Vienna ai primi di ottobre è quella città che in poco tempo passa dal cielo quieto e sereno alle potenti raffiche di vento, finendo per travolgerti con la più fastidiosa delle piogge durante la partita. Durante le uniche due ore in cui vorresti un’onesta tregua da parte di Giove Pluvio, almeno per goderti la serata e fotografare in tranquillità. E invece no. “Andrà avanti tutta la notte, mettiti l’anima in pace” mi dice, sorridendo, un collega italiano trapiantato qui, in tribuna stampa, nel bel mezzo di una delle mie numerose staffette tra questo settore e il terreno di gioco: quanto sarebbe bello aprire una parentesi sulla differenza tra le idiote disposizioni italiane che trasformano il fotografo in un detenuto e la totale libertà di movimento di cui lo stesso gode in buona parte d’Europa! Ma credo sia ormai diventato pleonastico star a sottolineare l’italico proibizionismo: gli effetti prodotti su tutto il sistema calcio nazionale sono sotto gli occhi di tutti e bastano a decretarne la totale sconfitta e il continuo raschiare il fondo del barile. Tempo fa mi ci sarei fatto il sangue amaro, oggi capisco che il processo è probabilmente irreversibile e l’unico modo per vivere ancora qualche esperienza significativa è guardare oltralpe (finché, pure là, sarà possibile!).

Non so se parlare di vero e proprio “esordio” personale nel tempio di Hütteldorf, perché ci sarebbe un precedente datato luglio 2012, nel vecchio stadio “Gerhard Hannapi”, in occasione di un’amichevole tra il Rapid e la Roma. Eppure oggi lo scenario è fattivamente diverso e il vecchio impianto dei Grün-Weiße è stato sostituito dal moderno e funzionale “Allianz Stadion”, inaugurato nel 2016 nello stesso punto e dotato di una capienza maggiore (24.000 posti, ampliabili a 28.000 durante la Bundesliga), pur rimanendo ancorato a quell’idea di calcio “sostenibile” che a queste latitudini rende ancora piacevole la fruizione della sfera di cuoio e permette ai tifosi di vivere con una discreta libertà sia i novanta minuti che tutti i rituali liturgici connessi. Certo, da amante del “vissuto”, non nego di preferire l'”Hanappi”, conosciuto a livello nazionale come “cattedrale del calcio” e sovente chiamato con l’appellativo di “Sankt Hanappi”, nomignolo che incarnava appieno lo slogan dei tifosi “Rapid ist uns’re Religion” (“Il Rapid è la nostra religione”).

Arrivando in città alle prime ore del mattino e con il calcio d’inizio fissato alle 18:45, posso concedermi un giro alquanto stringato del centro cittadino, sempre maestoso nei suoi edifici e nelle sue sfumature storiche, per poi avviarmi verso la fermata della metro da cui partirà il corteo dei tifosi viola verso lo stadio. La Capitale austriaca vanta storia e tradizione calcistica non indifferenti, con i due club che da sempre la rappresentano in ambito internazionale a tirare le fila e un discreto sottobosco di squadre e sodalizi che ne attesta il legame profondo tra la sua gente e il pallone. Da un punto di vista ultras, inoltre, Vienna è senza dubbio antesignana nel mondo germanofono, con gruppi, sigle e tifo organizzato che hanno cominciato a imperversare sulle gradinate già a metà degli anni ottanta, prendendo spunto da quanto avveniva nella vicina Italia. Una sguardo, quello verso il Belpaese, che ha ispirato sempre più i seguaci del fussball, finendo per attestare la nascita di gruppi tutt’oggi in vita e in salute sia in Austria che in Svizzera, due Paesi nei quali ho sempre individuato i prodromi di quanto vediamo oggi e che senza dubbio, con il passare del tempo, hanno stravolto anche il modus vivendi dei supporter tedeschi, che da inizio anni duemila in poi conosceranno una lenta e profonda trasformazione, virando anch’essi verso il modello italiano.

La longevità e l’ammirazione per gli ultras nostrani, hanno fatto sì che nel tempo si sviluppassero rapporti e amicizie importanti, vedasi quelle tra alcuni gruppi del Rapid e i ragazzi di Venezia e Parma (stasera presenti, rispettivamente, sugli striscioni degli Ultras e dei Tornados) andando, giocoforza, a creare il terreno fertile per antipatie e rivalità con le tifoserie avverse a queste ultime. Quella tra Rapid e Fiorentina non è una sfida inedita. I club hanno già incrociato le proprie strade due anni fa, nello spareggio di Conference League. In quell’occasione i viola dovettero rinunciare alla trasferta causa divieto imposto dalla UEFA per gli incidenti nel pre partita della finale giocata a Praga contro il West Ham. Per loro si tratta dunque dell’esordio assoluto al cospetto dei dirimpettai biancoverdi, per un appuntamento che – sia in virtù di quanto detto sopra, sia in virtù dei buoni rapporti tra i toscani e alcuni esponenti del tifo organizzato dell’Austria Vienna, nonché alla conclamata amicizia con la curva dell’Ujpest che si contrapporrà a quella tra gli austriaci e gli ultras del Ferencvaros – si preannuncia caldo e interessante. Aggettivi e aspettative che purtroppo siamo sempre più costretti a ricercare all’estero, con particolare attenzione alle due “coppe minori”, vero e proprio motore per questo genere di cose.

