Per arrivare a Razgrad non ci sono soluzioni agevoli. Questa cittadina di cinquantamila abitanti, situata a pochi chilometri dal confine con la Romania, non ha ovviamente un aeroporto e le uniche alternative restano quelle di atterrare a Bucarest (140 km) o Sofia (340 km) e poi muoversi in treno, pullman o macchina. Oltretutto (non so per quale strana congiunzione astrale negativa) proprio nei giorni della partita i voli di ritorno in Italia dalle due città succitate avevano prezzi a dir poco improponibili, obbligando a scali lunghi e cervellotici.

Logistica, dunque, tutt’altro che semplice per una tifoseria che quest’anno si troverà a giocare spesso lontana dalle mura amiche di lunedì e ad affrontare nel giro di dieci giorni le trasferte di Siviglia e Helsinki. Se da una parte ciò può essere stimolante, dall’altra è fisiologicamente arduo organizzare ogni spostamento e far combaciare i folli orari del calcio contemporaneo con la normale vita di tutti i giorni.

Personalmente opto per l’andata su Bucarest e treno (poi divenuto passaggio in macchina grazie alla disponibilità di alcuni ragazzi) fino a Razgrad. Treno fino a Sofia e aereo per Venezia al ritorno. Ovviamente la cosa non mi dispiace essendo amante degli spostamenti intricati e viaggiare su un convoglio notturno bulgaro vale da solo tutto il viaggio.

Uscendo dalla capitale romena si percorre la principale arteria che spacca in due la parte meridionale del Paese. Giurgiu è l’ultimo centro abitato prima del confine. Una zona di transito, che assume tutti i tratti somatici del nomadismo locale. All’interno della stessa Romania esiste una forte contrapposizione sociale tra l’area transilvana (notoriamente la più ricca e benestante) e questo fazzoletto di terra. Ai bordi delle strade si sovrastano bancarelle e mendicanti, mentre lunghissime file di camion restano in attesa di passare il confine anche per diverse ore.

In macchina il passaggio avviene molto più facilmente. La Bulgaria resta un Paese a forte vocazione agricola, malgrado il passaggio sul Ponte dell’Amicizia (che valicando il Danubio interseca la frontiera) restituisca un’immagine molto industriale. Ruse (la prima città che si incontra in terra bulgara) è un importante centro commerciale e i casermoni in stile sovietico sembrano volerne accentuare una bruttezza che in realtà non corrisponde a realtà. Il suo downtown è infatti un piccolo gioiellino, con ampi richiami al barocco e al rococò. Inoltre questa è la città del Dunav Ruse, compagine che negli anni settanta affrontò proprio la Roma in Coppa Uefa.

La strada – che in Romania era ben tenuta e a quattro corsie – si restringe e si fa meno piacevole. La direzione iniziale da seguire è quella per Varna, sul Mar Nero. Proprio dalla città nota per il suo “Oro” arriva un piccolo souvenir esposto su un ponte: uno striscione con cui si avverte che i romanisti non sono i benvenuti in Bulgaria. Non so dire se sia opera degli ultras dello Spartak o del Cherno More. A intuito direi più dei primi, che da qualche anno intessono ottimi rapporti con i genoani e quindi, per osmosi, hanno provato a stuzzicare gli ultras capitolini.

Dopo qualche chilometro si svolta in realtà per Razgrad, finendo per percorrere diversi chilometri in mezzo al nulla. Con le colline campagnole a circondarti, mentre il sole picchia duro.

