Cosa lega da millenni Creta e Rodi a Gela? Cosa unisce queste due grandi isole greche a una città siciliana, lontana centinaia di chilometri? La risposta è semplice: le origini, i natali. Furono infatti dei cretesi e rodioti a fondare la città, nel 688 a.C., andando a erigere uno dei primi insediamenti ellenici in Sicilia, come attestano i numerosi ritrovamenti archeologici in città e nelle zone circostanti, nonché il rinvenimento di scritture con riferimenti alla città tutt’oggi custoditi a Lindos, capoluogo dell’isola di Rodi. Le radici greche di Gela sono facilmente riscontrabili innanzitutto nella sua collocazione, sullo sbocco del fiume omonimo e soprattutto dalla vasta pianura che ne caratterizza la zona retrostante, uno scenario che i greci cercavano quasi con ossessione in Italia, perché molto favorevole alla coltivazione e all’allevamento, a differenza della loro penisola, perlopiù arida e frastagliata. Isolani che fondano una città su un’isola, già di suo questo assume contorni fascinosi, se poi ci si aggiunge che per diverso tempo la stessa ebbe un ruolo assolutamente preminente all’interno della Sicilia, espandendosi e crescendo in modo quasi indisturbato in termini economici e di importanza strategica, ci si rende conto di quanto le radici di questo posto – poi falcidiato dallo sviluppo del petrolchimico nel secolo scorso – siano profonde. Soltanto la graduale crescita di Agrigento e Siracusa arresterà la preminenza gelese, che tuttavia resterà per secoli un fondamentale centro culturale in tutta l’isola, nonché un’avanguardia marinara (fa effetto scriverlo oggi, con il porto interrato, inutilizzabile e in attesa che la provvidenza – alias le istituzioni – ne disegnino una miglior sorte).
Avendo raggiunto il suo massimo splendore sotto la tirannide di Ippocrate, la sua posizione geografica – volta verso l’Africa – le costò spesso incursioni belliche, tanto è vero che successivamente a questo periodo fiorente, venne distrutta dai cartaginesi e successivamente ricostruita da Timoleonte. Tuttavia fu solo uno dei tanti attacchi catastrofici, tanto che in era medievale anche Federico II di Svevia dovette ricostruire il suo centro, chiamandola Eraclea, nome che poi muterà in Terranova. Soltanto nel 1927 le verrà restituito l’appellativo originario. Nomenclature che, curiosamente, lambiranno anche l’aspetto sportivo, come avremo modo di vedere più avanti. Parlando della sua storia recente è impossibile non menzionare l’importanza avuta nel secondo dopoguerra, con l’apertura delle raffinerie ENI che per decenni sono state croce e delizia, aiutandola a crescere economicamente e portando un importante indotto lavorativo in un’area difficile, essendo però anche causa di ingenti deturpazioni e, soprattutto, avendo gravi ripercussioni sulla salute dei cittadini. L’invasività di questa presenza ha per anni precluso lo sviluppo del turismo e solo negli ultimi tempi, di concerto con la dismissione di molti impianti, si è potuto avviare un discorso in tal senso.
Credo che i presupposti per visitare qualsiasi luogo, anche quello più malfamato, siano innanzitutto il rispetto e la curiosità. Il voler vedere oltre la corte pregiudizievole che spesso ricopre città e territori, sovente vittime di incuria e malagestione che contribuiscono a intrappolarle nello stereotipo anche quando provano lentamente a rialzarsi. Se, dunque, per molti Gela è stata solo quel posto “devastato dal petrolchimico”, per il sottoscritto è innanzitutto una delle culle dell’ellenismo italiano e di una storia lunga millenni (romani, bizantini, arabi, svevi e aragonesi ne hanno governato e preservato il territorio successivamente allo splendore greco), sicuramente più profonda di quella delle ciminiere che hanno provato a ricoprirne l’anima. Certo, è chiaro che il processo di trasformazione in atto abbia bisogno di tempo, pazienza e anche di un cambiamento radicale da un punto di vista sociale e politico (che qui, forse, per troppi anni ha “goduto” di agganci poco votati al benessere dei comuni cittadini e più intento a favorire intrallazzi e giochi sporchi dove si intrecciavano colletti bianchi e malesseri organizzati che endemicamente affliggono questa rigogliosa terra chiamata Sicilia). Oggi è bello vedere un lungomare vivo e pieno di gente intenta a passeggiare, ancora più bello è districarsi in quei vicoletti del centro storico tirati a lucido, dove i gelesi per primi hanno voluto decorare strade e finestre, evidenziando la loro voglia di cambiamento. La loro voglia di risorgere, che per certi versi è molto più difficile rispetto all’andarsene e costruire la propria strada di vita altrove (benché lo capisca e lo rispetti profondamente, l’uomo dovrebbe sempre puntare all’evoluzione e alla crescita). Un concentrato di storia, fallimenti, ripartenze e orgoglio che percorre la quotidianità di ottantamila anime, numeri da capogiro per una città non capoluogo di provincia.