Dal ritorno sulla scena continentale, i viola hanno letteralmente ingranato la quinta, mettendo in mostra tutta la loro crescita, nonché il massiccio ricambio generazionale che, tassello su tassello, ha costruito e reso granitico il mosaico della Fiesole. In questi anni mi è capitato spesso di assistere alle loro performance e ancora una volta mi preme sottolineare quello che forse è l’aspetto più importante: l’equilibrio. Il totale equilibrio tra le varie anime e in tutte le sfaccettature contemplate dalla tifoseria gigliata. Vivendo nell’epoca del conflitto intergenerazionale, che spesso finisce per allontanare i più anziani e fiaccare i ragazzi o, peggio ancora, creare attriti insanabili che portano giovani e vecchi a distanziarsi, anziché dar continuità a decenni di militanza, il valore aggiunto dei fiorentini è probabilmente questo. Soprattutto se si pensa all’anima di una città storicamente borghese e non certo facile in tema di repressione e aggregazione giovanile. La forza dell’unione, del saper non lasciare indietro nessuno e del sapersi rapportare/difendere da folate repressive o campagne diffamatorie è oggi un fulcro imprescindibile, soprattutto in un Paese come il nostro, che dal Covid in poi si è nuovamente mostrato fagocitante e aggressivo nei confronti delle curve e dei ragazzi che le compongono. Del motto “Se i ragazzi sono uniti non saranno mai sconfitti” si è fatto grande abuso, riuscendo però difficilmente a tramutarlo in routine, soprattutto quando si parla di grandi piazze e città metropolitane. Proprio per questo ritengo che il lungo e difficile lavoro fatto e ancora in essere tra i gruppi della Fiesole assuma un valore ancor più importante in questo periodo storico, mostrando alla perfezione quanto anche nel grigiore di un Paese che utilizza gli spazi sociali come laboratori di repressione, l’unione può fare la forza e può tenere in piedi un movimento verso cui è palesemente in atto un attacco volto ad azzerarlo definitivamente. Il sapersi contrapporre a ciò non significa andare oltre le righe, anche e soprattutto nella comunicazione. Semmai significa istruire e instradare i ragazzi, camminando a fari spenti ma riuscendo sempre a rimanere sulla via tracciata, fedeli alla filosofia di curva che ci si è dati, come nel caso dei gigliati.

Quando manca poco più di un’ora al fischio d’inizio, ecco scendere alla stazione metro di Ober St. Veit il contingente viola, atteso da un vasto spiegamento di forze dell’ordine, attrezzate di scudi, manganelli, caschi e telecamere. Benché ci sia attenzione e non si vada per il sottile, il modus operandi della polizia a queste latitudini è diverso e più “logico” rispetto al nostro (oltre a esser “garantito” dalla numerazione presente sulle divise degli agenti, cosa che li rende identificabili. Argomento tabù nel nostro bellissimo Stato!). Non si pensa a fare spettacolarizzazione o piagnistei postumi, tanto per giustificare divieti o demonizzare tifosi, manifestanti o semplici cittadini, ma l’attenzione è rivolta alla prevenzione e alla gestione dell’evento. Attenzione, questo non vuol dire certo che le istituzioni autoctone non abbiano provato o provino tutt’oggi a inserire strumenti limitativi per la libertà dei tifosi o che gli agenti non incorrano in errori ed esagerazioni, ma è un dato di fatto che il rapporto tra polizia, supporter, club e politica sia totalmente differente e non si basi mai e poi mai sul regime emergenziale e allarmista che tanto piace ai nostri eroi. Un cellulare su cui campeggia il – grammaticalmente – discutibile invito a “seguirlo” fa strada ai tifosi, con il quartiere Hütteldorf praticamente blindato. Lo zoccolo ultras della Fiesole marcia verso il proprio settore e, a qualche centinaia di metri dagli ingressi, viene rimpinguato da diversi tifosi “semplici”. In totale sono circa 1.300 i biglietti venduti, un numero più che dignitoso se si pensa al periodo nero che la squadra sta vivendo. Un inizio di stagione traumatico, con la Viola costantemente in zona retrocessione e ancora a secco di vittorie in campionato. Un viatico verso il centenario tutt’altro che roseo, a cui si aggiungono i lavori in corso al “Franchi” per i quali ancora non si conosce una vera e propria data di consegna e che terranno gli ultras lontani dalla loro storica casa ancora per diverso tempo.

