Fasi di giocoLo spauracchio del razzismo ha ormai preso piede e la stragrande maggioranza delle testate ne cavalca l’onda per dire la sua. Ormai non c’è più problema nell’incentrare interi pezzi su fantasticherie, stereotipi e leggende metropolitane. Poi ci lamentiamo se in Italia non legge più nessuno.

In alcuni stadi d’Italia (fino a ieri era solo Bologna, peraltro col beneficio del dubbio, oggi si sono già moltiplicati) oltraggiato il ricordo delle vittime del tragico sbarco della scorsa settimana: il numero dei morti è ancora ufficioso. Al Via del Mare, invece, i cori si sciolgono in un lungo applauso. E gli ultras del Barletta ricordano il crollo del 3 ottobre del 2011

LECCE – Lo hanno chiamato il minuto della vergogna (Chi?). E forse, questa volta, non è una frase fatta, di quelle da spendere in circostanze solenni. Oltraggiare il ricordo delle centinaia di vittime dello sbarco di Lampedusa è stata una trovata idiota. Purtroppo è accaduto in molti stadi d’Italia dove alcune tifoserie si sono rese protagoniste di atteggiamenti beceri: dai veronesi a Bologna (fatto del tutto che certo dato che le prime notizie a tal merito erano largamente coniugate al condizionale) agli juventini (cantare l’inno d’Italia, fino a prova contraria ed al di là di qualsiasi ideologia politica, da quando in qua equivale ad oltraggiare i morti?), passando per i laziali (i giornali rimproverano a laziali e fiorentini di aver continuato a cantare durante il minuto di silenzio, evidentemente l’estensore dell’articolo non ha mai messo piede in uno stadio italiano e quindi non sa che spesso da una curva è praticamente impossibile capire cosa sta succedendo al centro del campo), ma nemmeno nelle serie inferiori sono mancati episodi a di poco imbarazzanti (ad esempio? Se si insinua qualcosa c’è bisogno anche di comprovarla. Direi che qua siamo propri alle basi).

Non è in gioco, infatti una questione ideologica, per quanto il tentativo giustificazionista qualcuno prova sempre a farlo: non si stava discutendo, infatti, dell’opportunità di politiche dell’immigrazione più restrittive oppure, al contrario, più permissive, ma ci stava fermando per 60 secondi – sarà banale? (più che altro ipocrita, visto che chi decide per quel minuto di silenzio sono spesso gli stessi che l’hanno provocato. Ma questi sono punti di vista). Forse, ma tutte le società organizzate hanno sempre avuto le loro liturgie – semplicemente per onorare le vittime di una tragedia senza precedenti: madri e bambini, uomini e anziani in cerca di una speranza, vana e illusoria che fosse (forse ho un vuoto di memoria. 11 Novembre 2007, Gabriele Sandri veniva ucciso nell’area di servizio di Badia al Pino. Se non erro si giocarono ugualmente gli incontri in programma e qualche giocatore si rifiutò persino di osservare un minuto di silenzio. Quindi, correggiamo il tiro: tutte le società hanno sempre avuto le loro liturgie per onorare le vittime di una tragedia, ma in alcuni casi il calcio italiano le ha completamente dimenticate per pura discriminazione). Uno striscione di dissenso, di denuncia, di indifferenza motivato in qualsiasi modo, sarebbe stato certamente più coerente che un inno alla resurrezione di Cristo (lo stesso giornale che parla di coerenza e loda gli ultras leccesi qualche mese fa condannò ed invocò pene esemplari per i salentini che invasero il campo contro il Carpi).

Chissà cosa passa nella testa di chi, forte dello spirito del gregge, si permette di fare ironia o dileggio davanti ad una disgrazie del genere: anzi, porsi troppi interrogativi significa cadere nel sociologismo più inutile (appunto, direi che di sociologi dell’ultim’ora ne abbiamo il paese pieno, quindi sarebbe meglio fare informazione e non dilungarsi in analisi antropologiche per raggiungere il numero di battute richieste dall’editore). Purtroppo nella subcultura di alcuni mondi autoreferenziali (il movimento ultras è un mondo talmente autoreferenziale che tra poco per entrare in curva avremo bisogno delle analisi del sangue fatte a giorni alterni) esiste ancora la convinzione che il valore di una vita umana dipenda dal colore della pelle. Questa è la verità: se sei bianco ti rispetto, se tendi al nero al massimo ti ignoro, ma se resti a casa tua eviti di farmi incazzare (classica frase dell’italiano radical chic che dall’alto del suo nulla si permette di fare la predica e giudicare altri 56 milioni di concittadini arrogandosi il diritto di conoscerne, e di conseguenza stereotiparne, il pensiero).

Per fortuna che, ogni tanto, Lecce possa essere additata come un esempio: ieri, infatti, quando le squadre si erano disposte a semicerchio per osservare il minuto di raccoglimento, la Curva Nord – riaperta dopo quattro turni di squalifica per episodi già varie volte condannati senza riserve (perché non sia mai che proviamo ad esaminare tali comportamenti ed a parlarne in maniera approfondita fuori da qualsiasi becero buonismo, si rischierebbe di far troppo bene il proprio mestiere)– stava dando la carica alla squadra con un coro ripetuto. Da un momento all’altro l’incitamento è cessato e l’applauso partito qualche istante dopo ha unito tutti i settori dello stadio, compresi i tifosi barlettani che fino a quel momento si erano distinti per una decina di petardi esplosi, alcuni dei quali lanciati in Tribuna Est (visto il pressapochismo con cui è scritto l’articolo sarebbe da verificare la veridicità di quanto scritto).

A proposito dei tifosi ospiti, c’è da fare una menzione al grande striscione che così recitava: Aspettando giustizia per le vittime del crollo. Il riferimento, naturalmente, è al disastro di Via Roma del 3 ottobre del 2011 quando il cedimento delle strutture di una palazzina uccise cinque persone: quattro lavoratrici di un opificio e la figlia 14enne dei titolari.

[Fonte: Lecce Prima] Commento: Simone Meloni