Avezzano-Vastese 2-0, Coppa Italia Eccellenza 2013/14G. A. è stato per anni uno dei leader storici della curva vastese, oggi a 38 anni, di cui 20 trascorsi tra gli ultras, non fa più parte del tifo organizzato, ma continua a seguire la squadra della sua città. Con lui abbiamo cercato di capire meglio cosa voglia dire essere un ultras e come sono stati vissuti all’interno della curva i recenti fatti di cronaca, oltre ad avere qualche anticipazione sul nuovo progetto Vastese Home Made del quale è tra i promotori.

La tua prima esperienza in curva risale agli inizi degli anni 80.
La prima in assoluto all’Aragona è stata da piccolo con mio padre, poi a 12 anni ho iniziato ad andare con i miei amici della 167, prima in Tobruk e poi nella vecchia curva San Michele. Leader del gruppo di tifosi lo sono diventato in un Vastese-Chieti dei primi anni 90, sono andati via i più anziani che ci avevano preceduto e sono arrivato io, insieme ad altri, avevo 18 anni.

Cosa spinge un ragazzo a diventare un ultras?
Viene naturale, è bello stare in curva con altri ragazzi, divertirsi, cosa che abbiamo sempre fatto. Era principalmente un’aggregazione di amici che condividevano la stessa passione: la Vastese o Pro Vasto.

Cosa facevate?
Nel corso degli anni abbiamo cercato di creare un bel gruppo, di impegnarci per la squadra 7 giorni su 7, non solo la domenica, ma a partire dal lunedì, dopo l’arrabbiatura per la sconfitta o la gioia per la vittoria, dal primo giorno della settimana, indipendentemente dal risultato, si ripartiva subito, si pensava a cosa fare per la prossima partita: organizzare pullman, le coreografie, i cori. Il sabato sera, so che a molti farà ridere, ci ritrovavamo all’Aragona a cantare tutti insieme, erano altri tempi, un tipo di passione forse differente. Ci radunavamo verso mezzanotte, facevamo le prove, poi arrivava la Polizia, che ci prendeva per matti, e ci rimandava a casa. Eravamo così, ma l’abbiamo sempre fatto con un immenso amore per questi colori e per la gioia di condividerlo, oltre che per stare insieme.

Perchè degli ultras si parla spesso in modo negativo?
Purtroppo quando si parla di ultras molte persone hanno timore, quasi in automatico si pensa al delinquente, ma non è così, non si può generalizzare. Essere ultras vuol dire amare la propria città e i propri colori, tutto qui, non vuol dire attaccare altre tifoserie. Questo a volte succede, non lo nego, soprattutto quando ci sono rivalità accese, ma sinceramente a Vasto, da quando sono in curva, non ricordo episodi eclatanti o scontri con altre tifoserie, l’Aragona è uno stadio talmente sicuro che è quasi impossibile avere un contatto con i gruppi opposti. Forse solo una volta ci fu uno scontro fisico contro i supporter della Sambenedettese, ma perché stavano venendo verso di noi e ci siamo difesi.

Da ex ultras e tifoso cosa pensi di quanto accaduto prima di Vastese-Avezzano?
Per me è una bravata, un episodio non condivisibile nell’etica ultras, che noi non abbiamo mai fatto. Di tutto ciò ne ho già parlato con i ragazzi, non voglio né condannare né giustificare nessuno. Rendersi protagonisti di questi episodi però porta solo guai a chi li commette e nessun giovamento al popolo biancorosso, agli ultras e alla tifoseria in generale.

I tifosi criticano il risalto dato alla vicenda e la severità delle pene.
Alcuni tifosi hanno fatto una ragazzata perché quel giorno non so cosa gli abbia detto la testa. In effetti è sembrato troppo il risalto mediatico dato alla vicenda e l’eccessiva severità delle pene perché non stiamo parlando di gente che è andata ad addestrarsi per poi colpire il pullman. Non esiste tutto ciò, non era un agguato premeditato, non so per quale motivo sia stato deciso di farlo passare così.

Sicuramente vuole essere una punizione esemplare per evitare altri episodi del genere.
Certo, ma gli esempi si possono dare anche in altro modo, non serve dare cinque anni di Daspo a dei ragazzi che sono tutti di buona famiglia, figli di persone stimate e conosciute. Sarà che io li vedo tutti come dei bravi ragazzi e sono di parte, ma è inutile impuntarsi in questo modo, anche perché qui di leader non ce ne sono mai stati. Quando c’ero io non ero il capo di nessuno, non esisteva il capo, ognuno lo era di se stesso, questo l’ho detto sin dal primo giorno sulla balaustra. Ognuno paga le conseguenze di quello che fa e non è assolutamente obbligato a seguire la massa. Ai ragazzi ho sempre cercato di far capire le cose positive partendo da quelle negative.

Siete conosciuti anche per altri motivi.
Questa curva è nota nell’ambiente del tifo per la sua passione, per alcune coreografie ormai storiche e per uno striscione di 60 metri. Ho lasciato da tre anni, ai nuovi più giovani ho detto di rendere la curva più bella di come avevamo fatto noi. In 20 anni ho sempre cercato di costruire e mai di distruggere, anche se costruire è molto è più difficile, ci vuole una vita, per distruggere basta un secondo.

Perché hai lasciato?
Un po’ per l’età e anche per i figli, ma non ho assolutamente lasciato la mia grande passione, verrò sempre in questo stadio e non l’abbandonerò mai, fino a quando avrò le forze per venirci. Quando posso porto anche mio figlio Michele Umberto di 5 anni. La sua prima trasferta l’ha fatta a San Marino, in C2, aveva 14 mesi, il gol di Cammarata sotto la curva era dedicato a lui. […]

[Fonte: Zona Locale]