Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un tifoso della Roma in merito alla situazione del tifo all’Olimpico

Vorrei poter parlare della debacle di martedì sera dal punto di vista calcistico, ma non è questo il genere di sconfitta che ieri (e da diverso tempo a questa parte) ha colpito la Roma e su cui sono costretto a riflettere. Già, perché di sconfitta ce n’è una molto più grave rispetto allo 0-3 sancito dal campo; perché quando al calcio, tanto più in una città che di questo sport vive (o forse viveva), si toglie il cuore pulsante di una squadra, quest’ultima muore, portandosi con sé quella passione che l’aveva invece resa grande e gloriosa al tutto il mondo.

Partiamo con un’analisi, numeri alla mano, della prima giornata di campionato: media spettatori allo stadio: 21.000. Ricordiamoci, ora, una qualunque apertura in un qualunque stadio italiano di qualche tempo fa. Vi riporto un esempio: Roma-AEK Atene, presentazione datata 24 agosto 2000. Una Roma non vittoriosa, bensì soggetta a sconfitte, ormai dal lontano 1983, si ritrova alla prima in casa con presenze all’Olimpico pari a 55.000 spettatori, numero poi confermato nella media annuale. Ma andiamo più a fondo. Ormai da tempo si accomunano al calcio concetti come “Stato di polizia”, “Metamorfosi kafkiana”, oltre alla solita e patetica scusa della “sicurezza pubblica”.

Qualche anno fa potevamo riscontrare i temi sopracitati limitatamente a discorsi quotidiani, oggi possiamo osservare come il Grande Fratello tanto temuto da Orwell in 1984, sia arrivato fino a Roma, allo Stadio Olimpico. Già, sembra strano dirlo, suona alquanto macabro e forse un po’ esagerato, ma con un po’ di buonsenso (ammesso che ancora esista in questa società) è possibile osservare il tutto da vicino per rendersi conto di quanto certi termini siano tutt’altro che fuori luogo se si parla di Roma e della sua gente. Torniamo allora a ieri sera, Roma-Porto: preliminare di ritorno per l’accesso ai gironi di Champions, con una squadra in buona posizione, visto l’1-1 in terra portoghese, e tanta voglia di andarsi a conquistare l’Europa che conta; una partita che anni fa avrebbe visto un Olimpico strapieno, colmo di colori, cori, passione e amore, a prescindere dal risultato. Tuttavia, tutto questo non c’è nella Roma di Pallotta, delle Istituzioni e delle Forze dell’Ordine. Tutto questo è vietato. È stato volutamente e astutamente studiato ed eliminato.

30 mila spettatori: un silenzio assurdo, non un colore, non una bandiera, non un coro nei novanta minuti di gioco, anzi, 75 direi, visto che per il nuovo pubblico voluto dalla gestione americana, se la Roma è in svantaggio e in difficoltà, è meglio abbandonare lo stadio, se non dopo aver aperto bocca, salvo  per fischiare quella squadra che tanto dicono di voler sostenere. Gente impegnata a fare foto e selfie alla prima occasione, a tirar fuori il cellulare al primo calcio d’angolo invece di farsi esplodere il cuore purché quella palla entri. E poi, quella Curva Sud, se così può essere ancora chiamata. Quella che, privata della sua gente e della sua anima, avrebbe potuto vincere la partita da sola e farla vincere anche alla squadra stessa. Ma, purtroppo, chi tifa la Roma e chi vive per lei, non è “previsto” che possa rendere l’Olimpico e la Roma lo spettacolo e la forza che erano una volta. Ora si preferisce avere turisti in infradito e Coca Cola alla mano, ignari del glorioso settore in cui siedono, ignari della storia che stanno calpestando, ignari di quanto quella Curva e quello stadio stiano morendo nel silenzio, partita dopo partita.

E così, come dicevano prima, il Grande Fratello è arrivato all’Olimpico e ha fatto piazza pulita eliminando chi davvero vive e tifa per la Roma: chi davvero, in un mondo di burattini, pensa ancora con la propria testa, non accettando questo mondo, ormai finto, senza passioni e valori, in bianco e nero, proprio come lo stadio in cui la Roma, da un anno a questa parte, si ritrova a giocare. Ci si domanda allora se ancora esistano il buonsenso e una giusta e accesa passione per questo sport. Cos’è davvero il calcio? Domandiamoci cosa davvero rende la Roma forte, passionale, viva e colorata? Cosa davvero conta nel calcio e per una squadra che, da anni ormai, non vince nessun trofeo? Chiediamoci quanto vale davvero un risultato in un campo di calcio se quel campo è circondato dal nulla, dal silenzio, anziché dalla passione e dall’amore. Chiediamoci se davvero questo calcio merita di essere seguito e vissuto con gli occhi di chi ha visto il tifo nel suo massimo splendore e ora si ritrova in un ambiente senza passione, ma pieno invece di controlli, scanner facciali e multiple perquisizioni. Ma, soprattutto, chiediamoci se davvero martedì sera, con la Curva Sud e con un ambiente degno dell’amore che la Roma meriterebbe, col suo calore, la sua rabbia, la sua gioia, i suoi colori, la sua voce, la partita sarebbe finita così.

Interroghiamoci, dentro di noi, se davvero questo calcio  merita tutto questo e, se davvero, sono gli Ultras a rovinarlo. Perché con i numeri alla mano e vedendo gli spalti odierni, dopo l’arrivo del Grande Fratello, tanto voluto dalla gestione americana e dallo Stato nei confronti del tifo giallorosso, quello vero e non, sembrerebbe che ad aver ragione, guarda un po’, non siano lor signori, bensì proprio quelle persone che per questo sport danno la vita, girano il mondo, finiscono la voce, regalano il cuore, danno tutto loro stessi. Le stesse persone allontanate da quella che è la loro casa.

E così, con un Olimpico in bianco e nero, con un tifo morto e sepolto, con una passione, forse la più grande e accesa della città Eterna, ridotta a una Coca Cola e a un selfie, con la repressione poliziesca per una partita di calcio, con le persone che davvero amano e vivono per la Roma costrette a restare lontano dal loro più grande amore, domandiamoci se è davvero quello 0-3 la vera sconfitta.

Al lettore va il verdetto di questa lettera, di queste parole e di questa situazione. Davvero molto grave e quasi definitiva agli occhi di chi ancora sa pensare con la propria testa. Chiudo il mio pensiero citando uno striscione esposto tre anni fa proprio da quei mascalzoni e criminali della Curva Sud tanto mal voluti da Stato e società: “Dell’amore che non ha prezzo siamo il ritratto, amore che vince il tempo resta intatto!”. Qualcuno quell’amore lo sta uccidendo, in gran parte ci è già riuscito, ma ci sono alcuni che non si arrendono, c’è qualcuno che non accetta tutto ciò e si rende conto di quanto grave e critica sia la situazione.

Sarà proprio quel qualcuno, innamorato, illuso, combattente per quell’amor che non ha prezzo, che un giorno vincerà. Il mostro del Grande Fratello sta avendo la meglio, ma ancora per poco. Intanto, continuiamo per la nostra strada, innamorati, vogliosi di vincere, cantare, amare ed esultare nel nostro calcio, lontano dal vostro mortorio, fatto di finte passioni e stadi/cimitero. Un calcio dove, dopo un gol, magari fatto grazie alla spinta del tifo giallorosso, quello vero che piace a noi, è possibile abbracciare uno sconosciuto o un amico, perché nel nostro calcio, c’è l’Amore e non una barriera.

Lorenzo Pantellini