Doveva essere inizialmente un onesto e schematico articolo sul match contro gli elvetici. Ho preferito attendere la sfida di Windsor Park per buttare giù qualche riflessione generica. Si potrebbe cominciare dicendo che non eravamo il Brasile del 1970 prima e non siamo Andorra oggi. Questo per riportare nel mezzo l’asticella e tentare di dare una dimensione reale al periodo storico che la Nazionale (e quindi il calcio italiano) sta attraversando. Il girone di qualificazione in cui siamo stati inseriti ci dà due indicazioni fondamentali: la prima è che ormai di squadre “materasso” in Europa non ce ne sono quasi più e laddove un tempo si andava “in ciabatte” (vedi anche Irlanda del Nord) oggi bisogna avere rispetto e considerazione.

Nazionali come quella anglosassone hanno lavorato sodo e bene sui propri vivai e sulle proprie compagini rappresentative (approfittando anche di un netto livellamento verso il basso?) e così oggi anche un portiere “da Serie C” – come è stato ironicamente e ripetutamente appellato il buon Peacock-Farrell, “colpevole” di militare nella terza serie inglese con lo Sheffield Wednesday – può essere degno di questi livelli. Anche perché, nessuno me ne voglia, ma campionati come la Championship o la League One inglese per tasso tecnico, agonistico e competitività sono di gran lunga superiori alle nostre B e C.

Inoltre – e questa è la seconda indicazione – se un tempo in campi come quello di Belfast andavano i vari Baggio, Totti, Del Piero, Pirlo, Nesta, Maldini, Cannavaro etc etc oggi vanno protagonisti di una levatura tecnica e mentale inferiore. E questo è un dato di fatto che non appuriamo adesso e che nemmeno il trionfo di Wembley poteva ahinoi scalfire. È inoltre un fedele riflesso dei nostri campionati nazionali e, di conseguenza, dell’ancora poco efficace e flebile lavoro dei club e delle Leghe (ma anche della Federazione) in fase di programmazione e crescita.

Senza voler gettare la croce addosso a nessuno (perché poi dai nostri scranni siamo tutti allenatori e raffinati tecnici) è poi innegabile che in questo girone di qualificazione abbiano pesato come macigni i due errori dal dischetto di Jorginho, il pareggio casalingo contro la modesta Bulgaria e le numerose assenze in queste ultime due partite. Il calcio è anche frutto di episodi e l’attuale situazione non è comunque paragonabile alla sciagurata gestione Ventura; chi lo sostiene forse ha dimenticato la bella Italia costruita finora da Mancini, una squadra che al netto di un organico non sfavillante aveva dimostrato tutta la propria solidità già nel cammino verso Euro 2020. Ancor più in malafede è chi parla di “stellone” riferendosi al successo europeo. Se concludere il proprio girone a punteggio pieno, battere Austria, Belgio, Spagna e Inghilterra a domicilio è solo e soltanto merito del fato, allora ci conviene cambiare sport da seguire e commentare. Fermo restando che ogni successo – anche il più netto e perentorio – implica una piccola dose di fortuna. Virtù che del resto aiuta proverbialmente gli audaci!

Lo spettro degli spareggi preoccupa e spaventa sia chiaro. Soprattutto in virtù della cervellotica formula scelta dalla Uefa: accedono ai playoff 12 squadre in tutto, le 10 seconde nei 10 gironi di qualificazione più le due migliori dell’ultima Nations League non qualificate attraverso i gironi di qualificazione. Dodici squadre che verranno divise in tre gironi da quattro squadre ciascuno.

Attraverso un sorteggio, in ogni girone ci saranno due teste di serie e due non teste di serie. Le due teste di serie affronteranno le due non teste di serie in semifinali in gara unica che determineranno le due vincenti che si scontreranno nella finale, sempre in gara unica. Dai tre gironi usciranno dunque le ultime tre europee qualificate al Mondiale. Le semifinali dei tre gironi (due per girone, sei in tutto) si giocheranno il 24 e 25 marzo; il 28 e il 29 invece si giocheranno le tre finali. Le semifinali si giocheranno in casa delle squadre teste di serie; le finali si giocheranno invece in campi determinati da sorteggio.

Quindi sulla carta gli azzurri sono chiamati a disputare sempre due gare, come in occasione della “vecchia formula”, ma con due squadre differenti e soprattutto in confronti “secchi”. Va evitato il Portogallo, è vero, ma non vanno assolutamente prese sottogamba le altre squadre in lizza. Proprio in virtù di quanto detto sopra.

Innegabile dire che in marzo saremo chiamati a un importante giro di boa come movimento calcistico. Dopo l’euforia della vittoria bisogna confermarsi e affermarsi proprio quando le acque sembra ci stiano per inghiottire. Senza paura e senza farsi mangiare vivi dal fantasma della serataccia di San Siro in cui a staccare il tagliando per il Mondiale furono gli svedesi. Di certo fallire nuovamente la qualificazione a una fase finale sarebbe grave. E non solo per il prestigio e la tradizione di una delle Nazionali più titolate, ma anche per il tanto lavoro che c’è ancora da fare per riportare il nostro pallone a stabili e costanti livelli. Vorrebbe dire bucare la competizione iridata per due volte di fila, rimandando utopicamente il discorso a United 2026 (quando saranno Usa, Messico e Canada a ospitare la kermesse) e nel frattempo far disamorare e disinteressare diverse generazioni che già oggi fanno fatica a cogliere l’aspetto più ludico e sociale del calcio. E non mi soffermo, volutamente, sul danno economico.

Simone Meloni