Diciamocela tutta: malgrado alcuni reperti che attestano le origini romane di Razgrad (l’antica Abritus) e malgrado la città sia anche menzionata nelle mappe degli arabi risalenti al 1200, non ci troviamo propriamente in un posto in grado di attirare turismo. Sono le classiche città che senza il calcio forse nessuno avrebbe mai visto, neanche un bulgaro. Eppure questo centro di storia ne avrebbe anche parecchia da raccontare. Con la sua moschea resta uno dei pochi luoghi bulgari dove è ancora stanziata un’importante comunità turca. E comunque – a prescindere dalla bellezza – mi colpisce sempre la vitalità che anche queste cittadine riescono ad esprimere. Nel parco comunale (dove peraltro è situato lo stadio) si susseguono bancarelle e giostre, con tanta gente impegnata a divertirsi e pochi cellulari tra le mani di genitori e bambini a distogliere entrambi dalla vita reale. Ciò resta ancora un valore aggiunto nell’Est Europa.

Attualmente Razgrad fonda la propria economia principalmente sulle industrie meccaniche circostanti e sull’indotto farmaceutico, qua infatti ha sede una delle più grandi case produttrici di antibiotici del Paese. Non è un caso che nella sua travagliata e discontinua storia il Ludogorec (che viene chiamato Ludogorets nella forma anglofona) per un lasso di tempo abbia assunto anche il nome di Antibiotic. Una storia calcistica che nasce nel 1945 ma che fino a inizio anni duemila non ha mai avuto grandi successi. Anzi, proprio sul finire degli anni ’90 l’allora Antibiotic Razgrad arrivò al fallimento, lasciando in attività solo le giovanili sotto il nome di Razgrad 2000. Nel 2001 gli imprenditori Aleksandar Aleksandrov e Vladimir Dimitrov fondarono un nuovo club, acquisendo l’anno successivo la Razgrad 2000. Nel 2006 quest’ultima fallì e i suddetti poterono così acquisire totalmente il marchio e la storia, andando a ripristinare il nome originario del sodalizio: Profesionalen Futbolen Klub Ludogorec 1945. La Ludogorie – per inciso – è la regione in cui Razgrad è sita.

Il lavoro della nuova società diede immediatamente i suoi frutti, permettendo la scalata dalle categorie inferiori alla massima divisione, ottenuta nel 2011. Da allora il Ludogorec si è imposto come vera e propria schiacciasassi del calcio bulgaro, vincendo ininterrottamente undici campionati oltre a due coppe di Bulgaria e una Supercoppa.

Un’ascesa che ha permesso – nel 2014 – la ristrutturazione della Ludogorec Arena (inaugurata nel 2011) e l’ottenimento della licenza Uefa (fino ad allora le Aquile avevano giocato le gare europee a Sofia). Questa trama ricalca altre decine di storie del calcio est-europeo, con società floride in grado di rilevare club sino a quel momento anonimi e portarli ai vertici del calcio nazionale (spesso con metodi tutt’altro che leciti). Sicuramente in questo caso l’asset finanziario e la progettualità calcistica sembrano più oculati e lungimiranti rispetto ad altre situazioni (in Bulgaria si potrebbe fare l’esempio del Litex Lovec, vincitore di due scudetti proprio prima del dominio dei biancoverdi di Razgrad; poi fallito e relegato nelle serie minori). Sta di fatto che il Ludogorets si è ormai imposto in Europa con la sua presenza fissa. Una squadra rognosa, che in passato ha già creato più di qualche grattacapo a Milan e Lazio.

In virtù di quanto detto appare abbastanza ovvio che sotto l’aspetto ultras a queste latitudini ci sia poco e niente. In un Paese che vede in Sofia , Plovdive Varna i principali poli del tifo organizzato, Razgrad sembra essere davvero l’eccesso sotto diversi punti: un club che ha alzato nettamente la media pallonara nazionale ma che ha abbassato altrettanto nettamente quella del confronto sugli spalti. Recarsi in trasferta da queste parti con relativa tranquillità sarebbe stato alquanto impensabile fino a qualche anno fa, oggi lo è un po’ meno se sulla strada capita il Ludogorec.

