arkan-3La SS Lazio di Cragnotti presidente e Sven Goran Eriksson allenatore, ma anche la SS Lazio di Alessandro Nesta capitano e Salas capocannoniere, la Lazio del secondo storico scudetto, quasi inaspettato e ormai insperato, ma anche la Lazio dalla discussa curva nord, croce e delizia del tifo biancoceleste. Quella curva capace di portare in piazza migliaia di tifosi prima del match casalingo contro la Reggina, partita dello scudetto, ma anche la curva delle croci celtiche.

Quella SS Lazio oltre ad essere vincente diventò in parte anche un laboratorio politico, che (vuoi per caso vuoi per necessità, sportive ovviamente) aveva provato a far convivere sul rettangolo verde e negli spogliatoi serbi e croati. Equilibri precari. Da un lato il difensore dai piedi buoni Siniša Mihajlović, dall’altro lato del campo il forte centravanti Alen Bokšić, Nella vita come nello sport, ruoli e prospettive dividevano il popolo slavo.

Il 30 Gennaio 2000 allo stadio olimpico la SS Lazio affronta il Bari dell’ex Fascetti, partita da vincere per continuare a cullare sogni di gloria. In campo il match finisce 3-1 per i capitolini, ma più che della partita, la stampa, e non solo, si concentrerà sullo striscione comparso in curva nord “onore alla tigre Arkan”. Il riferimento è chiaro. Arkan è il soprannome di Željko Ražnatović, criminale di guerra serbo accusato di genocidio e crimini contro l’umanità, il cui legame con il calcio è sempre stato forte: oltre a essere stato presidente di una squadra (FC Obilić di Belgrado), Ražnatović ha reclutato i suoi “soldati” attingendo anche nella curva della Stella Rossa.

Nel paese dei misteri di stato e delle continue dietrologie, la stampa subito pensò che quello striscione fu commissionato dal difensore laziale, amico di Ražnatović, che a sua volta non fece nulla per spegnere, sia prima che dopo, le polemiche: “Era un mio amico, era il capo degli ultras della Stella Rossa. Io gli amici non li rinnego”, queste le parole dell’attuale allenatore della Sampdoria.

Il croato Alen Bokšić, che durante quella partita non scese in campo, dichiarò invece tutto il proprio malessere: “Sto male, molto male. Sono amareggiato e deluso anche perchè quella scritta viene dai miei tifosi. Hanno reso onore a quello che tutto il mondo considera un criminale di guerra contro il mio popolo. Davvero non si rendono conto di quello che fanno”. Nessun problema con Mihajlović, però: “Con Siniša abbiamo parlato del suo necrologio, ma per lui Arkan era un amico e forse avrei fatto anch’io la stessa cosa”.

I “politici”, non nel senso nobile del termine però, subito afferrarono la palla al balzo – si parla pur sempre di calcio – cercando di metterci il cappello. Tito era morto da un pezzo, l’Unione sovietica un ricordo, la prima Repubblica già storia. Ci si dovette accontentare della Melandri, pronta a chiedere la sospensione delle partite in caso di striscioni offensivi o inneggianti a violenza e razzismo, e la Mussolini, Alessandra, che dichiarò “onore ai tifosi”.

La domenica successiva, il 7 febbraio, mentre Vittorio Sgarbi difendeva, a modo suo, la “libertà d’espressione” dichiarando a “Domenica In” che «solo due femminucce come il ministro Bianco e la Melandri potevano pensare a un provvedimento come questo», la SS Lazio era in trasferta a Torino. E per fortuna ci pensarono i tifosi granata a spezzare lo schema, esponendo lo striscione “Onore al Gatto Silvestro”. Anche in questo caso il riferimento era chiaro: Silvestro, gatto per gli amici, era un terribile criminale, sessista e razzista, nemico di canarini e nonnine.

La SS Lazio 1900 festeggiò il centenario vincendo il suo secondo scudetto, conquistando anche la coppa Italia, in una storica rivincita contro l’Inter di Moratti Junior.