Un bel racconto ricevuto da un nostro lettore di fede ascolana. Racconto che, semplicemente adattando i particolari, potrebbe essere quello della storia di uno qualunque di noi che muove i suoi primi passi sui gradoni di una curva.

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Vecchio stadio e Serie C, l’illusione che tutto sia ancora a posto: Ascoli-L’AquilaA 6 anni le mie esperienze su quei gradoni del Del Duca erano praticamente nulle. Ogni domenica vedevo mio padre prendere la sciarpa bianconera, salutare tutti e dire: “Io vado a vedere l’Ascoli” ma, almeno fino a quel 2 dicembre 2001, la frase da un orecchio mi entrava e dall’altro mi usciva, ma non quel giorno, quel giorno allo stadio ci sono voluto andare anche io. Mamma mi diede una sciarpetta bianconera stile anni ’80 e, con molta preoccupazione, mi lasciò andare perchè tanto c’erano le braccia sicure di papà a proteggermi. Purtroppo non ricordo bene le prime sensazioni che provai nell’entrare in quell’edificio, in quel tempio, che da lì a poco sarebbe diventato la mia seconda casa e quella gente la mia seconda famiglia. L’unica sensazione che ricordo di aver provato, per la prima oretta, fu soltanto una: la noia! Ero seduto su quei gradoni a girarmi i pollici sperando nella fine di quel calvario. Al termine dei 45 minuti ero felicissimo, convinto che questo supplizio fosse giunto alla fine. Ed invece no. C’erano altri 45 minuti di noia! Mi rimisi a sedere mangiando dei bruscolini che papà mi comprò sperando, invano, di farmi stare buono. Il tempo sembrava non passare mai fino a quando avvenne una cosa, un uomo sulla balaustra disse: “Tirate fuori le sciarpe!”. Partì uno dei cori più belli della storia dell’Ascoli sotto le note di una canzone del grande Battisti “Picchio alè, picchiò alè, questo è il tempo di combattere, gireremo tutto il mondo insieme a te, per cantare a squarciagola Picchio alè, Picchio alè, Picchio alè!”. Papà mi prese in braccio per farmi partecipare a quello che può definirsi uno dei cavalli di battaglia della nostra tifoseria: la sciarpata! Avevo quella sciarpetta tesa insieme a non si sa quante altre persone! Il dado era tratto! Il mio cuore iniziava a colorarsi di bianconero, ma mancava ancora un tassello, mancava la scintilla e come tutte le belle favole arrivò puntuale. In quel caso però l’eroe non aveva un’armatura e neanche una spada, aveva solo una maglietta a strisce alternate, prima bianca e poi nera e così via, e sulla schiena aveva scritto un numero: il 9. Salvatore era il nome, Bruno il cognome, ma per tutti noi era semplicemente Sasà Bruno. Colpo di testa e gol! Ascoli 3 Nocerina 1! Il primo gol che vidi! Mio padre mi prese in braccio e mi disse delle parole che ho ancora oggi impresse nella mente perchè, per tutte le grandi storie d’amore che si rispettino, del primo bacio ci si ricorderà sempre tutto, anche il più piccolo particolare:”Teo lo vedi quello con la maglietta numero 9? Ha fatto tre gol oggi! Ha fatto una tripletta!”. La scintilla era scattata, avevo preso anche io quella famosa malattia di cui parlava Rozzi e di cui sono ancora orgogliosamente contagiato. Da quel giorno su quei gradoni ho imparato tanto: che i giocatori passano ma la maglia resta, che il tempo alcune volte scorre veloce ed invece altre volte sembra che le lancette si siano fermate, che l’importante sia non arrendersi mai e lottare sempre con il cuore, ho capito cosa voglia dire perdere una partita al novantesimo dopo averla dominata in lungo e in largo oppure vincerla in rimonta con due gol nel recupero…ho capito il significato di soffrire e lottare per un ideale, una maglia o forse no, il termine perfetto sarebbe: simbolo, simbolo non di una città, ma di un popolo intero, quello piceno.

Ogni tanto ripenso a quel giorno, se quel colpo di testa fosse finito sulla traversa l’avrei presa questa malattia? Forse sì o forse no, ma intanto canticchio ancora:”Sasà Bruno gol, Sasà Bruno gol…”