Qualche anno fa, con la squadra per l’ennesima volta sull’orlo del baratro, i tifosi del Fasano decisero di costituirsi in associazione, “Il Fasano siamo noi”, e attraverso lo strumento dell’azionariato popolare tentare di salvare la propria compagine. Nel corso del tempo quel salvataggio, che sembrava quasi un’impresa disperata, si trasformò in una serie di vittorie esaltanti: campionato di Promozione, Coppa di Categoria, poi l’Eccellenza che è valsa l’accesso all’attuale Serie D, sempre e costantemente con il controllo e la partecipazione diretta della tifoseria.
Da sempre, per i puristi del mondo ultras, il limite di queste scelte è nella istituzionalizzazione del tifo che porterebbe, secondo la critica, a evirare in certo qual modo almeno parte dell’indole ribellistica e anti-sistema dei tifosi, proprio per permettere agli stessi di entrare in quel sistema dall’interno. In questo principio di vasi comunicanti però, quei tifosi possono permettersi il lusso di controllare e partecipare diversi aspetti della vita del proprio club senza che i benpensanti di turno o i “moralistoni” dalla penna veloce vengano a malignare su contiguità o ambiguità nei rapporti fra tifosi e società. Fra i due estremi, il dibattito è ancora e sempre aperto e le opinioni le più varie: nel caso specifico restano come fatti tangibili i risultati fin qui raccolti, resta il ruolo determinante e predominante della tifoseria nella gestione del settore giovanile, vero motore delle piccole realtà calcistiche. E in dibattiti importanti come questo, resta aperta la possibilità di accreditarsi come interlocutore verso le autorità calcistiche, di proporre le proprie idee e le proprie istanze, di tentare insomma di cambiare dall’interno quelle dinamiche che si è sempre e soltanto subito.
Se il calcioscommesse è un argomento controverso, che nel calcio professionistico può essere moralmente accettato con l’ipocrita scusa che quei soldi non possono tentare degli atleti già lautamente pagati (e la storia ciclicamente ci dimostra quanto ciò non costituisca affatto una garanzia…), nel calcio dilettantistico dove i soldi sono di gran lunga inferiori, dove i calciatori in teoria non dovrebbero ricevere altro che rimborsi spese, data la natura dilettantistica, porre un argine alle degenerazioni e alle tentazioni è sicuramente un passo da valutare. Che si faccia o meno, che si faccia ma a determinate condizioni, poi sarà la storia a dircelo. Nel frattempo, nel loro piccolo, i tifosi hanno potuto dire la loro. Magari resteranno inascoltati, chi lo sa. Ma hanno una voce, ufficiale e credibile, quando fino a ieri erano trattati come dei reietti. Il percorso è lungo, le critiche a questo stesso modello sono tante, i cortocircuiti sempre in agguato, ma qualche piccolo passo almeno si sta muovendo.
MF