Dieci anni or sono o giù di li (non mi va di ricordare mai il tempo che passa), avevo una 600 e per un pelo non mi ritrovavo con una Ferrari.

Genoani a UdineGeniale! Almeno secondo qualcuno che propose di cambiargli il marchio (la Fiat era diventata appena proprietaria del Cavallino) e magari qualcosina nel look, soprattutto via l’acchiappasogni dal retrovisore (con una Ferrari certi dettagli sono importanti!), per rilanciarne il marchio. Certo ci voleva solo un Presidente del Consiglio per riuscire a proporre un’idea così brillante. Peccato che ha avuto poco tempo per realizzarla, altrimenti mi ritrovavo un patrimonio in tasca.

 

Ma in fondo è questo il bello degli italiani. Riescono a far passare anche la più strampalata delle proposte come una nuova teoria della relatività. Riescono a cammuffare le cose vecchie, a dargli la patina brillante in superficie, e a rivenderle come nuove. Un’arte dicono a Napoli. Sarà. Però si può fregare un allocco, forse due, ma dopo un po’ bisogna trovare una idea nuova, perchè gli allocchi finiscono. E i problemi rimangono. E, vista dall’estero, è quest’arte dell’arrangiarsi, di rendere fattibili anche le più improbabili trovate, che rende affascinante il Belpaese. Ma non affidabile. Ed è questa la sua più grande mancanza.

Perchè il motore della 600 sarebbe rimasto tale anche se la lucidavo e dipingevo di rosso acceso; lo stesso rosso acceso della rabbia di tutti quegli operai e delle loro famiglie della Fiat, che non vedono una via d’uscita da una crisi che nemmeno Totò riuscirebbe a risolvere. E che oggi, a distanza di anni (non ricordatemelo!), si vedono trasferire l’azienda all’estero.

Ma non è qui il punto, perché sempre il Governo, per combattere la violenza negli stadi ne ha pensata un’altra: la tessera del tifoso. Solo che, ahinoi, questa volta l’ha apllicata, ligio alle promesse fatte in campagna elettorale. E pensare che chi ne è a capo è anche Presidente di un club di Serie A, e che quindi dovrebbe sapere che gli incidenti, statisticamente, avvengono fuori (caso Spagnolo, caro presidente milanista, ricorda qualcosa?) e non dentro gli stadi.

Ma non importa: basta far vedere che ci sono le idee per risolvere i problemi. E così ecco l’imbiancata appoggiata dalle banche (Giancarlo Abete è fratello di Luigi Abete, vicepresidente dell’ABI, associazione bancaria italiana, ma ovviamente è un caso), e via con la soluzione finale.

Che però ha dei limiti: oltre a quelli assistiti a Udine in fase di sottoscrizione, dove l’Udinese non ha colpa se non quella di tutti i club di A che hanno accettato passivamente questa strada, dimostra che è stata studiata in maniera tale che già alla prima giornata di campionato, proprio al Friuli, centinaia di genoani sprovvisti della tessera, hanno ovviamente comprato il biglietto nei settori bianconeri. Legale, e normale che sia così.

Chi era al Friuli ha subito notato la stranezza: il settore ospiti, solitamente più o meno pieno di tifosi avversari, era paraticamente vuoto. E molti abbonati nei settori bianconeri si sono visti occupare il posto dagli avversari che, come succede ovunque si siedono vicino agli amici, ignari del resto.

Ma non è nulla questo: udinesi e genoani sono tifoserie civili e alla fine la partita è sttata guardata assieme, con qualche mugugno ma non di più. Questo perché non era considerata gara a rischio dall’Osservatorio che decreta quali partite non possono avere tifosi in trasferta se non in possesso della tessera. Facciamo un esempio: probabilmente Udinese-Bologna non sarà considerata a rischio. O presumiamo possa essere così. In tal maniera i tifosi felsinei possono anche comprasi un biglietto in Laterali Nord. E, almeno a livello di curva, tutti sanno che i rapporti non sono come con i genoani. Che succederà allora?

Purtroppo se per l’idea della Ferrari-Fiat non si è arrivati al dunque, per quella della tessera si. E col Governo che ha ben altre preoccupazioni in questo periodo è difficile che nemmeno ci pensino a queste cose.

Così come non penseranno nemmeno più alla tanto decantata Legge Crimi. Oggi Mr. B, se gli chiedete chi è costui risponderebbe ‘Crimi chi?”, con tutti i problemi di maggiornaza che ha. Crimi era quello che doveva promuovere (con qualche dubbio su possibili pèroblemi legati a speculazioni edilizie), la legge che avrebbe favorito la privatizzazione degli impianti. E una volta che gli impianti sono di proprietà sono le società che devono garantirne la sicurezza. Senza aiuto di banche o di altro.

Con l’appoggio di una legge che, più che aiutare gli istituti di credito, doveva varare solo una cosa elementare: la certezza della pena.

Ma in Italia, si sa, tutto è relativo: anche la pena che uno si prende. Ci sono truffatori (non facciamo nomi ma li conoscete) che sono liberi dopo aver ingannato risparmiatori per miliardi e ci sono teppistelli che per una rissa vedono davanti a loro il giusto, ma incomparabile, metro di giudizio diverso.

Che fare? Speriamo che i club (Pozzo è stato contrario alla tessera) si muovano compatti, così come hanno fatto per altre vicende. Se i tifosi hanno ancora importanza (ce l’hanno davvero?) sarebbe un gran bel gesto da pate della Legaseriea, che è ligia in altre norme. E sarebbe utile per non dare una imbiancata ma per rifare davvero gli stadi e il sistema: tutti ne parlano ma nessuno lo fa. Al massimo si limita il numero di extracomunitari tesserabili…

Intanto sono 802 i milioni che in Serie A si spendono per pagare i calciatori, molte volte flop. Praticamente quasi tutto l’introito proveniente dalle Tv (circa un miliardo). Che sia qui il fondo del problema?

Ma vorremmo anche che chi di dovere, al di la delle parole, si preoccupasse ancora di chi si vede spostare le aziende all’estero perché il lavoro là è più economico. Intanto il divario tra calcio e vita quotidiana è sempre più ampio: e questo sport sarà ancora il più amato, ma per favore non chiamatelo ‘popolare’.

[Fonte: Il Friuli]