Per raccontare la storia di Showan Shattak si potrebbe cominciare dai campi da calcio del Malmö Fotbollförening, la squadra della terza città più grande della Svezia, di cui Showan sostiene i colori da sempre. Si può e si deve, forse, anche se il suo nome fa capolino da noi grazie ai social network che da ieri si stringono attorno all’hashtag #KampaShowan. Traduzione dallo svedese: Showan lotta.

Ma Kampa Showan, prima di diventare un hashtag, è stato lo striscione apparso ieri pomeriggio nella curva dell’Herta Berlino e riportata nella pagina Facebook degli Ultras del Malmö. È grazie a loro, infatti, se la storia di Showan ha superato i confini svedesi diventando un caso esemplare, quasi già un simbolo e il motore per una denuncia internazionale contro l’omofobia.

Nella notte fra l’8 e il 9 marzo, finite le manifestazioni per la Festa Internazionale della Donna, Showan è rimasto vittima, insieme ad altre persone, di un attacco che lo ha mandato in fin di vita – “accoltellato e picchiato dai nazisti”, si legge nella pagina Facebook degli Ultras del Malmö, che nello stesso messaggio ribadiscono: “non accetteremo mai razzismo e nazismo sulla nostra curva, o nella nostra città”.

Chi scrive dell’aggressione a Showan però, non sottolinea le origini iraniane del suo nome, né accenna al fatto che i suoi colori e i suoi tratti somatici siano quanto di più lontano si possa immaginare dallo stereotipo dello svedese “biondo-occhi azzurri”. Showan è semmai presentato come un attivista che ha portato la sua battaglia contro l’omofobia sugli spalti e sui social network, dove la sua pagina FacebookFotbollssupportrar mot homofobi, Tifosi contro l’omofobia, raccoglie oltre 5mila “Mi Piace”. Qualcuno cerca di smontare il caso: “Showan è un estremista di sinistra” – è il commento a uno dei primi post di denuncia, comparsi sulla rete. L’autrice dell’articolo difende se stessa e il ragazzo: “Lo conosco da quando avevo 16 anni […] Il suo cuore batte per la democrazia, contro il razzismo e l’omofobia”.

Nella stessa pagina Fotbollssupportrar mot homofobi, adesso, si hanno aggiornamenti sulle condizioni di Showan – “stabili ma ancora critiche” – e la presa di coscienza: “Al momento non sappiamo come abbiamo intenzione di continuare. Non sappiamo quale sia il passo successivo. Sappiamo solo che la violenza è reale e vicina, e che la lotta deve continuare in qualche modo!”

La realtà di Malmö, in effetti, non appare facile per chi porta i caratteri della diversità. “A Malmö il colore dei capelli non è un dettaglio” – Angela Manganaro attaccava così un articolo dal titolo “Malmö, dove la Svezia è intollerante”, pubblicato qualche tempo fa su Il Sole-24Ore. Più recentemente, per Il Foglio, Giulio Meotti ha raccontato degli episodi di antisemitismo nella stessa Malmö – presentata come “simbolo dell’anima ‘moderna e cosmopolita’ del paese scandinavo e di quel modello di uguaglianza, pari opportunità, alfabetizzazione, integrazione e welfare state”, che al tempo stesso vede scappare le famiglie ebree. Un sito svedese, invece, parlando proprio dell’aggressione dello scorso 8 marzo a Malmö, scrive che “non può essere considerato un caso isolato. L’attacco incendiario al liceo di Kvarnby, nell’ottobre 2013, è stato solo l’inizio di una escalation della violenza nazista nei pressi di Malmö… A gennaio una sedicenne, membro dei Giovani Socialdemocratici svedesi è stata attaccata da due uomini che l’hanno intimata di non diffondere le sue idee.”

Solidarietà, denuncia ma anche l’informazione sulla storia di Showan si diffondono adesso attraverso i social network – non solo in Svezia, né solo in Italia (dove, prima di noi, ne hanno parlato alcuni siti di sport, ad esempio qui) – e l’hashtag #kampaShowan.

Su Facebook, in seguito all’aggressione, è nata la pagina di solidarietà Solidaritet med kamraterna i Malmö. #kämpashowan, che in meno di 24 ore ha raccolto quasi 5600 sottoscrizioni.

[Fonte: Squer.it]