La media del tifoso locale – per intenderci – è il classico tranquillone con due sciarpe legate in vita, cappello con i colori sociali, trombetta e posto a sedere. Una manciata di ragazzi posizionati nella Curva alla mia sinistra provano a farsi sentire ogni tanto, ma davvero sarebbe troppo chiamarli ultras. Di contro anche per una tifoseria ospite generalmente agguerrita e “fastidiosa” come quella romanista, non ci sono grandi stimoli di confronto.

I supporter di casa arrivano allo stadio armati di birra e cibo. In un clima molto da scampagnata. Da “scampagnata” definirei anche gli steward, con cui è impossibile comunicare a causa delle differenze linguistiche e della conoscenza nulla dell’inglese, ma con cui ci si capisce a gesti. Tutto molto “rustico”. Del resto ho imparato a conoscere i bulgari: nella loro innata diffidenza e scontrosità hanno (nascosto da qualche parte) anche un lato comprensivo e dopo diversi tentativi alla fine ti vengono incontro. A volte…

L’impianto non è sicuramente tra i peggiori visti, anche se il non avere un ambiente vero e proprio lo fa risultare alquanto scarno e freddo. Il settore ospiti è l’unica zona scoperta, in pieno stile italiano insomma (sic!).

I tifosi romanisti hanno staccato 600 biglietti e arrivano alla spicciolata attaccando tutte le loro pezze sulla balaustra. Malgrado il posizionamento non sia dei migliori e visivamente il contingente romanista risulti un po’ sparpagliato, la prestazione canora è comunque buona e continua. Novanta minuti fatti di manate e cori, in cui si segnala anche una torcia accesa (rarità per le tifoserie italiane all’estero).

In campo la Roma ha diverse occasioni per passare ma sono i bulgari a trovare il vantaggio nella ripresa. Qualche minuto dopo Shomurodov riporta in pari il match, ma una marchiana svista difensiva consente al Ludogorec si siglare il gol del definitivo 2-1. Una sconfitta che inaugura sotto cattivi auspici il cammino europeo degli uomini di Mourinho.

Non ho molto tempo per ragionare. Alle 22:07 il mio treno per Sofia lascerà la stazione di Razgrad. In fase di prenotazione ho fatto l’errore di non considerare il fuso orario, che qui è di un’ora avanti. Pertanto, iniziando la partita alle 18:45 ore italiane pensavo di aver tutto il tempo per raggiungere lo scalo ferroviario (distante 7 km dal centro). Tuttavia anche in questo caso riesco a cavarmela bene, investendo al meglio la mezz’ora scarsa a disposizione: al triplice fischio scappo letteralmente via e correndo arrivo sull’arteria principale dove da lontano già avevo individuato un taxi. Aperto lo sportello mi si palesa una graziosa conducente alla quale faccio intendere che ho 3 Euro in tasca. E se li deve far bastare! La pulzella non batte ciglio e mi fa salire, portandomi a destinazione anche con una certa solerzia.

L’attesa del treno è tra le più inquietanti. Più che in una stazione sembra di essere in un ex carcere abbandonato. Pochissime le luci, strutture diroccate e l’utilissima presenza di altalene e camino per grigliare la carne (ma perché?). Quando il convoglio arriva, ritorno indietro di qualche anno: sembra di salire su un Espresso, sia per il materiale rotabile che per il contenuto umano. Mi addormento risvegliandomi l’indomani a Sofia, in una città che sembra già in movimento e che con un freddo pungente mi ricorda di essere in Bulgaria.

Mi resta solo da fare una classica colazione con Banitsa e Ayran (una sfoglia ripiena di formaggio e una bevanda derivante dalla fermentazione del latte. Entrambi di discendenza turca) e poi andarmene dritto in aeroporto. Stavolta neanche i più malati hanno seguito il mio itinerario. E questa è una piccola soddisfazione: avere il polso della situazione e degli spostamenti, calcolare incroci e orari. E riuscire sempre a rientrare sul suolo natio con una storia da raccontare!

Simone Meloni