Benevento, stazione di Porta Rufina. Un minuscolo scalo ferroviario nascosto tra le sterpaglie che sanciscono la fine di una piccola strada alle porte del capoluogo sannita. La prima parte della mia giornata è finita e questi binari rappresentano le mie personalissime Colonne d’Ercole. Da Benevento-Avellino si passerà a Salernitana-Frosinone. Con un viaggio d’altri tempi. Salendo e scendendo la dorsale appenninica, solleticando al centro la schiena di un meridione forse poco conosciuto ma proprio per questo mozzafiato, da osservare nei suoi paesaggi selvatici, con i suoi fiumi che intersecano gole e vallate.

È la dolce culla di un ideale secondo tempo, dopo una prima frazione giocata alla grande. Un derby, l’ennesimo, che rientra appieno nell’obiettivo che mi sono posto in questa stagione: seguire il più alto numero possibile di sfide storiche o segnate da forti rivalità campanilistiche. Quella tra giallorossi e biancoverdi rientra sicuramente tra le papabili.

Due città divise da poche chilometri e da un’antipatia di cui non hanno mai fatto mistero. Siamo in primavera inoltrata e la calura si fa sentire quando, provenendo da Roma, le porte del mio treno si aprono nella piccola stazione di Telese. Il polline devasta le mie narici, lasciando un clamoroso strascico di starnuti e imprecazioni. Ma li tollero ben volentieri se in cambio c’è la mitezza di una terra che troppe poche volte ci ricorda la sua bellezza e la sua variegata diversità.

Il fischio d’inizio è fissato per le 12,30. Di Primo Maggio. Potremmo parlare a lungo di quanto tutto questo sia opportuno, ma forse basterebbe sintetizzare determinate scelte con il volere di una società, quella moderna, sempre più decisa ad eliminare silenziosamente giornate di pura ed assoluta festa in cambio di una “connessione cerebrale” costante e continua. Siamo partiti dai negozi aperti la domenica pomeriggio nei centri storici delle città più grandi, arrivando a supermercati ormai in funzione 24h. Il tutto per convogliare l’idea – fatta tacitamente passare come grande svolta epocale – che si possa e si debba lavorare per tutta la settimana. Credo che questo passi anche attraverso il calcio, che come sempre riveste un ruolo fondamentale nei mutamenti sociali.

Di tempo per ragionare e lamentarmi comunque ne ho poco. La camminata fino al Santa Colomba è come sempre impegnativa, vista la distanza tutt’altro che esigua. Attraverso il ponte sul Sabato e penso a quanto Benevento abbia legato a questo corso d’acqua la sua storia, tra mito e leggenda. Era qui che i Longobardi – espletando i propri riti pagani – appendevano la pelle di un animale ai rami di un noce e poi, in groppa ai cavalli, con la parte anteriore del corpo rivolta verso la coda dell’animale, cavalcando velocemente, in una specie di “quintana”, dovevano strappare con un’arma dei brandelli della pelle appesa all’albero, tessuti organici che essi poi mangiavano.

Quel sottile filo che lega il calcio alla storia, e di conseguenza alle tradizioni dei suoi tifosi, è sempre teso e ben visibile per il sottoscritto.

È stata un’annata particolare per i giallorossi. Catapultati dalla Lega Pro alla cadetteria, hanno per un periodo accarezzato il sogno della promozione diretta, finendo per dare battaglia nelle zone playoff. E oggi si giocano il primo match-point per accedere agli spareggi. Un vecchio adagio diceva “comunque vada sarà un successo”, e credo nessun tifoso beneventano potrà sentirsi in dovere di contraddirlo al termine di questa stagione.

I bellissimi murales che circondano lo storico impianto costruito da Costantino Rozzi recitano un ruolo fondamentale nell’accoglienza del forestiero. Le contemporanee formule repressive hanno avanzato cancelli, tornelli e gabbie, rovinando spesso il perimetro che circonda gli stadi. Ben venga una pioggia di colore che indica la propria appartenenza e rende un posto allegro anche alla sola visione di colori e scritte.

Sì, perché nonostante qualcuno voglia far credere il contrario, il calcio è innanzitutto questo: qual è il motivo per il quale da piccoli ci innamoriamo di questo sport o di una squadra in particolare? Quelle contrapposizioni cromatiche, quelle maglie indossate e sudate: sogniamo sin da fanciulli lo scontro tra cavalieri di opposte fazioni, ognuno con un gonfalone in mano e una spada nell’altra. Andateglielo a dire a chi, in questi anni tristi e grigi, ha obbligato calciatori e tifosi a terzi tempi e scambi di maglie.

Sento il rullio dei tamburi sulle gradinate. I tifosi ospiti ancora debbono entrare, mentre lo stadio va lentamente riempiendosi. È ovviamente la prima volta che questa sfida si disputa in Serie B e un po’ tutti l’hanno attesa con fervore – forse solo dopo quella col Bari – per fronteggiare i rivali su un palcoscenico così prestigioso. Io ho la fortuna di esserne spettatore neutrale e ciò mi permette di giudicare senza pregiudizi. Ma so per certo che a prescindere ne è valsa la pena venire, anche solo per vedere quelle migliaia di facce tirate durante la partita, così come quelle disfatte dalla rabbia contrapposte ai sorrisi di gioia dei vincitori.

Il pallone funziona così, e ti fa star male e bene nei giorni successivi. Talmente la fede in una squadra va oltre la semplice passione per uno sport.