Con il mio solito aereo preso quando il sole deve ancora sorgere e il sonno che scorre potente nelle vene, arrivo a Catania ben prima delle 8. Giusto in tempo per salire sul primo pullman destinazione Licata, che tra le fermate intermedie annovera proprio la città dove Eschilo decise di passare gli ultimi anni della sua vita. Malgrado sia ottobre inoltrato, quando arrivo a destinazione il sole già batte forte e subito posso accontentare una delle mie parafilie: visitare la stazione dei treni. In Sicilia gli scali ferroviari hanno spesso dimensioni e ambienti particolari, le strade ferrate sembrano sempre raccontare pezzi dei libri di Pirandello, Sciascia o Tomasi da Lampedusa, con queste stazioni brulle e aride, dove stuoli di anziani si dimenano seduti attorno a tavolini minuti, giocando a carte e “affrontandosi” rumorosamente nel loro dialetto. Non ho ancora capito il perché, quindi non lo so spiegare, ma c’è una sorta di aura anni ’80/’90, che mi ricorda le mattine estive passate con mio padre nelle scuole dove – da impiegato comunale – era chiamato a lavorare in quell’epoca. Sarà l’odore della resina che cade dai pini, simile a quella degli istituti di Ostia o Fiumicino in cui nel clima torrido di luglio ero solito passare il tempo con infiniti “nomi, cose, città, animali”.
Ma caldo e sole significano anche un’altra cosa: spiaggia, mare e bagno. Tanto per celebrare questa domenica mattina e il suo pre partita. Sempre suggestivo poter entrare nelle acque del Mediterraneo, un mare che storicamente per l’Italia ha significato molto e attraverso le cui acque sono transitate civiltà millenarie, di cui ancora oggi il Belpaese ne riflette storie, usi e costumi. Nel quadro gelese ci sono due cose che entrano nettamente in contrasto e che occupano la mia vista grandangolare del suo Golfo: da una parte il pontile ormai inutilizzato da anni, nonché la sagoma de “La Conchiglia”, un celebre stabilimento che negli anni ’50 e ’60 rappresentava uno dei luoghi più in voga della città, mentre in lontananza si staglia minaccioso lo scheletro di alcune costruzione afferenti al petrolchimico. Dall’altra, di contro, la sabbia continua bellissima, color avana, verso la Manfria e la sua Torre, un luogo che incastona leggende (su tutte quella del “Gigante”, un uomo forte e buono che si innamorò di una donna misteriosa, seguendola un giorno con il suo cavallo fino a vederla sparire. Di quella galoppata, secondo la leggenda, rimasero delle orme, oggi ancora visibili) e mare bluceleste, con i riflessi dorati del sole nelle giornate migliori. Dietro di me la vita corre lenta, con i ritmi della domenica mattina e alcuni autoctoni impegnati a passeggiare sulla sabbia. Sì, vero, ci sarebbe anche un Gela-Enna da raccontare. O almeno a cui girarci attorno, ma quelli che generalmente “prendono le ferie” per leggere i miei articoli, non saranno poi così scandalizzati (sic!).
