieto assoluto di fumare. E dopodomani chissà cosa prenderanno ancora a pretesto per manipolarci a loro piacimento e trasformare lo stadio in teatro. Cosa inammissibile, data la natura completamente differente delle due realtà. E se a quel punto saremmo ridotti a docili agnellini che hanno già accettato tutto, non avremo più voce per protestare e l’espressione popolare e passionale del calcio sarà solo un vago ricordo.

Quindi, in conclusione, il “caso dei 93” ci riguarda molto da vicino, perché certifica la giustizia sommaria in atto. E’ fuori di dubbio che il calcio sia stato rovinato in primis dalle frange violente che hanno ammorbato gli stadi in tutti questi anni. Ma è altrettanto evidente che la lotta alla violenza da parte delle istituzioni sia stata mal gestita e ha contribuito da par suo a peggiorare le cose. Coi fatti di Livorno è chiaro ormai che il Daspo non colpisce più solo i violenti, accertati e condannati, ma anche i possibili violenti. E i possibili violenti sono tutti. Ma veramente tutti. E allora, lasciatemelo dire, sarebbe opportuno che si prendessero provvedimenti simili anche per certi giornalisti e certi presidenti che, tra faziosità e dichiarazioni deliranti, sono ben più pericolosi di un gruppo di tifosi senza tessera-del-tifoso.

[Fonte: Real Samp]