Era probabilmente una delle partite più attese all’ombra della Torre Pendente, per rinverdire i fasti di una rivalità anni ottanta. Tutto lasciava presagire a una serata più che interessante da un punto di vista ultras, anche in virtù del settore ospiti andato quasi subito sold out, con 1.150 laziali pronti a partire alla volta della Toscana, malgrado il turno infrasettimanale e la serata che si preannunciava piovosa. Tutto bello, tutto entusiasmante. Almeno fino a quarantotto ore prima del fischio d’inizio, quando qualcuno dev’essersi svegliato, forse riguardando alcuni filmati vecchi di quarant’anni o, chissà, scoprendo solo allora dei possibili motivi di attrito tra le due fazioni. Quarantotto ore prima, con biglietti dello stadio già comprati (saranno poi rimborsati), treni e pullman già pagati (nessuno si sognerà di restituire i soldi), permessi al lavoro già presi e tempo sottratto alla propria vita e alle proprie famiglie già programmato. Eppure che si sarebbe giocata Pisa-Lazio lo si sapeva dalla primavera scorsa, quando i nerazzurri hanno conquistato matematicamente la promozione in A. Le tempistiche sono quantomeno strane, sicuramente assurde, certamente irrispettose nei confronti dei tifosi. Ma a questo, sembra, ormai ci siamo abituati.
Chiaro, le gestioni dei precedenti match a rischio – contro Roma, Fiorentina e Verona – da parte della Questura locale sono state tutt’altro che virtuose e probabilmente in molti devono ringraziare di essere in Italia e di poter godere di quella particolare “immunità” con la quale le istituzioni e le sue propaggini riescono sempre a salvare la faccia (e i posti di lavoro), anche al cospetto di falle ed errori marchiani. Pensate voi se in qualsiasi altra mansione svolta da un italiano qualunque si sbagliasse così di continuo e così gravemente quanto poco durerebbe il lavoratore in questione. Ma il mondo (l’Italia in particolare) non è dei giusti, né tanto meno dei poveracci che lavorano per 1.200 Euro al mese (loro sì, aggiungerei!) Al massimo loro sono in qualche modo obbligati a buttare parte di questi soldi in suddette occasioni, venendo trattati da consumatori di Serie B, oltre che da cittadini di seconda divisione (ma pure qua ci abbiamo fatto il callo, vedi sopra).
La questione da sollevare – una delle tante – è proprio questa: è normale che migliaia di consumatori ogni settimana si trovino a dover letteralmente gettare alle ortiche soldi onestamente guadagnati per biglietti di treni, pullman e aerei che le compagnie (anche giustamente, dato che non si tratta di un loro disservizio) non sono disposte a rimborsare? È normale che, oltre alla barbara pratica del divieto in sé, lo stesso venga sempre più frequentemente comunicato a poche ore dal fischio d’inizio? Possibile che nel Paese dove le associazioni di consumatori impegnate sovente a difendere le più disparate cause non muovano un dito in tal senso? Davvero l’idiosincrasia verso l’associazionismo esistente in Italia fa sì che niente e nessuno si muova neanche per dei soldi palesemente “regalati” in seguito a provvedimenti discriminatori, dispotici e liberticidi? Eppure ai tifosi viene sempre detto che sono consumatori o clienti. Quindi lo sono solo quando gli viene propinato, a scatola chiusa, un abbonamento o quando c’è da “bastonarli” con prezzi dei tagliandi al di fuori di qualsiasi logica economica e sociale? Se gli stessi diventano clienti lesi allora… possono pure morire di fame. Corretto?
L’unico a cui è sembrata interessare la questione è stato l’allenatore biancoceleste, Maurizio Sarri, che al termine dell’incontro davanti ai microfoni ha messo nero su bianco il suo pensiero: “Mi è sembrata brutta la scelta del questore di Pisa di bloccare i nostri tifosi. Questa è una cosa che mi fa inferocire perché io le pene collettive le odio. Sui 1.200 tifosi che avevano comprato il biglietto, probabilmente 1.150 sono persone che si sono sempre comportate per bene in giro per l’Italia. Quindi penso sia anticostituzionale addirittura non permettergli questa trasferta. Siamo ridotti così in Italia. Si sta tritando il calcio”. Parole che oserei definire coraggiose, considerato il filo di omertà e menefreghismo che vige attorno a queste vicende da parte della maggior parte dei protagonisti – giocatori, dirigenti e staff -, anch’essi bravi e scaltri a prendere solo il buono da parte di chi fa sacrifici per sostenerli in casa e in trasferta, sfilando sotto al settore in caso di vittoria e lanciando maglie esattamente come si fa con i cani a cui si lancia il biscottino quando sono stati buoni.
Chiudo così: chiamatelo come volete, ma non lo chiamate spettacolo questo schifo. Chiamatelo esercizio coatto di un potere che va ben oltre il normale ordine pubblico e che ormai non pensa neanche più lontanamente alla prevenzione. Un sistema che spreme i tifosi, l’ultima ruota del carro, e quando può li schiaffeggia, colpevolizzandoli e mettendoli in un angolo. Lo striscione della Nord pisana sull’inutilità della Tessera del Tifoso (vi ricordate quando un noto ministro ci raccontava la favoletta secondo cui sottoscrivendo la card non si sarebbe mai incappati in divieti? Neanche a dirlo, livello di credibilità: Italia!) fotografa appieno la questione, così come gli applausi dell’Arena Garibaldi durante la sua esposizione ci dicono come la realtà tra chi frequenta un luogo aggregativo come lo stadio e quella di cui parlano i giornali dalle loro stantie redazioni siano distanti anni luce…
Simone Meloni






