Da casa mia Civita Castellana dista settantadue chilometri. Una distanza non certo abissale, che diventa tuttavia difficilmente percorribile di domenica e con il trasporto pubblico. Per non lasciare nulla di intentato e per non piegarmi all’automobile (contro cui ho ormai intrapreso da anni una personale battaglia) decido di raggiungere la destinazione caricando la mia bicicletta sul treno gestito dalla Ferrovie dello Stato – che ti lascia a ben otto chilometri dal paese – optando, invece, per la pittoresca (quanto vetusta) Roma Nord al ritorno.

Quest’ultima è una vecchia ferrovia inaugurata nel 1932 per unire Roma a Viterbo. Un tracciato che lungo i suoi 101 chilometri di lunghezza riesce a regalare immagini alquanto retrò sia dell’area suburbana capitolina che della regione Lazio. Sebbene negli anni abbia guadagnato diversi premi per la sua lentezza e le sue condizioni precarie, in me riesce sempre ad esercitare un certo fascino. Sarà la vista del Monte Soratte che si staglia proprio nei pressi di Civita Castellana e che dall’inaugurazione (avvenuta il 28 ottobre del 1932, dieci anni dopo la Marcia su Roma, in seguito a una massiccia propaganda del regime) agli anni a venire ne sarà il vero e proprio logo, sarà quell’andamento tortuoso delle rotaie e quei treni vissuti.

Sarà perché in pochi sanno che la Roma Nord nel 1943 fu teatro di quello che tutt’oggi rappresenta ancora uno dei più gravi disastri ferroviari accaduti in Italia, con oltre cento morti e duecento feriti in seguito a uno scontro tra convogli nella stazione di Rignano Flaminio. Incidente che mieté vittime emblematiche per il periodo storico: contadini che provenendo dalle campagne viterbesi si recavano a vendere prodotti sottobanco al mercato nero capitolino e romani che – affamati dall’ingente carestia bellica – tentavano di raggiungere le campagne in cerca di cibo. Un accadimento tramandato con particolari cruenti tra ferrovieri e narratomi da mio nonno con l’obiettivo (riuscito) di suggestionarmi.

Insomma, un viaggio su queste vecchie rotaie può rappresentare davvero un’esperienza mistica (ditelo ai pendolari, sic!). Quindi perché non inserirlo a margine di una partitella?

L’Arezzo si appropinqua a questa sfida al vertice della classifica. Dopo le ultime, travagliate, stagioni, gli amaranto sembrano fare sul serio e l’imperativo è quello di sbancare l’ostico stadio civitonico, che ormai da diversi anni rappresenta una vera e propria roccaforte per il Flaminia. Club rossoblu che però, malgrado gli ottimi campionati, non è mai riuscito a far breccia nel cuore dei tifosi. Anaffettività provata dagli scarni numeri portati sulle gradinate.

Dalla Toscana sono attesi circa 350 tifosi, che fanno il loro ingresso alla spicciolata, con lo zoccolo ultras che si attesta sulle duecento unità e che si sistema nella tribunetta posta alla mia sinistra, facendo subito bello sfoggio dei bandieroni.

È passato qualche anno dall’ultima volta in cui ho visto gli aretini all’opera. Era in Serie C ed era un derby contro il Pisa. Pertanto ci si potrebbe aspettare che le cose siano cambiate e che lo spirito della tifoseria possa esser stato intaccato dalle sfortunate vicende calcistiche. Sono tempi strani, in cui non do nulla per scontato e parto sempre con la consapevolezza di poter trovare una delusione o un qualcosa di ben diverso rispetto a come lo ricordo. Ma non è questo il caso!

Se gli Ultras dell’Arezzo hanno costruito la propria fama attorno al bel materiale realizzato, agli stendardi originali e a un modo sicuramente fantasioso di approcciare alle gradinate devo dire che oggi non si smentiranno minimamente. E nell’Italia curvaiola che ormai troppo spesso si perde nella sciatteria, nel “copia e incolla” di pezze e cori e nell’azzeramento di quella creatività che tanto ci ha reso celebri, i supporter del cavallo rampante rappresentano quantomeno un’eccezione, oltre che una bella boccata d’ossigeno.

Che poi, come detto in altre circostanze, la questione sarebbe anche facile: basterebbe concentrarsi sul tifo, tornare a voler primeggiare ed essere “unici” sia nella forma che nei contenuti. E non tirare a campare, fare il compitino e vivere lo stadio in maniera asettica e robotica. Spesso mascherando questa apatia facendo diventare virali video di cortei o momenti macchinosi in cui si imita quella curva polacca o quella tifoseria est europea che dedica la maggior parte della propria esistenza più alla palestra e agli anabolizzanti che alla militanza da stadio.

In tal senso ho molto apprezzato anche il voler mantenere un repertorio corale classico. Molto italiano. Senza esagerazioni para-sudamericane o anglofone. Le cose semplici sono spesso le migliori. E aiutano certamente a coinvolgere il tifoso medio, quello che magari in trasferta ci va ogni tanto. A conti fatti forse gli aretini sono tra i pochi che con il tempo hanno mantenuto una “modernità” che però non li ha fatti divenire la macchietta di loro stessi, semmai ne ha forgiato l’identità e la tradizione. Dando un vero e proprio marchio di fabbrica alla Sud, un modus operandi che penso abbia aiutato a mantenere sempre buoni livelli, anche dopo fallimenti e retrocessioni.

Alla fine è Settembrini a regalare il successo agli amaranto grazie a un calcio di rigore realizzato a dieci minuti dal termine. Una rete che fa esplodere il settore ospiti e che corona la bella prestazione canora dei toscani. Tre punti importantissimi nell’economia di questo inizio campionato, in un girone che tra l’altro annovera un’altra nobile decaduta come il Livorno e che nella sfida tra queste due piazze vedrà il suo massimo momento a livello di confronto curvaiolo.

Quando me ne vado le squadre hanno lasciato da pochissimo il terreno di gioco e gli aretini stanno ancora festeggiando. Sistemo velocemente la mia bicicletta sulla Roma Nord che – manco a dirlo – parte tranquillamente con qualche minuto di ritardo. Il Soratte domina la prima parte di questo viaggio verso la Capitale, con la campagne che emanano ancora un odore estivo. La mia corsa termina alla stazione Euclide. Un posto che se non sei di Roma mai immagineresti esser collocato nel quartiere Parioli per quanto è cupo, tetro e inquietante. E infatti la ritengo la stazione più fascinosa. Ma questa è un’altra storia…

Simone Meloni