Derby del Secchia numero ottantasette, probabilmente l’ultimo con entrambe le tifoserie. Fossimo in un’era e soprattutto in un Paese normale, mi soffermerei a raccontare la sfida – una delle classiche nell’Italia dei campanili – e lascerei a chi di dovere l’analisi della cronaca, che potrebbe tranquillamente essere racchiusa nei suoi confini e affrontata dalle centinaia di leggi che esistono nel nostro Paese in ambito stadio. Del resto, sempre se fossimo un posto normale, a nessuno verrebbe in mente di brandire pene collettive quando la responsabilità è individuale. Ma fa comodo così e in questo periodo storico la politica ha ben(?) deciso di raccogliere tutto quello seminato da chi l’ha preceduta e radere a zero il concetto basilare dell’aggregazione del tifo: le trasferte. Per quanto il mondo dei tifosi sia controverso, contraddittorio, spesso anche ipocrita e talvolta ci metta il carico da undici per mettere sulla bocca o sulla penna dei soliti noti gli elementi per dipingerlo come male assoluto della società, è innegabile che la china repressiva presa da un paio d’anni sia a dir poco vergognosa e vada contro qualunque logica di Stato civile. Il tutto viene reso ancor più mortifero ed efficace dal pressoché assoluto silenzio delle società e dei protagonisti dello sport più amato dagli italiani. Ma il tutto direi che è ben configurato nel degrado dialettico e culturale dentro cui l’Italia ormai non solo è caduta da anni, ma continua a sguazzare sembrando di non toccare mai il fondo.
I fatti si sanno, non sta a me riportarli e neanche mi interessa darne descrizione. Mi preme sottolineare come, pur non essendo complottista, è evidente che più di qualcuno si sfreghi le mani e continui la sua opera, a effetto domino, del castigo perpetuo. Che poi spesso e volentieri i dispositivi di prevenzione siano nulli o discutibili non importa a nessuno, perché dovrebbe? Siamo la Nazione dove in molte occasioni chi sbaglia, in ambito istituzionale, non solo non paga ma fa addirittura carriera. E gli esempi sarebbero davvero tanti, quasi infiniti direi. Quando certi malcostumi sono così incancreniti non ci si deve sorprendere di nulla. Un po’ come processi e sentenze fatti prima dai giornali e poi, forse, celebrati nelle aule di tribunale. Processi con cui determinate penne gettano la damnatio memoriae addosso a intere categorie, rendendole invise anche se dopo anni un magistrato le assolve dal reato ascritto. Questo siamo e questo ci dobbiamo tenere, avendo zero capacità di reazione e pensiero critico ed essendo ostaggio di una della stampe peggiori al mondo. E questo non lo dico io, basta consultare le classifiche di Reporter Sans Frontières, che quest’anno ci vedono al quarantanovesimo posto. Ultimi nel mondo occidentale. Ma non c’è da sorprendersi, basta sfogliare un nostro quotidiano o, peggio ancora, vedere un telegiornale per averne prova.
Nella fattispecie: c’è bisogno di fare la morale, di ergersi a paladini dell’ordine e della disciplina o magari – pur non sposando, comprensibilmente, taluni gesti – cominciare a fare domande e chiedere se si voglia arrivare davvero alle trasferte zero? Non mi interessa la responsabilità dei tifosi onestamente, per quelle (ripeto), ci sono leggi e balzelli, oggi impossibili da bypassare. Mi interessa puntare il dito contro la logica dell’emergenza continua e l’opportunismo con cui si chiude, si vieta e, di conseguenza, si vuol fiaccare un mondo ultras che negli ultimi anni ha conosciuto un importante ricambio generazionale (sarà mica questo il problema in un Paese di dinosauri?) ed è rimasto forse l’ultimo movimento aggregativo dove i giovani, con tutti i loro errori e i loro limiti, si riconoscono in valori diversi da quelli iperconsumistici e individualisti che questa società ci inculca minuto dopo minuto. E sì, magari starò pure cadendo nella retorica dietro cui spesso la curva si trincera, ma a questo punto se devo scegliere una retorica, preferisco quella degli ultras anziché quella di ministri profumatamente pagati per firmare provvedimenti in cui si sceglie di non gestire.
Perché non si affronta seriamente l’argomento “divieti ed effetti collaterali”? Nella logica perennemente emergenziale del nostro Paese tutto fa brodo e tutto fa comodo, anche non comprendere che la serie infinita di atti repressivi e limitativi non fa che produrre rabbia e voglia di rivalsa, facendo sì che spesso nei pochi spazi lasciati liberi ci si fiondi senza ragione e con troppa foga. Sono discorsi che si possono affrontare, senza inutili moralismi. Sono discorsi che in un luogo civile, lungimirante, voglioso di intessere un dialogo con tutte le controparti sociali, cominciando dalla gioventù, si dovrebbero aprire senza se e senza ma. Lo so, anche queste sono parole inutili perché ormai la perversa e pervertita macchina si è messa in moto e anche tra chi applaude scenografie e riempie il proprio cellulare con le foto della curva, oggi c’è gente che applaude il provvedimento, che augura pene ancor più forti e liberticide. Dividi et impera, del resto, non è un concetto inventato da una tribù sperduta della Patagonia, ma da chi per secoli ha dominato buona parte del mondo conosciuto. E oggi più che mai la lotta tra poveri è il leitmotiv con cui il sistema sa governare meglio, utilizzando il popolo come arma contro se stesso.