Che poi, volendo introdurre il discorso calcistico, il prologo da fare non è così breve. Per parlare delle prime esperienze “di cuoio” a Gela, infatti, occorre tornare indietro di quasi cent’anni, più precisamente negli anni trenta del secolo scorso quando diversi club nascono per rappresentare la città sul manto verde (che in realtà, all’epoca, era in terra battuta). Nel 1948 l’SS Gela – che riprende i colori giallorossi del comune – diventa, di fatto, la prima squadra cittadina, trasformandosi nel 1955 in US Terranova. Pochi anni prima venne inaugurato lo stadio “Giardinelli” (dal nome dell’omonimo quartiere), che successivamente verrà intitolato all’atleta gelese Vincenzo Presti. Il massimo risultato ottenuto dai giallorossi sarà il raggiungimento della Serie C2, nella stagione 1978/1979. Nel frattempo, più precisamente nel 1975, in città sorge un altro club, la Juventina Gela, fondata dal palermitano Pietro Pisano, che in onore della sua squadra cittadina conferirà al club i colori rosanero. Sul finire degli anni ottanta il sodalizio riuscirà nell’impresa di conquistare il professionismo, che anche in questa esperienza, tuttavia, durerà soltanto una stagione.
La svolta arriva nel 1994, quando Juventina e Terranova decidono di fondersi, grazie alla comune proprietà della famiglia Alabisio, dando vita alla Juveterranova Gela, colori biancocelesti e come stemma un’aquila con le ali spiegate che poggia le zampe su un basamento, formato dai capitelli: lo stemma cittadino. Gli investimenti e la programmazione permettono al club di raggiungere la C2 in un paio di annate, mantenendo il professionismo per ben diversi anni, sebbene la retrocessione del 2002/2003 riporterebbe il sodalizio in D, venendo però inficiata dal seguente ripescaggio. Due stagioni dopo arriva anche la storica promozione in C1, che segna senza dubbio gli anni migliori del calcio gelese. Stagioni in cui al “Presti” si avvicendano avversarie storiche e nobili decadute, su tutte il Napoli di De Laurentiis. Nel 2006 il Gela non riesce a iscriversi al campionato e, grazie al Lodo Petrucci, viene paracadutato in C2, mentre due anni più tardi è ripescato in C1, dove resta fino al fallimento del 2011, quando è costretto a ripartire dalla Terza Categoria. Si avvicendano varie società e la piazza fa fatica a rialzarsi. Nel 2023 nasce l’attuale Gela Calcio, che riesce a tornare nel massimo campionato dilettantistico vincendo lo scorso campionato di Eccellenza.
Se la storia calcistica gelese è frastagliata, forse più lineare è quella del tifo organizzato, che conosce i primi vagiti negli anni ottanta, con la creazione della Gioventù Rosanero, al seguito dall’allora Juventina. Il movimento ultras prende piede nella seconda metà degli anni 80 con la Gioventù Rosa Nero, dai colori sociali dell’allora Juventina Gela. Tuttavia il vero e proprio balzo in avanti per un’organizzazione più capillare si ha ad inizio anni ’90: nel 1991 nascono gli Indians, ancora oggi attivi, che vengono poi affiancati da Boys, Metalli Fusi e Forever Ultras Ghetto. Nei primi duemila sorgono le Brigate e i Kaotic Group, dalla cui unione nascono gli Ultras Gela 2003. Altro snodo cruciale è datata 2006, quando tutti i gruppi esistenti si identificano dietro la sigla Vecchio Stile 1987 (anno scelto come punto di riferimento della nascita del movimento ultras a Gela). Oggi la Curva Angelo Boscaglia (giovane fratello dell’ex giocatore e attuale allenatore Roberto che il 22 maggio 1996 perse la vita mentre si recava in auto verso Roma, per assistere alla finale di Champions League tra Juventus e Ajax) è costituita da tre gruppi: gli Indians (tornati attivi dopo il distacco anni fa dal Vecchio Stile), la Militanza Ultras e le Teste Matte. Il Vecchio Stile, anch’esso ancora attivo, prende invece posto in un angolo della tribuna. Nonostante ciò gli ultras dalla stagione corrente si compattano nelle gare in trasferta, tifando insieme. Tra le principali rivalità vanno sicuramente menzionate; Acireale, Nissa, Igea, Paternò, Ragusa e Vittoria. Mentre rapporti di amicizia esistono con le curve di Latina, Siracusa, Serradifalco e Ispica.
