La foto dello stadio di Trieste, con le sagome dei tifosi al posto di quelli veri che allo stadio non vanno più, esprime un disagio che va molto al di là del calcio. Il fenomeno della bassa marea umana non ha svuotato una gradinata qualsiasi, ma la tribuna opposta a quella centrale, i distinti, che nella gerarchia sociale degli stadi rappresentano il ceto medio. Nelle curve vanno i giovani, va il popolo sanguigno e poco danaroso. La tribuna principale ospita i vip, i ricchi, i giornalisti, le vecchie glorie e gli imbucati, insomma i privilegiati. Resta il settore più ampio, destinato in teoria alla classe più numerosa: quel ceto medio che può spendere ma non troppo e però non rinuncia alla possibilità di vedere bene lo spettacolo, che a chiunque lo osservi dalla curva risulta invece schiacciato dalla prospettiva. I distinti rappresentano una scelta di buon senso, rassicurante, costruttiva. Se la curva è un’utilitaria e la tribuna un Suv, i distinti sono una «berlina», più utile che bella e però comoda, solida, spaziosa.

Il guaio è che con la crisi economica nei distinti ormai non ci va più nessuno, e non solo a Trieste. Fra i borghesi che li abitavano, i più arrabbiati sono finiti in curva al fianco degli ultrà. I più furbi e ammanicati si sono sistemati in tribuna. E tutti gli altri, la stragrande maggioranza? A casa, davanti alla tv. Ma un calcio e un mondo dove hanno voce solo gli ultrà e i privilegiati è qualcosa di zoppo, isterico e triste. Perché è il popolo dei distinti che dà il tono a uno stadio, a una comunità.

[Fonte: La Stampa]