divisione-curva-sud-romaQuesta settimana era uno stupendo vivere, un’apnea di diecimila e più minuti prima di una boccata d’ossigeno acre che riempiva il petto di ansia, paura, gioia ed euforia. Era tutto e il contrario di tutto: il Derby di Roma. Rossi contro blu, come il calcio-balilla ci ha insegnato fin da bambini, us and them. Gli occhi degli interessati parlavano chiaro dal lunedì antecedente: sguardi fissi, incantati, sogni con pupille dilatate immaginando lo smacco peggiore con cui si sarebbe potuto sbeffeggiare il rivale cittadino.

Erano le farfalle allo stomaco e la necessità di riempirlo non con il cibo, ma con quel propellente che fa andare gli spiriti in orbita. Perché come affermò Hugo Pratt “è difficile dimenticare qualcosa bevendo un’orzata” e il caro malto d’orzo era la soluzione migliore per trascorrere in compagnia quell’attesa disarmante.

C’era chi chiedeva gli straordinari pur di tener occupata l’infame psiche sempre pronta a proiettare immagini nitide degli incontri passati; chi recuperava passatempi sopiti e accantonati, chi tornava in Chiesa, chi millantava tranquillità e chi lasciava l’Urbe per elevarsi ad una condizione ascetica.
C’era una stracittadina ricca di pathos, sfottò, offese, insulti, colori, coreografie, voci: ora regna il silenzio. L’assordante oblio che aleggia nella nostra città, ovattando il suono di migliaia di cuori battenti all’unisono, pur per due amori tanto diversi quanto uguali. C’era la Roma contro la Lazio, l’apoteosi del campanilismo.

Ora ci sono solo campanelli d’allarme, panico morale creato ad arte per giustificare misure di sicurezza pubblica dilettantistiche e dispiegamento di agenti in notevole sovrannumero. Un contentino per i tagli da centinaia di milioni di euro alle forze dell’ordine presenti nella nuova, perfetta, rivoluzionaria Legge di Stabilità. Ventiquattro camionette nel raggio di 500 metri intorno ad un impianto al cui interno non avviene un incidente da più di dieci anni è una manovra degna di quaranta francobolli per inviare una cartolina di saluti: demenza o incompetenza, ognuno la pensi come preferisce.

“Tornate allo stadio e comportatevi bene e forse toglierò le barriere”, tuona il Prefetto Franco Gabrielli oggi sulle colonne de Il Corriere dello Sport.

“No, signora maestra”, risponderanno i molti che, da una parte e dall’altra, prenderanno l’ennesima dolorosa decisione di non riempire con la loro passione quel deserto creato ad arte che un tempo chiamavamo amore. I ricatti e le ripicche non dovrebbero far parte di uno Stato Democratico (lo disse un certo Giuseppe Prezzolini), così come le richieste di restituzione da 2 milioni di euro ai familiari delle vittime del terremoto aquilano da parte della Protezione Civile e della Prefettura. Chissà chi ne era a capo, chissà chi ha perorato questa richiesta (?).

Non sarà il solito Derby, non sarà il primo senza di loro: ma sarà diverso. Un unicorno malato sul quale si stanno attivando i più disparati medici (l’AS Roma nonostante i dubbi sulle capacità comunicative, è vittima inerme anch’essa), molti dei quali temendo di non poter vendere uno spettacolo muto alle centinaia di paesi del Globo richiedenti quell’assordante tifo della Capitale che ha reso una partita come tante un evento imperdibile.

“Dura lex sed lex”, continuano a ripetere in molti giustificando le misure adottate. Quei molti che lo avrebbero detto anche nei confronti della Legge nº 1024 del 13 luglio 1939, immagino. Legge e Giustizia, due concetti spesso antitetici. Non sarà la settimana di sempre, nonostante l’immensa gioia per la vittoria in una notte “di sogni, di Coppe e di Campioni” al cardiopalma. Quanto sarebbe stato bello il gol di Pjanic vissuto in Curva? Quanto sarebbe stato forte il boato dopo il 2-2 per far rialzare la squadra? Non c’è nulla per contrastare l’amarezza nel sentire il silenzio altrui, di chi si erge a tifoso unico e migliore ma che di tifo sa e soprattutto fa poco se non qualche fischio (sì, fischi alla Roma, ma non essendo stati rivolti verso le tribune o i distinti allora meglio non parlarne) e cori sparsi per i giocatori dimenticandosi che si deve sostenere la maglia, non ciò che c’è scritto dietro. Hanno insegnato la meraviglia verso la gente che vuol cantare, togliendo a tanti l’essenza stessa del Derby.

Non lo sento più mio questo Derby, vorrei soffrire masochisticamente come ho sempre fatto. Ma non ci riesco, troppa la delusione, troppa la rabbia e la paura di assistere ad uno spettacolo che non appartiene a questa città dall’immenso calore umano. Era uno stupendo vivere, teniamoci stretti quei ricordi passati perché in un giorno non troppo lontano saranno favole da raccontare a chi, purtroppo, non potrà mai viverlo.

LP