Al “Presti” quest’oggi va di scena la sfida con l’Enna, che per quanto mi riguarda offre spunti su ambo i fronte, sebbene tra le due tifoserie viga un rapporto di sostanziale indifferenza. Come sempre in queste occasioni, prima di entrare al suo interno, le attenzioni del pre gara sono tutte destinate al vecchio impianto gelese. Mura di cinta rettangolari, palazzi attorno, cancelloni arrugginiti, cancelli divelti lasciati per terra e scritte disseminate in vari punti: direi che si parte bene! Degli stadi lindi e pinti, lo ripeterò fino alla nausea, non me ne importa davvero nulla. Cerco l’anima in questi templi, il vissuto e gli anfratti dove il tempo ha segnato il suo passaggio. Mettiamoci poi che siamo a un tiro di schioppo dalla stazione ferroviaria e dall’autostazione e per me già è promosso a pieni voti. Profuma di sport siciliano autentico e chi oggi ne sogna la demolizione o, peggio ancora, la sostituzione con qualche casermone moderno, funzionale ma grigio e spento, sono abbastanza certo che in futuro si pentirebbe nel non poterne più popolare le gradinate.
Il Gela viene da tre sconfitte consecutive e cerca oggi un disperato riscatto, dopo un inizio di campionato che sembrava aver serbato tutt’altre premesse per i biancazzurri. Nota di merito per il baracchino che all’ingresso vende brioche da riempire con le granite: ora ditemi voi perché si dovrebbe costruire un impianto avveniristico con ristorante all’interno quando in quest’isola si “permettono” di avere brioche, arancine, cannoli, granite e quant’altro a portata di tifoso? Sebbene questa sia la terra dell’impanata, un sublime pezzo della rosticceria che va provato senza troppi indugi. Ciò detto posso concedermi un bel giretto del perimetro interno, osservando i tifosi che alla spicciolata vanno a prendere posto. Malgrado l’affluenza, finora, sia stata sempre di tutto rispetto, i prezzi scelti dal club non sono propriamente popolari, con gradinata e settore ospiti venduti a 16 e 15 Euro, cosa che non verrà propriamente accolta di buon grado dai tifosi ennesi. Purtroppo quella del caroprezzi è una piaga che negli ultimi anni ha preso piede anche nelle serie dilettantistiche, in modo spesso anche poco intelligente.
Quando manca poco al fischio d’inizio, entrambe le fazioni sono al loro posto, con la curva di casa che inizia a sostenere i propri colori: tanti ragazzi presenti tra le fila degli ultras, cosa che rispecchia ancora una volta il grande ricambio generazionale di cui è stato protagonista il nostro Pase nell’ultimo decennio. Un ricambio purtroppo avversato dalla forte e folle recrudescenza della repressione, ma importantissimo da incanalare e sotto cui tenere solide le basi per avere ancora un futuro. So bene quanto, spesso e volentieri, soprattutto in luoghi dove non si riesce ad avere una continuità sportiva e quindi anche un necessario confronto con l’esterno, il conflitto generazionale sia dietro l’angolo. Un aspetto che purtroppo è quasi sempre un boomerang, pronto a ritorcersi contro l’intera tifoseria e a favorire una frammentazione o una disgregazione tanto anelata e sperata da chi vuol radere al suolo l’ultimo movimento aggregativo giovanile del nostro Paese. A volte si contrappongo l’esuberanza con la riflessività, aspetti che prevalgono nelle varie fasi delle nostre vite. Aspetti che sono naturali e riguardano/hanno riguardato tutti quelli che si sono messi dietro uno striscione e per i quali, a mio modesto avviso, occorrerebbe sempre trovare una sintesi. Per non snaturarsi, certo, ma anche per non regalare troppo a un sistema ormai spietato e dalla millimetrica precisione nelle sue esecuzioni “balistiche”.
Le due squadre entrano sul terreno di gioco e la sfida del tifo può ufficialmente dirsi aperta. Dopo averli visti tra le mura amiche, lo scorso anno, è la seconda volta che vedo all’opera i ragazzi dell’Aggregazione Ultras. La buona impressione avuta al “Generale Gaeta” è confermata quest’oggi: un’ottantina i presenti, che per tutta la gara si distingueranno con manate, bandiere, cori tenuti a lungo e una sciarpata nel secondo tempo. Non voglio ripetermi, altrimenti sembro affetto precocemente da demenza senile, però quando dietro a una curva, a un gruppo, c’è un’idea, un pensiero, un modus vivendi, il risultato è quasi sempre sicuro. Parliamo inoltre di Enna, non una città popolosa o stradaiola, né tanto meno dalla recente storia calcistica vittoriosa e sfavillante. Questa generazione di ultras gialloverdi si è costruita e si sta costruendo lentamente, lo si nota anche dall’età dei presenti. E lo sta facendo senza i fari di una effimera notorietà o il clamore di annunci a volte ridicoli nella loro retorica ostentata da alcuni gruppi o, peggio ancora, emulata dalle “grandi” tifoserie (molte delle quali di grande hanno ormai solo il nome). Una della cose che più apprezzo di loro è la priorità nel divertirsi (vecchio e infallibile metodo aggregativo, peraltro). Sfumatura che dovrebbe ricordare quanto non ci si debba prendere troppo seriamente, quasi fosse un lavoro!
