Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un tifoso giallorosso, ancora sulla situazione della Sud. Una piccola analisi con le considerazioni personali su quali possano essere le motivazioni della diaspora del tifo romanista.

Uno striscione esposto in Curva Sud nei primi anni Duemila, quando ancora era possibile addirittura srotolarne uno, riportava le seguenti parole: “Se ce l’avete messa tutta state alla frutta”, mostrato quasi come un rebus, con la parola “frutta” sostituita dall’immagine di 4 frutti. Già, una gran bella trovata, fantasiosa e simpatica da leggere, ma che dietro non prometteva niente di buono. Questo però non è solo un ricordo o una citazione di un tempo ormai passato, tutt’altro. Se vogliamo, a malincuore e con la solita amarezza in gola, ormai compagna di ogni tifoso della Roma, possiamo applicare queste parole a qualche giorno fa, più precisamente domenica 28 Agosto 2016.

Torniamo quindi in quel di Cagliari, dove una Roma chiamata alla reazione dopo la Caporetto calcistica in Champions League, non ha di certo risposto in modo consono e degno rispetto a quanto i suoi supporter più fedeli avrebbero meritato, dopo aver “rinunciato” all’ultimo fine settimana di quest’estate per seguire quel loro folle e imprevedibile amore. È bene parlare di folle, scellerato e, a dir poco incomprensibile riguardo a quanto successo al Sant’Elia domenica sera. Tuttavia, non siamo qua a fare un’analisi tecnica della partita, bensì ad evidenziare quel passaggio in orizzontale verso il limite della propria area, dopo un buon recupero, di Florenzi al minuto 91 circa. Perché, seppur in campo la prestazione generale degli 11 di Spalletti (diciamo 10 per il solito Nainggolan) non sia stata proprio delle migliori, anzi, quel passaggio suicida del numero 24 non è solo un errore dei tanti che si vedono, ma è il simbolo, la metafora, il parallelismo di una Roma che, piano piano, e forse nel silenzio e nell’indifferenza di troppi, sta cadendo a pezzi, sradicata con forza dalle sue tradizioni e valori più grandi.

Partiamo da lontano, facciamo un grande passo indietro nel tempo, torniamo al 27 Giugno 2012, il giorno in cui l’Associazione Sportiva Roma passa nelle mani della gestione americana, con a capo James Pallotta. Ovviamente, venendo da anni di profonda crisi e continue delusioni, sia in campo che fuori, l’arrivo dei neo proprietari a stelle e strisce era visto come una grande svolta. Non si aspettava altro che quella spinta per risorgere e tornare a brillare. Ma poi, quelle promesse e quelle belle parole uscite dalle fonti principali di questa gestione statunitense, in primis quelle provenute da Mr. Pallotta in persona, hanno fatto tornare l’AS Roma a brillare come un tempo? Spesso, in dinamiche tali, è lecito e comprensibile rispondere “tempo al tempo”. Beh, diciamo che questo tempo è passato, e forse ne è passato anche troppo da quando le promesse d’oro, i sogni messi nel cassetto da Pallotta e Co. erano visti come la svolta. Perché questa svolta, a distanza di 4 anni e 2 mesi, è arrivata eccome ma, purtroppo, non in termini positivi, anzi.

Delusioni su delusioni (derby in finale di Coppa Italia perso nel 26 Maggio 2013 e innumerevoli imbarazzanti uscite, anche recenti, sia in panorama europeo che non), prese di posizione fatte di parole ma non di fatti a discapito di ambiente, squadra, ma, soprattutto, del fattore fondamentale per una piazza come Roma: i tifosi. All’inizio mostratasi come salvatrice, portatrice del cambiamento e del salto di qualità per i capitolini, la società americana aveva sfruttato queste belle promesse come Cavallo di Troia per poi colpire Roma e la Roma nel profondo della sua anima per i propri interessi economici e burocratici. Perché diciamocelo, cosa ci si poteva aspettare da un imprenditore statunitense? Che forse avrebbe compreso e rispettato valori quali la tradizione, il tifo passionale, la storia e la loro importanza nelle anime dei cuori giallorossi?

Come ormai troppo spesso vediamo succedere in svariati club in ogni parte del mondo, Pallotta e Co. non erano, non sono altro che gli imprenditori di turno che vedono come loro unico obiettivo i propri interessi economici, ieri in un’azienda qualunque, oggi, in una società calcistica. Perché è proprio così, per i “presidenti” odierni, la società non è più una squadra con dei tifosi da far vincere e gioire, ma una vera, mera e unica fonte di incassi e ricavi, mettendo quest’ultimi davanti alla passione di quella gente che si ritrova davanti un calcio che non vede più suo. Ed ecco quindi, tornando a un’analisi di quanto combinato dagli statunitensi, il cambio di stemma, simbolo della storia e della tradizione, insieme alla data di nascita (ovviamente cambiata anche quella per non farsi mancare nulla), il caro-biglietti (30 euro in Curva, 65 nei distinti, 85 in Tribuna Tevere), l’apertura di innumerevoli store targati Nike e, come colpo di grazia per uccidere Roma e la Roma, trasformando il tutto in una macchina da soldi per turisti e tifosi tutt’altro che passionali, la repressione e la conseguente eliminazione del cuore pulsante, dell’anima dell’AS Roma, ovvero la Curva Sud.

È cosi infatti che funziona oggi: la passione, i colori e l’amore non devono appartenere a chi frequenta lo stadio, perché quest’ultimo deve essere un luogo quasi occasionale ed esclusivo per il turista di turno o per il “tifoso” che lo frequenta due volte l’anno e che conosce solo la Juventus o il Real Madrid. Persone che lontanamente sanno cos’è il calcio e come davvero dovrebbe essere vissuto. E cosi, ad oggi, vedendo gli spalti e i risultati calcistici all’interno di quella che una volta era la casa di chi amava davvero la Roma e che ora si ritrova turisti con infradito, fotocamere in una mano e Coca Cola nell’altra, direi che il progetto di Mr. Pallotta è quasi completato.

Già, c’è quel “quasi”. Per fortuna. Perché, in questo calcio che cade a pezzi, c’è ancora qualcuno che combatte a suon di cori e fumogeni, rimanendo attaccato alle tradizioni e ai colori storici della sua città, ma che ad oggi tuttavia, per colpa dell’illuminante trovata di Questura e Istituzioni, ovviamente appoggiate e accolte a braccia aperte dalla società, in quanto ghiotta occasione per la sostituzione dei tifosi trattata prima, di eliminarli dal loro stadio e dalla loro casa. Parlare ora, delle delusioni e imbarazzanti partite sul campo, non credo sia necessario e nemmeno ho predisposizione nel farlo, poiché superfluo in quanto ritengo che questo calcio e la nostra Roma abbiano bisogno di comprendere la vera e più importante crisi che sta passando con l’eliminazione del suo tifo e della sua gente, costretta a restare lontana dalla sua casa, dal suo stadio, ma che in sé ha ancora accesa quell’intramontabile passione e amore che tanto l’ha contraddistinta negli anni gloriosi di quello splendido settore, tanto bello e colorato da poter esser paragonato a una splendida alba, simbolo di giovinezza, amore, rinascita e vita, perché noi, Roma, la Roma, la sua Curva, le sue Bandiere e i Suoi Cori siamo proprio quell’alba di cui tanti vorrebbero la fine ma che non conoscerà mai un tramonto.

Lorenzo Pantellini