L’Italia è universalmente ritenuta la patria del tifo organizzato ma il paradosso è che la produzione di riviste è a dir poco carente rispetto ad altri paesi europei e soprattutto nord-europei. Produzione che diventa ridicola se valutata sotto il profilo qualitativo. Da noi è un eterno fiorire di paginette facebook insulse, inzuppate di bolsa retorica e facili motti, la cui unica attività è quella della condivisione compulsiva di contenuti. Che fra l’altro nemmeno producono ma rubacchiano in giro per la rete. Zero fatica, zero approfondimento, zero qualità.

In questo scenario non si può che accogliere con curiosità e soddisfazione l’avvento di “Fuori Gioco”, rivista diretta da Alessandro Amorese e Mauro Bonvicini e pubblicata per la Eclettica Edizioni. Cento pagine in formato 17×24 in vendita sul sito della casa editrice a 15,20€ (o in abbonamento annuale a 55€) per una periodicità che, almeno nelle intenzioni iniziali, dovrebbe essere trimestrale. Un po’ alto come prezzo e questa cosa, a suo modo, potrebbe anche minarne la diffusione al grande pubblico. Va altresì detto che il lavoro è comunque di indubbia qualità. Dal punto di vista tecnologico carta e stampa non sono affatto di bassa lega e quindi tutto ciò va sicuramente ad incidere sul costo. Per la maggior parte le pagine sono in bianco e nero ma ce ne sono anche diverse a colori, mentre la copertina è in cartoncino.

Chiuse queste prime valutazioni tecniche, veniamo più approfonditamente ai contenuti. Conoscevo già Amorese e Bonvicini, erano stati anche nostri collaboratori della primissima ora, per cui la loro competenza e la loro meticolosità nell’approccio alla materia non mi hanno sorpreso, semplicemente perché mi erano note, anche se vanno ugualmente sottolineate per rimarcare la bontà del lavoro fatto. Assieme a loro, completano la redazione altri nomi noti per chi legge e mastica di stadi: Johnny Bresso, Denis Cesaratto, Francesco Basso, Niccolò Del Grande, Marcello Demelia.

Prendendo le mosse dalla nascita e la diffusione delle fanzine in Gran Bretagna viene quasi naturale proseguire parallelamente il discorso sulle fanzine di casa nostra. Mentre risulta una perfetta quadratura del cerchio l’intervista con Fabio Bruno, firma storica di “Supertifo” per il quale produsse le più belle interviste della purtroppo claudicante storia dell’editoria di settore. Ormai da tempo ritiratosi a vita privata e chiamatosi inoltre fuori dal calcio anche come semplice spettatore, Bruno riesce comunque ad essere molto pertinente anche nella visione attuale delle cose, oltre che interessante per tutto il bagaglio di esperienze vissute.

Tutta la prospettiva in effetti di questa rivista è proprio declinata al passato. C’è una bella galleria di vecchie fototifo e una altrettanto piacevole quanto ampia intervista sugli Ultras Ghetto della Reggiana. Un breve ritratto su Paul Scarrott, storico hooligan al seguito del Nottingham Forest e della nazionale di Sua Maestà, riporta il focus in Terra d’Albione, da cui poi sempre il buon Bonvicini apre ad una lunga trattazione a 360° sul Bovver Rock fra palchi, studi e stadi. Infine la coda della rivista è riservata a un bel racconto con un pub scozzese sullo sfondo, oltre a segnalazioni e recensioni di nuove uscite discografiche o in libreria.

Sarò sincero, per la mia versione ultraortodossa del mondo ultras, ho ritenuto eccessiva in termini di spazio la vetrina dedicata alla musica, anche se è un punto di vista del tutto soggettivo e per più di qualcuno potrebbe invece essere un valore aggiunto. Ho scoperto belle chicche anche io, quindi immagino che per gli amanti del genere possa essere ancora più apprezzato.

Se vogliamo, anche la stessa prospettiva tutta rivolta al passato talvolta potrebbe avere un retrogusto passatista e paternalistico. Ma all’interno delle valutazioni che si fanno, dei confronti che si hanno con gli intervistati, tutto finisce per rientrare nella corretta dialettica o nella sana valutazione delle cose da più angolazioni. Fra le righe o dalle risposte ottenute, comunque traspare che la rabbia sarà sempre un portato generazionale fra i più giovani, che continueranno sempre, oggi come ieri ad odiare la società e le sue istituzioni, anche se queste si sono fatte più raffinate tecnologicamente e selvagge nelle loro tecniche di controllo.

Alla fine insomma, quella che resta è la sensazione non già di una sorta di rappresentazione in maschera, edulcorata e acritica degli anni migliori del nostro tifo, ma di una sua ricostruzione storica attraverso la viva voce e l’esperienza dei suoi protagonisti. Affinché, com’è giusto che sia, di questa storia si materializzi il passaggio di testimone e diventi così patrimonio e bene comune. Tanto di chi c’è quanto di chi l’ha vissuta.

Matteo Falcone