Sul fronte opposto i padroni di casa saranno autori di una gran bella prova, non conoscendo mai sosta nell’arco dei novanta minuti. I gelesi – che anni fa avevo avuto modo di vedere all’opera in quel di San Cataldo – cantano a spron battuto, alternando manate e cori lunghi, con un paio di bandieroni sempre in alto. Belle le esultanze ai tre gol che regalano i tre punti tanto bramati e tranquillizzano una tifoseria che cominciava a temere il tracollo. Piccola opinione non richiesta (che tuttavia non è un giudizio): da amante del movimento ultras è un peccato vedere i ragazzi del Vecchio Stile in gradinata, intuendo quanto in un contesto come quello gelese potrebbero dare in termini di sostanza e qualità a una curva già di suo di ottimo livello. Senza dubbio, comunque, l’esser tornati compatti in trasferta è un fondamentale passo avanti, importantissimo per apparire granitici e unire le potenzialità. Mi limito a una nota di merito verso il loro materiale, apprezzando in particolar modo la “parafrasi” di una nota marca di abiti, che in una loro pezza diventa l’esaltazione alla Sicilia meridionale!
Quando il direttore di gara decreta la fine delle ostilità, i supporter ennesi continuano imperituri a cantare, quasi disinteressati dalla sconfitta e vogliosi di dimostrare tutto il loro senso di appartenenza. Reazione di giubilo, ovviamente, su fronte casalingo, con il ritorno alla vittoria che soddisfa tutti e il grido di liberazione che si leva da tutti i due settore dove sono collocati tifosi biancazzurri. La squadra va a raccogliere il plauso e poi rientra negli spogliatoi, mentre io, come sempre, resto a rimirare la poeticità degli spalti che si svuota, lasciando il tempio deserto e in attesa della prossima liturgia. Il sole è ancora alto, sembra che qui l’autunno non sia mai davvero arrivato e questo è un qualcosa di eccezionale, che mi rallegra malgrado la stanchezza cominci pesantemente a farsi sentire. Sarebbe riduttivo dire che “un’altra tappa sicula” è stata fatta. Perché girare quest’isola, conoscerne le città attraverso gli ultras, non è un qualcosa di programmato o schematico. Si tratta di un viaggio a puntate che viene da solo, che non si crogiola nell’ansia da prestazione e che è nato quasi casualmente, sicuro senza la voglia di apparire ma con l’unica pretesa di raccontare.
Si avvicina il ritorno. Si avvicina la partenza. La mattina successiva un forte vento spazza il lungomare, increspando le onde e primeggiando sul Golfo, quasi volesse far riprendere la scena ai “fantasmi del passato”. Ai greci, ai cretesi, ai rodioti. Ma anche a tutte quelle genti che hanno calpestato questo suolo. Calpestato, non martoriato. Due parole che distinguono il rispetto dal grossolano stupro di una terra. Riguardo ancora la bellezza di queste spiagge e rileggo con emozione una targa apposta a pochi passi da “La Conchiglia”. Una targa su cui spicca parte di alcune parole pronunciate da Salvatore Quasimodo: “Sulla sabbia di Gela colore della paglia mi stendevo fanciullo in riva al mare, antico di Grecia con molti sogni, nei pugni, stretti nel petto..”. L’altra metà la porta il vento ed è importante coglierla tra le mani e ascoltarla: “…là Eschilo esule misurò versi e passi sconsolati, In quel golfo arso l’aquila lo vide e fu l’ultimo giorno”.
Simone Meloni




















































































































