Prima di entrare mi concedo un piccolo giro attorno allo stadio, osservando i tifosi di casa che alla spicciolata si avviano verso gli ingressi. Graffiti, murales e “stuoli “tappeti” di adesivi campeggiano su muri e porte dei locali, marcando fortemente un territorio da sempre legato al Rapid, che con i suoi trentadue campionati vinti e le sue quattordici Coppe d’Austria è il club più titolato a livello nazionale. Curiosità: nell’albo d’oro dei Rapidler figura anche una Coppa di Germania, vinta nel 1938 contro l’FSV Frankfurt, quando il Paese era stato annesso alla Germania nazista. Ritirato l’accredito posso finalmente entrare sulle gradinate, mentre la pioggia ha iniziato a cadere senza pietà, resa ancor più fastidiosa dal forte vento che l’accompagna. Anche gli ultras gigliati stanno lentamente entrando nel settore, attaccando tutte le pezze dietro cui si identifica la Fiesole formato trasferta e cominciando a organizzare la scenografia che verrà mostrata all’ingresso delle due squadre. Scenografia che sarà esibita anche dai padroni di casa, che nel frattempo hanno già intonato i primi cori e mostrano con disinvoltura decine di sciarpe e un bandierone su cui è impressa la scritta “Gruppo Anti-Viola”, chiaro riferimento alla rivalità cittadina che oggi viene “riutilizzato” contro gli avversari di turno e i loro amici. A tal merito, oltre a Parma, Venezia e Ferencváros già citati, presenti anche i ragazzi di Norimberga tra le fila viennesi.

Mentre l’acqua filtra dappertutto, si avvicina il calcio d’inizio e quando le due squadre fanno capolino dagli spogliatoi, le tifoserie danno sfogo alla propria creatività: su fronte ospite vengono issati cartoncini viola corredati dallo striscione “Purple Block” e successivamente coperti dalla coltre di fumo dovuta alla pirotecnica accesa. Uno spettacolo semplice ma tutto sommato ben riuscito, anche considerate le difficoltà che si hanno nel realizzare piccole scenografie in trasferta. Da sottolineare il costante utilizzo di torce e fumogeni all’estero da parte dei toscani, una vera e propria rarità – salvo qualche eccezione, vedasi i romanisti a Salisburgo e Ginevra qualche anno fa – per i gruppi italiani nelle kermesse internazionali, ma anche un segnale chiaro e forte sullo stato di salute, fantasia e voglia di fare. Quello che personalmente ritengo essere un loro grande pregio è proprio il saper ostentare il modello italiano. Il tornare su quegli elementi basilari che per anni sono stati ammirati e studiati da buona parte d’Europa e che, troppo spesso, in molti abbiamo dimenticato o abbandonato appannaggio di effimere mode del momento o, peggio ancora, trend in voga sui vari social network (una delle rovine della nostra epoca, sarebbe bello se riuscissimo a dircelo senza retorica, ma ponendo una base che modifichi gli atteggiamenti connessi a questa piaga!). Cioè che discosta le nostre curve e il loro modo di fare dalle altre sottoculture parallele, è senza dubbio il maggiore spontaneismo che le anima. L’essere poco avvezze a un’estrema militarizzazione o schematicità nel tifo e nel sostegno della squadra, persino il concedersi qualche sbavatura o qualche momento di pausa, magari per emozionarsi a un gol o disperarsi per una sconfitta. Negli anni ho cominciato a sviluppare una sorta di inquietudine verso chi presta attenzione maniacale verso l’estetica (che, attenzione, io anche credo sia importante, ma non può sostituire la sostanza), verso la postura, verso l’idea che si deve dare al mondo esterno e magari fa venir meno i motivi per cui di base si frequenta un settore popolare. Paradossalmente: tante volte meglio un battimani riuscito male che la robotizzazione di un gruppo o della propria militanza.

Venendo alla curva di casa – che del colore e degli spettacoli scenografici fa da sempre un marchio di fabbrica – dapprima viene ricoperta da un grande bandierone copricurva con i colori sociali per poi lasciare spazio alla scritta “Forza biancoverdi”, composta per metà da cartoncini nel settore e per metà da un lungo striscione appeso sulla balaustra. Successivamente migliaia di bandierine bianche e verdi andranno a formare tante strisce verticali lungo l’intera curva, per comporre una di quelle scenografie che onestamente apprezzo molto per la sua semplicità. Di grande impatto anche la sciarpata eseguita nel pre gara, seguita anche dal molti settori e replicata negli ultimi minuti. Ma su questo c’è davvero poco da appuntare agli ultras del Rapid, ogni volta che li ho visti all’opera sono saliti in cattedra per l’attenzione data al colore e alla dinamicità della loro presenza (ricordo ancora la bellissima sbandierata dei circa quattrocento viennesi a Borisov contro la Dinamo Minsk nel 2015), aspetti che – tornando al discorso fatto qualche riga sopra – non hanno mai tolto nulla al tifo, che anche stasera si dimostrerà di ottimo livello, malgrado una squadra mai veramente in partita e quasi subito in svantaggio.

