ultras montecatiniLa domenica ha ormai smarrito l’imprescindibile assolutezza della sua sacralità. La sveglia flessibile; la fragranza permeante di un ciambellone appena sfornato; l’indulgenza di un parroco verso l’infantile trasparenza dei suoi ministranti, assorti nella pulsione scatenata dalle gambe delle catechiste; la libagione del pranzo rustico e casereccio; la serenità dei sensi e dell’animo, nella cornice di una spensieratezza pura e docile. Il prologo di una letteratura settimanale da concludere a suon di sazietà e di passione. Sostanzialmente, la ritualità di un dogma che travalicava i banchetti festosi e le braghe calate per concedere asilo allo stomaco rimpinzato. La chiosa era d’autore. Non c’era né amaro, né digestivo; neppure moglie, amante, o amica, che potesse depistare l’appuntamento. Eccola: l’affascinante cerimonialità dello stadio e l’autotreno degli impareggiabili sentimenti al seguito, nell’attesa di celebrarla e nel postumo ricordare di averle concesso degno omaggio. E se l’alternanza del calendario non avesse goduto di magnanimità – stabilendo, quindi, la trasferta dei propri Colori – l’amplificazione sonora di uno stereo logorroico sarebbe rimasta salda nel recepire un segnale di frequenza che fungesse da corrispondente dei risultati.

Di tutto ciò, è rimasto lo sfocato ricordo di nostalgici eredi di una tradizione unica, secolare, popolare: quella per cui la sorte avrebbe potuto irridere le loro giornate sino al sabato, lasciando, però, che in 90 minuti (più recupero!) si desse respiro all’emotività, al fervore, al sostengo disinteressato. Una dimensione di tifo che soltanto l’Ultras, nell’accezione etimologica del suo essere, ha saputo mutare in concretezza. Non violenza polarizzata, bellicosità sanguinaria, o propensioni guerrafondaie: solo cristallizzazione della suprema e socialmente stimolante cultura dell’aggregazione viscerale, incondizionata, non pilotata dalle logiche del potere, destituente ed infimo. Uno scombussolare di interiora che entità note e repressive vogliono debellare. Politica, interessi e malaffare: marci pianeti del medesimo ciarpame galattico. Incravattati fantocci dai voluminosi portafogli, titolari di televisioni e di licenze menzognere. Conciliati dal profitto e dalla lotta ad un nemico comune: l’emisfero Ultras, appunto. Non certo riconducibile alle cronache facinorose di pennivendoli prezzolati dal sistema. Tutt’altro: l’espressione più elevata della dissidenza e della repellenza all’ordinarietà soggiogante. Un’ordinarietà abbellita da finta morale e dal buon costume. Ma che brama di annichilire la vena reazionaria di chi ha deciso di non piegarsi al volere dell’élite.

Massimo Fini li definì gli “unici ad aver voglia ed energia di rivolta”. Di una rivolta di suoni, di colori, di coreografie, di magnificenza per gli occhi e di calore per l’anima. Come avviene all’Olimpico di Roma, ove la Curva Nord Laziale riprende Lucio Battisti e, in un’intonazione da brividi del ritornello de “I Giardini di Marzo”, inscena un sensazionale giubileo di trasporto e di poesia. Oppure nell’atmosfera spirituale del San Paolo di Napoli, in cui la Curva A e la Curva B ribollono di appartenenza, nell’accompagnare la vocalità decisa ed incastonata nell’idioma partenopeo di Pino Daniele sulle note di “Napule è”. Non c’entra la mistificazione dei giornalai di partito, assoldati per riportare acriticamente gli accadimenti più turpi ed eticamente opinabili, che vedano il tifo organizzato nel ruolo del protagonista principale, tacciandolo di criminalità e di sovversione. Piuttosto, c’è un richiamo all’imbarazzante tanfo di borsoni impregnati di acqua piovana e di vernice, e all’acre maleodore del vicino di posto che ha appena ingurgitato una sambuca. C’è l’irripetibilità di uno stile anacronistico e (per questo) speciale: da preservare, evitando il rischio che si scada nel relativismo delle emozioni, che inocula la macabra e plastificata convinzione che anche queste possano essere mercificate. Per affievolire la soggezione di una pubblica opinione stonata dalla melmosa poltiglia dell’intellighenzia e schiavizzata dalle assurdità del bigotto ed assurdo pensare collettivo.

D’altronde, inutile biasimare l’educata e formale posatezza dei salotti istituzionali. Che ne sa Perrotta, il quale sapeva – in passato –  e suggerisce – oggi – di sanzionare il giocatore che desideri accogliere l’abbraccio passionale del cuore pulsante di San Siro, del Marassi, del Dall’Ara?! O Pallotta, avvezzo al mercimonio statunitense delle mazze in legno e delle sfere massicce?! O Tavecchio, la cui prima struttura sportiva visitata avrà la data del suo insediamento ai vertici del calcio nostrano, grazie agli accrediti FIGC?! O De Laurentiis, che dovrebbe esaminare la sua condotta, prima di chiedere imminente l’intervento dei Palazzi capitolini?! O Lotito, che sta ancora aspettando da qualcuno la spiegazione del concetto giurisprudenziale di “Conflitto di interessi”?! Che ne sanno Renzi, Alfano, Maroni, e la scuderia dei fenomeni imborghesiti da una giacca e da una ventiquattrore, i quali non possono vantare nemmeno l’efficacia di sbrigare i rispettivi oneri governativi?! Più in generale: ma voi, che cazzo ne sapete dell’amore eterno, di un seggiolino e di una birra, nella morsa di ideali intramontabili?!

Alex Angelo D’Addio