leicesterRiceviamo e pubblichiamo un pezzo che mette in parallelo la bella storia del Leicester, allenato da Ranieri, al Capitano della Roma Totti. Un pezzo forse leggermente off-topic, ma comunque meritevole di menzione per una realtà, come quella delle Foxes, che sta facendo sognare tanti calciofili.

Dicono che ogni azione della nostra vita tocchi qualche corda, la quale vibra in eterno. E forse, per un non so quale scherzo del destino, esiste un filo invisibile che lega le giornate del 25 aprile del 2010 e dell’anno corrente. No, non sto parlando di una celebrazione effettiva o mancata di un evento storico-politico, ma degli avvenimenti accorsi in quel lontano giorno di sei anni fa, la cui eco è arrivata fino a noi, scrivendo pagine inaspettate della vita di molti: tra gioie, dolori, rivalse e rimpianti. Claudio Ranieri e Francesco Totti, Leicester e Roma. Due realtà profondamente eterogenee, legate però da uno strano intreccio che alcuni chiamano Fato, altri Sventura.

Da una parte l’allegra e folle combriccola delle Foxes, capaci di passare in meno di 12 mesi dalle paludi della zona retrocessione alle vette innevate del primo posto in solitaria della Premier League; dall’altra i giallorossi di mister Luciano Spalletti, vittoriosi al fotofinish nello scontro diretto con il Napoli per stabilire l’egemonia sulla seconda piazza alle spalle dell’inarrivabile Juventus. Sei anni fa. Uno sulla panchina della sua squadra del cuore, dopo esser cresciuto fra i vicoli di San Saba e avere girato l’Italia e l’Europa in lungo e in largo prima da calciatore, poi da tecnico. L’altro in campo, fascia di capitano al braccio come ormai avviene dal 1998 e una voglia matta di regolare la Sampdoria per conservare quel punto di vantaggio sulla corazzata nerazzurra dello Special One.

E fu proprio il numero 10 giallorosso ad aprire le marcature allo Stadio Olimpico, generando negli oltre 50mila spettatori presenti l’euforia scaturita dalla convinzione di aver intrapreso la salita attraverso una scala con direzione Cielo. Il risultato finale è noto a tutti, gli occhi tornano lucidi al solo pensiero ed alcuni – fra cui il sottoscritto – hanno abbandonato su quel seggiolino sporco di pioggia, fanghiglia e fumogeni una piccola frazione della propria infanzia, scivolata via tra lacrime amare. Giampaolo Pazzini e la brigata blucerchiata spezzarono i sogni di una città intera, del suo capitano e di un condottiero che sarebbe potuto essere un protagonista di un romanzo di Miguel de Cervantes.

‘Er Fettina’ e ‘Er Pupone’. Due strade che si sono divise, hanno corso parallelamente per poi rompere ogni certezza geometrica, intrecciandosi proprio nell’anniversario di quella cocente sconfitta. L’uno seduto su un divano ad assistere al pareggio casalingo del Tottenham, fermato da un coriaceo WBA desideroso di onorare l’evento seppur a salvezza ampiamente raggiunta; l’altro prima in panchina ad assistere al teso e cruciale match contro i partenopei, circondato da uno stadio che, in confronto a quella sera di sei anni fa, sembra aver ormai perso ogni caratteristica basilare del romanismo. Ma questo è un altro discorso, trattato e ritrattato a lungo e del quale non ci stancheremo mai di parlare.

Ma la penna si allontana dal foglio al momento dell’ingresso in campo del numero 10, capace in meno di un quarto d’ora di deliziare gli astanti, rianimare quella parvenza di tifo e soprattutto di rigenerare i compagni di squadra, trascinandoli alla vittoria con la semplice forza del pensiero. E del piede destro: patrimonio dell’Unesco. Entro una settimana Claudio Ranieri da San Saba potrebbe aggiudicarsi il primo titolo di campione d’Inghilterra della sua carriera, dopo aver sfiorato quello italiano in quella maledetta notte del 25 aprile 2010, dopo aver gioito per il pareggio degli Spurs nel giorno dell’anniversario dell’ennesima serata da vorrei ma non posso della storia romanista.

Entro sette giorni, Francesco Totti potrebbe informare una città intera circa la sua decisione in merito al futuro: che sarà comunque calcistico. Con la speranza che un giorno, magari proprio un 25 aprile, il capitano divenuto chi lo sa dirigente, allenatore o vicepresidente possa gioire della stessa meraviglia toccata in sorte a chi, un tempo, ha condiviso il suo dolore da una panchina.

Gianvittorio De Gennaro