Ospitiamo uno spunto di riflessione del nostro corrispondente Paki Diana, tutto napoletano nella forma ma che, in sostanza, può essere “traslato” a qualunque altra realtà dello Stivale. Le storie in fondo sono sempre molto simili, se non nei particolari, che in ogni posto hanno la propria tipicità, sicuramente nelle dinamiche che da sempre vedono opposti “tifosi normali” agli ultras. Come se già non bastassero stampa, opinione pubblica, repressione, ecc. Alla fine è sempre la stessa storia di feroce e banalissimo pregiudizio, ma lasciamo che a parlare siano le parole dell’autore, sperando possa essere solo il primo di una lunga serie di interventi.
Buona lettura. 

Troppo facile infangare, ancor più facile accusare senza conoscere: è cosa da tutti, mentre sono pochi quelli che vedono con i propri occhi e con criterio ti sanno identificare. Sì, identificare, perché il tifoso che ha scelto il calcio come sua passione si è trovato catapultato, forse senza volerlo e accorgersene, in un mondo diverso da quello auspicato. La sua passione è diventata, col tempo, oggetto del business di molti e quindi deve essere “identificato” affinché non sia troppo pericoloso per il business stesso.

Il tifo è ciclico, a mio parere, e vuoi o meno il suo andamento si basa anche in relazione ai risultati della squadra. Erano gli anni ’80 e Napoli viveva il suo periodo calcistico più glorioso, seguito da un popolo sempre festoso e numeroso in ogni stadio. Artefici di tale delirio, un piccolo “scugnizzo” giunto dall’Argentina e quel buffo presidente, “made in Naples”, dal sorrisino beffardo e dalle conoscenze calcistiche elevate. Dopo le gioie arrivarono, però, i giorni neri fatti di debiti, retrocessioni, giocatori sconosciuti e con questi critiche spesso aspre e decise. Al centro del polverone ovviamente lui, Corrado Ferlaino, il presidente degli scudetti che mise in scacco l’Italia calcistica intera.

Spesso, si sa, quando sali in vetta puoi solo cadere e Napoli sa darti tanto ma anche riprenderselo.  Ferlaino cadde, la storia con la sua città finì là. Il discusso patron seppe rialzarsi ma solo dal punto di vista imprenditoriale, lasciando il Napoli in brutte acque, costretto a vendere i propri prezzi pregiati poi, pian piano, tutto il “teatrino”.
Giusto criticarlo e togliergli la scena, forse meno infangarlo gratuitamente e screditarlo senza memoria per quelle vittorie mai viste fino ad allora. Quelli a venire, furono anni molto significativi anche per il movimento ultras della città partenopea: ad una tifoseria filo-societaria, folkloristica, che colorava la Curva così come l’interno dei propri portafogli, si contrappose un gruppo di persone sempre più numeroso, che faceva di ideali e valori il proprio credo ed ostentava un’appartenenza territoriale senza scopo di lucro alcuno. Il fine ultimo era difendere la propria città in ogni contesa, diventando col tempo tra i fiori all’occhiello dell’intero panorama ultras italiano.

Perché ciclico allora? Perché oggi rivedo un personaggio in presidenza forse ancor piu buffo. Made in China, come disse qualcuno durante la polemica per la Supercoppa italiana a Pechino, che di napoletano ha ben poco, che spara fuochi d’artificio ad ogni partita manco avesse vinto i Mondiali, che cambia una canzone storica della tradizione musicale napoletana spacciandola per inno, che prova forse a far dimenticare con le cheerleader a quei poveri padri di famiglia che hanno speso un patrimonio per portare i figli allo stadio, che ha dalla sua quello spirito imprenditoriale astuto e felino, ha avuto l’intuizione di investire nel calcio laddove il calcio dondola su un filo tra sacro e profano.
Lui lo sa, ha carisma ed è mediatico e in molti si rivedono nel suo spirito rampante al punto da tendere quasi ad idealizzarlo. Ed ecco che nasce il tifoso “economista”, quello che al bar non parla più di rigori, falli o gol spettacolari ma di plusvalenze, riscatti e contratti con bonus redditizi per la società. Non ama più i suoi colori sociali perché la maglia camouflage si vende di più e fa bene alle casse. Sogna di vincere come un tempo, e fin qui ci siamo, ma non bada più a vincere in campo quanto nella potenza economica e politica.

Storia maestra di vita: saranno ancora tutti entusiasti nei malaugurati giorni che, alla chiusura di questo ciclo, faranno rotolare la sfera delle fortune calcistiche in senso inverso? O resteranno sempre e soltanto i soliti a sostenere nella cattiva sorte? Quelli che devono subire ora le ingiurie e i lamenti dei tifosi moderni, che ti danno del cancro sociale perché, educatamente, gli spieghi che i biglietti nelle partite di cartello dovrebbero avere corsie prioritarie in base a sacrifici e passione. Oppure che ti giudicano un delinquente solo sulla base di un pregiudizio altrui, magari giornalistico-televisivo, ignorando nella loro cultura rasoterra che questa gente ha fatto dell’aggregazione giovanile uno stile di vita che spesso diventa anche veicolo di impegno sociale e di vera conoscenza.
A loro la stima più profonda per la coerenza e la linea di condotta che li ha portati fin qui e potrà spingerli ancora più lontano. Sempre a testa alta, di domenica in domenica nel nome della propria città.

Lunga vita al calcio giocato… ancor di più a quello tifato.

Testo di Paki Diana.
Foto dal web.