Ore 12,29, la Sud comincia a far scendere la propria coreografia. Gli avellinesi sono arrivati, ma non entrano di proposito. Con uno striscione poggiato in balaustra lasciano intendere di non voler considerare gli ospiti, “rifiutandosi” di vedere quello che per un tifoso rappresenta forse il momento più alto in questo genere di sfide: la coreografia.

Bella, devo dire. Se spesso non ho visto con molto entusiasmo il materiale realizzato dalla Curva Sud, questa volta ammetto che ho apprezzato molto la realizzazione di questa scenografia: un connubio indissolubile tra la città e la propria storia. Un qualcosa che spesso solo il nostro Paese sa regalare.

Il richiamo è ovviamente alla battaglia delle Forche Caudine, scontro tra sanniti e romani svoltosi per l’appunto presso Caudio (centro più importante per i sanniti, attualmente localizzabile nei pressi di Montesarchio) durante la seconda guerra sannitica in cui i primi ne uscirono vincitori contro l’esercito della Repubblica, obbligando i romani a passare sotto i gioghi e sottoponendoli a diverse umiliazioni. La sconfitta fu talmente eclatante per l’esercito romano che ancora oggi la frase “passare sotto le Forche Caudine” indica una resa o un’umiliazione importante.

In balaustra viene citata una frase contenuta nel libro nono dell’Ab Urbe Condita, che Tito Livio attribuisce al comandante dell’esercito sannita Gaio Ponzio. Questa la traduzione dal latino all’italiano: “Li avrebbero fatti passare sotto il giogo privi di armi e con una sola veste per ciascuno. Il resto delle condizioni sarebbero state eque per vincitori e vinti: se i Romani avessero abbandonato il territorio sannita e avessero ritirato le colonie fondate, allora Romani e Sanniti in futuro sarebbero vissuti attenendosi alle loro leggi in base a un patto di alleanza alla pari”.

Nei boccaporti dell’anello superiore vengono issati quattro teloni che raffigurano l’Arco di Traiano, il Teatro Romano, il rito delle streghe sotto il Noce e il Ponte Leproso. L’unico appunto che mi sento di fargli è sullo striscione esposta in balaustra: forse sarebbe stato stilisticamente più bello se realizzato con la vernice anziché con la stampa. Ma è davvero un’inezia.

I cartoncini cominciano ad abbassarsi proprio quando la partita è da poco iniziata. Ecco l’ingresso degli avellinesi. Una macchia verde che pian piano prende il colore della pelle: tutti a torso nudo a seguire con disciplina i cori impartiti dal megafono e il ritmo scandito dal tamburo. È sfida vera e anche il pubblico normale ci mette del suo, offendendosi di tanto in tanto da una sponda all’altra.

L’Avellino vive un momento a dir poco delicato. L’avvento di Novellino ha riportato entusiasmo e alcuni buoni risultati, ma dei passi falsi nelle ultime giornate hanno di nuovo risucchiato gli irpini nelle zone pericolose della classifica. Lo sanno bene i mille cuori biancoverdi che hanno staccato un biglietto per il settore ospiti: ci sarà da soffrire, a Benevento come da qui alla fine. E allora tanto vale prodursi nello sforzo finale, tralasciando le complicate vicende che hanno toccato la Sud avellinese in questa ancor più complicata stagione.

Ad Avellino il tifo è sempre stato un marchio di fabbrica importante e da quando seguo il calcio – e più propriamente gli ultras – li ho sempre annoverati tra quelle realtà su cui andare a botta sicura a livello di tifo, seguito e passione. Ma sono aspetti che ho già analizzato in passato, normale che si manifestino in un derby.

Il sostegno vocale degli ospiti è quindi ottimo. Si capisce che quasi tutti sono in trance agonistica e cantano forse anche per sfogare tutta la tensione accumulata. Manate, bandieroni sempre in alto nella parte inferiore del settore e tanti cori a rispondere che rimbombano forte. Malgrado nel secondo tempo il Benevento cambi marcia e si porti sul 2-0, non calano praticamente mai d’intensità e questo è davvero un valore aggiunto nell’epoca in cui  sono le squadre a trascinare i tifosi e non viceversa.

Cambiando fronte dello stadio, è innegabile che oggi il pubblico beneventano abbia saputo offrire una prestazione oltre la propria media. Sicuramente la squadra aiuta, ma mi piace anche pensare che la prima annata di Serie B abbia fatto capire a tanti che occupare un posto nel settore popolare non vuol dire solo spendere di meno, ma anche e soprattutto avere l’onore (e l’onere) di essere il dodicesimo in campo.

Sebbene la divisione tra primo e secondo anello costituisca un ovvio intralcio a un potenziale di suo ottimo, i due settori quest’oggi si danno un gran daffare non smettendo praticamente mai di sostenere la Strega e mettendosi in evidenza con le belle esultanze ai gol e la festa finale, che arriva malgrado il gol dell’Avellino. Un 2-1 che regala i playoff matematici ai giallorossi e getta nello sconforto gli irpini, ora chiamati a vincere forzosamente nella prossima sfida in casa contro il Bari.

Rimango altri dieci minuti all’interno del Santa Colomba. Continuano gli sfottò tra le tifoserie e questo rappresenta uno dei momenti più belli. Quello in cui tutti – anche il più educato e integerrimo – si lascia andare a sproloqui e volgarità. La potenza del calcio.

Simone Meloni.