La serata, peraltro, non era cominciata in modo sereno (e questo ben prima delle tensioni con i modenesi), segnata dal comunicato nel prepartita con cui le Teste Quadre annunciavano di dover rinunciare alla scenografia – a detta loro già mostrata altre volte senza problemi -, negata dalla Questura. Una delle tante rappresaglie all’italiana, una delle prime ragioni del clima poco disteso che ogni settimana cresce dentro e fuori gli stadi: l’inibizione del folklore, la punizione in stile maestrine di scuole elementari o le semplici prese di posizione da sceriffi. Malgrado questo le gradinate presentano circa quindicimila spettatori, di cui tremilacinquecento provenienti da Modena. Numeri importanti, che attestano la grande passione di due piazze storiche tornate ormai da diversi anni al loro posto, con i canarini che sinora si sono addirittura mostrati in grado di avanzare pretese in zona promozione.
Personalmente avevo grande curiosità di vedere all’opera il nuovo assetto della Sud, con il Gruppo Vandelli che dopo quindici anni, questa estate, ha deciso di tornare in curva. L’ultima volta che avevo visto i due gruppi emiliani nello stesso settore del “Città del Tricolore” risaliva addirittura a vent’anni fa: Reggiana-Cavese, Serie C1 2005/2006. Bei tempi andati, verrebbe da dire ricordando quella giornata! Sta di fatto che, anche grazie alla crescita che negli ultimi anni il Vandelli aveva avuto in tribuna, questa scelta ha chiaramente giovato alla curva tutta per il tifo e la compattezza. Il fatto che il muretto superiore funga ora da propulsore anche per la parte alta si nota subito e complessivamente la prova degli ultras reggiani sarà molto buona: tante manate, cori a rispondere, un paio di belle sciarpate, torce ed esultanza coinvolgente al gol, che vale la vittoria, realizzato da Bozzolan. Non conosco bene le dinamiche interne dei reggiani e pur immaginando che ridisegnare la loro geografia sia stato compito delicato, in generale penso sempre che la pluralità di gruppi all’interno dello stesso spazio, se equilibrata e non in conflitto, produca una sana competizione e di conseguenza a migliorarsi sempre. Le Teste Quadre, ormai icona del nostro movimento ultras, non hanno certo bisogno della mia presentazione o di un mio commento, dunque trovarle in buona forma e vedere tanti ragazzi gravitare attorno al loro striscione non può che far piacere.
Nel settore ospiti, come detto, prendono posto tantissimi modenesi, con i gruppi che si posizionano nella zona centrale cercando di coordinare al meglio il tifo, cosa affatto facile quando si tratta di trasferte così corpose. L’opera, tutto sommato, riesce alquanto bene, venendo condita da un paio di belle sciarpate, dal continuo sventolio dei bandieroni e dai cori a rispondere che riescono a coinvolgere tutti i presenti. Malgrado la sconfitta ci sono comunque applausi per la squadra di Sottil, che rimane comunque a un passo dalla vetta e continua a far sognare una città intera. “Terzo tempo” come sempre vivace in queste occasioni, con le tifoserie che provano a stuzzicarsi venendo però fagocitate dalla solita, inascoltabile, musica da discoteca sparata a tutto volume. Una delle cose più insopportabili e trash degli ultimi anni nel calcio!
Chiudo questo pezzo sottolineando come mi sarebbe piaciuto parlare della rivalità, del campanile, dello sfottò e della storia che da sempre divide queste due città. Lo avrei fatto molto volentieri invece che inerpicarmi nell’ennesima invettiva contro i gestori del “circo” pallonaro. Mi limito a dire che, purtroppo per qualcuno, oggi, nel 2025, queste rivalità ancora esistono e sono sentite, pure al di fuori del calcio. “Dispiace” che, malgrado si voglia appiattire il folklore e abbattere il campanile, questi sussistano e rappresentino un bagaglio culturale grande e fondamentale per il nostro Paese. Mi chiedo poi – dal basso della mia piccolezza e modestia – come si faccia ancora ad aver rispetto e credibilità per una classe istituzionale cialtrona, menefreghista e incapace nella sua stragrande maggioranza. Come si faccia a non prendere distanza dalla politica, dall’establishment, dagli Osservatori, dalle bolle (balle?) ministeriali e dai provvedimenti firmati uno o due giorni prima delle partite. Sicuramente il nostro mondo è destinato a morire sotto i suoi autogol e sotto i colpi inferti dai soggetti di cui sopra, ma sicuramente più di qualcuno lo farà con dignità. Magri altri si venderanno, se non lo hanno già fatto. Ma sicuramente in pochi altri comparti della società italiana, oggigiorno, si potranno trovare ragazzi un po’ “matti” e fuori dagli schemi o dalle vite impostate e vuote che ci somministrano come medicinali. Se proprio non ci riesce di ribellarci, almeno respiriamo queste ultime bolle d’ossigeno che rimangono a disposizione. Sperando che successivamente tutti voltino le spalle a un Paese marcio, lasciandolo sprofondare nella sua mediocrità e nel suo perbenismo da quattro soldi…
Simone Meloni
















































