premiazioNon è solo tempo di beatificazioni nel Bel-paese, ma anche di nuove crocifissioni. La finale di Coppa Italia, Fiorentina-Napoli, diventa uno specchio di un’Italia messa in croce.

La narrazione non è così difficile come può sembrare. Ci sono 3 feriti da arma da fuoco prima della partita. Uno è in condizioni molto gravi, così dicono le prime voci. I soccorsi e le autoambulanze, come succede sempre in questi casi, fanno fatica ad arrivare. Le notizie invece corrono e si rincorrono più veloci che mai. Il campo neutro dell’Olimpico continua a riempirsi di gente. Aumentano così dentro anche caos e confusione. Le notizie e i messaggi si rincorrono tra le curve e fuori lo stadio, rimescolano anche quel po’ di verità che era uscita fuori. A pochi minuti dall’inizio ufficiale: non si capisce chi ha sparato, non si capisce se uno dei ragazzi è morto. Sulla balaustra dello stadio si affaccia un ultras del Napoli. Alza le mani al cielo, un gesto normale che lascia presagire un battito di mano o un grido, ma che assume un rituale simbolico in questo caso. Indossa una maglietta nera con una scritta gialla “Speziale libero”. Speziale è Antonino, uno dei ragazzi catanesi mandati in galera per la morte del poliziotto Raciti, durante il derby siciliano del 2007, secondo un episodio tutt’altro che chiaro come fu sottolineato da tanti, tra cui un articolo dell’Espresso. La maglia indossata dell’ultras napoletano, raffigurava la stessa scritta più curata rispetto a quella scritta con un pennarello che aveva esibito dopo un goal il “calciatore diffidato” del Cosenza, “Biccio” Arcidiacono, pagando quella maglia e quell’idea con 3 anni di allontanamento dagli stadi. In questo clima di tensione si avvicina al settore della Curva nord, storicamente occupato dai laziali, il capitano Hamsik del Napoli, c’è confusione anche tra i giocatori. Ci sono 3 tifosi in ospedale, si vogliono avere rassicurazioni che stiano bene, la partita non ha più senso per molti. Qualcuno lascia già lo stadio per correre in ospedale a verificare di persona le condizione dei ragazzi, presi da quel senso di sfiducia totale che pervade le istituzioni fino ad arrivare al giornalismo italiano. Si decide che la partita si può giocare. Il calcio è difficile che si fermi. Era successo solo con la morte di Raciti, per dei semplici ragazzi feriti o uccisi come Gabriele Sandri, invece lo show deve continuare. Troppi interessi nel pallone, come si sta vedendo in Brasile, dove i mondiali uccidono centinaia di persone. Un sabato sera particolare, dove ritorna subito alla mente alla mente il “derby del bambino morto”, raccontato meravigliosamente da Valerio Marchi, sociologo di strada, che descrive quella giornata all’Olimpico di scontri tra ultras e polizia, scoppiata per la falsa notizia diffusa di un bambino morto. Qualcuno ricorda Vincenzo Spagnuolo, ultras genoano ucciso brutalmente durante una partita da un tifoso milanista. Scorrendo indietro nel tempo, torna alla memoria anche anche l’episodio Paparelli, di una partita che nessuno voleva giocare ma che si continuò a giocare in clima surreale durante la morte del tifoso laziale colpito da un razzo. La coppa Italia è chiaro che si deve giocare. The show must go on. Parte così l’inno nazionale, subito fischiato da entrambe le curve, napoletana e fiorentina. Sugli spalti in tribuna si vede il premier Renzi, che l’inno invece lo canta solitario in un mare di fischi.

La partita può iniziare, ma il risultato è già scritto. Non importa più a nessuno chi vinca o perda.

I giornalisti iniziano a ricercare le fonti, le voci, le chiacchiere. Si prova a dare un nome a quell’ultras sulla balaustra. Dopo “Ivan il Terribile” che secondo qualcuno aveva fatto passare una notte di terrore alla città di Genova, dopo Italia-Serbia. Ecco servito “G. ‘a c.”. Gli sfottò-web e le grafiche già impazzano. Secondo alcuni ha deciso lui di giocare. Nessuno ha detto però che la partita non si doveva giocare. La vita di un ragazzo, ci insegnano, vale meno di una partita di calcio. Parte così non solo un caso mediatico, ma invece prende le forma di un caso soprattutto politico. I due più importanti quotidiani nazionali parlano della sconfitta dello Stato. Grillo parla sul suo blog la fine della “Repubblica” e dicendo che nel PD comandano i “G. ‘a c.”. Qualcun altro come sempre invoca la “povera” Costituzione. L’immancabile Saviano parla di un mondo delle curve dominato da intrecci pericolosi tra camorra, ‘ndrangheta, mafia, violenza e spaccio di droga. Gomorra è negli stadi, manca solo la prostituzione. Alfano invece annuncia l’ennesimo giro di vite. Qualche giornalista gomorriano parla di una nuova trattativa stato-mafia.

Una finale di Coppa Italia (TIM cup in nome del dio business), sempre un snobbata tra le grandi, non aveva mai così interessato nessuno così da anni, dopo la scomparsa della Coppa delle Coppe.

E’ la coppa di “G. a c.”, per qualcuno ha un soprannome ridicolo, per altri diventa addirittura una figura inquietante. I ragazzi feriti da colpi di pistola passano in secondo piano, poi vengono rimossi, finendo agli arresti pur essendo ancora in ospedale. C’è già pronto per loro: un processo e pure la sentenza. Il primo conflitto ultras con un arma da fuoco nel nostro paese, non riesce stranamente nemmeno a fare notizia. Chi ha sparato si scoprirà legato ad ambienti dell’estrema destra fascista. Ma è un altro spauracchio che bisogna trovare. Delinquente, ignorante, figlio di camorrista, ultras. E per giunta napoletano. Sembra avere tutte le caratteristiche giuste secondo quello sguardo lombrosiano che identifica il criminale moderno e le persone socialmente pericolose. Lo stadio diventa sempre specchio affidabile del controllo pubblico, per sperimentare le peggiori torture moderne e repressivi, dopo i gas Cs o il Daspo, in questo caso sperimenta la tortura mediatica. L’Italia è un paese dove ancora persiste una “mentalità” contadina. Come scriveva Gramsci, nel nostro paese i contadini erano lasciata in balia dei funzionari pubblici corrotti, e la maggiore preoccupazione era quella di difendersi corporalmente dalle insidie, dai soprusi, della barbarie dei proprietari e dei funzionari pubblici. Nell’Italia contadina di oggi lo Stato costruisce continuamente spaventapasseri, da esibire pubblicamente sotto al sole dai media. Lo spaventapasseri in questo caso indossa una maglietta con scritto “Speziale Libero”, ha le braccia tatuate e un volto troppo sporco per il sistema-mondo-calcio. In un paese dove i “nuovi” proprietari terrieri e i baroni della politica, provano a difendere solo la loro ricchezza e ingrossare le solite tasche dove secondo un ultimo sondaggio i 10 più ricchi possiedono quanto 500.000 operai. A Napoli finita la pasqua tra casatielli, pastiere e frittate, finita la redenzione è pronta una nuova crocifissione dei benpensanti-razzisti per “G.”. E’ pronto un daspo a vita per le curve. Il coro e il cappuccio abbassato per molti è già pronto: “ci togliete dagli stadi, ci troverete nelle strade”.

[Fonte: InfoAut.org]