Eppure questa domenica mattina vorrei non viverla. Vorrei che passasse in fretta, tutta la giornata. Perché oggi sarebbe dovuta andare diversamente. Poi apri la casella di posta, e ti ritrovi un paio di mail con articoli e foto allegate, relative alla protesta che ormai interessa tutta la Roma sportiva. Ti chiedono di pubblicarle e se possibile di scriverci qualcosa. Non avrei la forza, lo dico francamente, oggi più che mai odio il calcio e tutto quello che lo circonda. Ma non farlo sarebbe scorretto e ingiusto verso chi questa battaglia la sta combattendo in prima linea e non semplicemente dietro un computer, come fa quotidianamente il sottoscritto.

“No barriere, divisioni e provocazioni”. E’ l’assunto, il motivo, il nocciolo della questione. Sintetizzato nel cuore di Roma. In quel cuore affranto e trafitto nella sua intimità, che tra poche ore vedrà disputare un derby, per la prima volta, senza le due tifoserie. Senza la sua anima. Privo del vero spettacolo. Ucciso dalla burocrazia, dal gioco alla guerra innescato dalle istituzioni all’inizio di questa stagione. Per mostrare tutta la loro mascolinità, troppo volte celata dietro a palesi insuccessi maturati in diversi campi della società.

Si è preferito esasperare i tifosi, quelli di curva però. Si è preferito relegarli fuori lo stadio, laddove un tempo sarebbero entrati ore prima per preparare le loro coreografie. Per srotolare striscioni e bandiere. E magari, perché no, preparare una sana e folkloristica torciata. Di quelle che si sono sempre viste in un paese, come l’Italia, in cui la pirotecnica è un fiore all’occhiello del bagaglio culturale di molte regioni. E’ meglio avere striscioni di protesta e malcontento appesi per la città, piuttosto che 10.000 persone che tifano in piedi, magari non rispettando il proprio posto e sostando sui ballatoi. Sì è meglio. Tanto, come ha detto il Prefetto Gabrielli con fare autoritario, è un braccio di ferro perso in partenza. Ne va della credibilità dello stato.

Ma come può avere credibilità uno stato che da una settimana ci martella con allarmi fondati sul nulla? Meritano credibilità una Prefettura e una Questura che millantano l’arrivo di ultras bulgari, polacchi, cechi, slovacchi, ucraini, russi, turkmeni e ciprioti a Roma, per dar vita alla Terza Guerra mondiale in vista del derby, quando sanno tutti, anche le pietre, che gli ultras oggi non ci saranno all’Olimpico? Né dentro, né fuori. Possiamo credere a chi parla di spending review e tra qualche ora mobiliterà un migliaio di agenti, decine di mezzi blindati e personale in borghese per una sfida con poco meno di 30.000 spettatori? E’ credibile un Paese dove, stranamente, a distanza di un giorno da una partita che ha assunto caratteri particolari, spostando la protesta sulla bocca di tantissimi, anche non tifosi, pronti a dar ragione alle curve, escono degli articoli mirati a infangare proprio la dignità delle stesse per focalizzare l’attenzione altrove e tentare di smuovere sapientemente il baricentro della ragione?

Tranquillizzatevi. Riponete armi, elmetti e penne per sostenere e foraggiare questa strategia della tensione. Oggi finalmente l’Olimpico sarà teatro di quel calcio che desiderate da anni. Silenzioso, privo di calore e colore. Oltre che impossibilitato ad esprimere qualsiasi tipo di idea. Chissà se a breve riuscirete a far chiudere anche le bocche di chi, negli spazi più reconditi delle nostre città, riesce ancora a dire la sua. Anche solo con uno striscione appeso su un ponte. Perché il ponte è esattamente la metafora che si adatta ai tifosi calcistici di Roma. Loro camminano su un ponte stretto stretto, al quale ogni tanto si toglie un pezzo di asfalto. L’obiettivo è farli cadere nel vuoto in maniera che muoiano selvaggiamente. E se possibile vengano ricoperti da una dovuta damnatio memoriae.

Buongiorno Italia. Buongiorno Roma. Oggi c’è il derby. Non una partita qualunque. Ma ormai, la più brutta!

Simone Meloni