Nel mio peregrinare tra campo e tribuna stampa ho quantomeno la fortuna di ascoltare e osservare il tifo da diverse prospettive, cosa che mi fa carpire la discreta conoscenza della lingua italiana – in particolar modo di alcune, nostre, tradizionali invettive – da parte della tifoseria austriaca ma anche il modo deciso con cui i lanciacori viola fanno partecipare tutti i presenti al tifo. Ciò che ne viene fuori è un gran bel confronto vocale, con colore, torce e fumogeni che non mancano e la conferma di quanto il vero spettacolo sia attorno a un manto verde dove la qualità è ormai scesa vertiginosamente anche a livello europeo (a tal proposito, ovviamente, noi ne siamo i capifila!). Nella ripresa i fiorentini espongono un grande striscione per i diffidati, tenendolo per diversi minuti in alto e rendendolo ancor più significativo dai numerosi cori in favore della libertà per gli ultras e per tutti quei ragazzi che oggi non possono essere al seguito della loro squadra a causa delle interdizioni. Una sanzione, quella del Daspo, che negli ultimi anni, oltre a esser diventata più stringente e limitativa, ha spesso assunto contorni grotteschi, andando a colpire anche chi non ha preso parte ad eventuali tafferugli o addirittura colpendo “preventivamente” soggetti ritenuti pericolosi per questioni extra stadio. Un terreno minato difficile da comprendere al di fuori dell’Italia, una situazione che rende ancor più onorevole la volontà dei tanti ragazzi che si sono avvicinati alle curve in questi ultimi anni.

Come detto sul terreno di gioco sarà la Fiorentina a imporsi con un roboante 0-3 che attutisce momentaneamente la rabbia per i risultati in campionato. Malgrado la sconfitta, tuttavia, applausi e cori anche per il Rapid Vienna, con la curva che si esibisce nell’ultima sciarpata delle serata continuando poi a “pungersi” con l’opposta fazione. Da sottolineare la presenza tra gli ospiti di una delegazione di ultras dell’Ujpest e dell’Austria Vienna, che vengono in ambo i casi sottolineate da cori in loro favore, ovviamente non graditi dal pubblico di casa. Continua a piovere come se non ci fosse un domani, mentre tento di immortalare gli ultimi momenti di questa serata (cosa che mi costerà un obiettivo!) per poi cominciare a riporre l’attrezzatura e avviarmi molto lentamente verso le uscite. Amo osservare lo stadio che si svuota, gli striscioni che vengono ritirati, gli ultimi cori – spesso goliardici da parte di chi deve aspettare l’ok della polizia per uscire -, i biglietti e le carte che restano per terra e le gradinate che tornano a essere un tempio vuoto, in attesa del ritorno dei suoi fedeli.

Anche questa esperienza sta per terminare e la stanchezza comincia a farsi sentire forte e chiara. I tanti chilometri fatti a piedi, le poche ore di sonno, lo zaino che mi piega la schiena e l’acqua che è filtrata attraverso la giacca fanno il resto, ma ci sta! Almeno stasera avrò modo di dormire a sufficienza, per poi raggiungere, l’indomani, l’aeroporto e salire sull’ennesimo volo Ryanair, destinazione Rimini. Perché ovviamente i viaggi comodi non fanno per me. Salgo sul tram che in pochi minuti mi porterà all’albergo, vedendo lo stadio sparire, metro dopo metro, dietro di me. Con esso non spariscono le considerazioni e le sensazioni dei novanta minuti e di tutto ciò che li ha preceduti e seguiti. Malgrado i miei tempi elefantiaci, mi preparo mentalmente a mettere tutto per iscritto, nella speranza che il futuro non finisca per mortificare anche questa arte, favorendo la plastificazione della narrativa, la sete di velocità priva di contenuti e l’utilizzo sproporzionato e illogico della varie intelligenze artificiali. Ma questo accadrà solo e soltanto quando non avremo più voglia di parlare delle nostre esperienze e di metter piede in posti e realtà che non conosciamo. Accadrà quando non ci sarà più curiosità e il mondo sarà ridotto ad asettico contenitore di automi anziché esseri umani. Ma questo è un discorso da affrontare in altre situazioni, per ora meglio godersi vizi e virtù delle coppe europee e delle loro protagonista: le tifoserie!

Simone Meloni