Imboccando Viale Jonio e proseguendo per Via dei Prati Fiscali il serpentone di auto si fa sempre più fitto. Al di fuori dei finestrini decine di sciarpe e bandiere. Mentre sui motorini coppie di amici cantano a squarciagola i cori della Sud. Metro dopo metro l’entusiasmo che da settimane pervade la città si fa sempre più intenso, dopo esser stato cristallizzato per una settimana. In attesa di questa gara di ritorno.

È capitato più di una volta di uscire la sera e ritrovarsi su tram, bus e metro con decine di ragazzini improvvisati a cantare cori da stadio e a rivendicare il loro romanismo. Era qualcosa che non vedevo davvero da tempo immemore, forse dal periodo post scudetto. Sono cambiate le generazioni e si sono persi tanti modi di vivere il calcio e la città, ma questo illogico attaccamento a una squadra di calcio, questa voglia di cercare attraverso essa lo spunto d’orgoglio e di sentimento comune resta evidentemente indelebile.

Sì ok. Si tratterà pure di una semifinale di Conference. Della terza competizione continentale. Di una coppa dalla poca importanza e di un trofeo abbordabile. Ma per la gente romanista non conta. Anche perché da queste parti non si disputa una finale europea da trentuno anni, mentre l’unico titolo vinto Oltralpe risale addirittura a sessantuno anni fa. In mezzo una serie infinta di delusioni, finali perse e conclamate figuracce. Pertanto non ci trovo davvero nulla di male nell’entusiasmo smisurato che questo percorso in Conference ha prodotto nella gente. E a prescindere dalla posta in palio resta comunque impressionante la mole di morboso attaccamento smossa in tutte le componenti della tifoseria.

Stasera di fronte alla Roma si materializza uno dei suoi principali tabù: quello delle squadre inglesi. Senza andare troppo indietro nel tempo, sono ancora fresche e sanguinanti le ferite delle semifinali di Champions ed Europa League perse rispettivamente con Liverpool e Manchester United. Una cabala che per molti è divenuta insuperabile e che solo una serata perfetta può esorcizzare una volta per tutte. All’andata la squadra di Mourinho ha saputo rintuzzare gli avversari, tornando a casa con un ottimo pareggio. Ma a differenza di altre volte in questa occasione non si è gridato spavaldamente e con tracotanza al passaggio sicuro. Sebbene l’orda di colori giallorossi sia vociante ed energica, come detto.

Attraverso Ponte Duca d’Aosta confondendomi tra le centinaia di vessilli. Il “porta una bandiera” è divenuto talmente una parola d’ordine che anche la società in settimana ha invitato i tifosi a colorare le gradinate. Mentre Mourinho ha richiesto 70.000 giocatori, anziché settantamila semplici spettatori. La serata col Bodo è ancora negli occhi e nelle orecchie di tutti ma c’è la consapevolezza che contro un avversario dal maggior valore come il Leicester servirà replicare se non alzare l’asticella rispetto ai Quarti. E lo si legge negli occhi di tutti quelli che marciano verso gli ingressi.

È una realtà parallela rispetto al Roma-Bologna giocato solo quattro giorni prima. Non c’è nessuno disposto a sorseggiare una birra nei dintorni dell’Olimpico entrando a pochi minuti dal fischio d’inizio. E non c’è nessuno a cui oggi interessino disamine tattiche o pronostici da quattro soldi. È come se i romanisti abbiano compreso che il destino può essere nelle loro mani e vogliano affrontarlo senza troppe paure e accantonando i fantasmi del passato. Se il “dodicesimo” è un concetto abusato, stasera tutti vogliono essere il quattordicesimo, il quindicesimo, il sedicesimo etc etc etc. E spingere la palla in rete o contrastare con fermezza i dirimpettai britannici. La diversità da quattro giorni prima è data dalla fame di tutti i presenti.

Superando i prefiltraggi passo davanti alla Sud, dove una fila chilometrica lascia intendere i soliti – vergognosi – rallentamenti agli ingressi. Ma di questo parlerò più avanti. Quando manca un’ora al fischio d’inizio l’Olimpico è già pieno almeno per metà. Di tanto in tanto si leva al cielo il tormentone “Se i tuoi colori sventolo…” colorato da migliaia di bandiere. Vera e propria hit di questa stagione giallorossa. Nel settore ospiti penderanno posto circa quattromila sostenitori delle Foxes, che con il passare del tempo si lasciano andare a qualche coro immediatamente fischiato dal pubblico di casa. Come un dolce ritorno al passato da sottolineare numerosi scambi di materiale pirotecnico tra la Nord e gli inglesi. Mourinho, nel chiedere settantamila giocatori, probabilmente non immaginava di generare settantamila Vinnie Jones!

I minuti che separano dal calcio d’inizio si assottigliano sempre più con il classico repertorio musicale che passa dagli altoparlanti. Continuo a ribadire il mio poco amore per tutto questo cerimoniale ma al contempo riconosco almeno – stasera – di aver scelto canzoni inerenti alla Roma, senza musicacce di gente che anni fa avrebbe chiesto senza fortuna le elemosina su Via del Corso.

Arriva il momento dell’inno e l’Olimpico sfodera la sua arma forte: sciarpata e sbandierata. Con la Sud che cala una coreografia a tema: due guerrieri romani sovrastano la scritta In Britannia cuncti nomen Romanorum horrebant (in Britannia tutti temevano il nome dei romani). Come detto per le precedenti scenografie, la scelta degli ultras romanisti è azzeccata. Senza voler strafare il colpo d’occhio risulta davvero bello e il significato intrinseco riprende il filo conduttore di altre coreografie realizzate in passato. Tenere vivo il legame con la storia dell’Urbe Eterna – soprattutto in campo internazionale – rappresenta un vanto che poche altre tifoserie al mondo possono sfruttare in ambito calcistico.

Iniziano le ostilità e la voce dello stadio sale in cattedra. La Roma conquista un paio di angoli e al 10′ passa in vantaggio con Abraham. L’inzuccata dell’inglese è potente e trafigge senza pietà Schmeichel. L’esultanza dell’Olimpico è di quelle importanti: un boato che penso rimbomberà a lungo nelle orecchie dei presenti. La Sud si colora con tante torce e fumogeni, come non si vedeva da diverso tempo e sfodera manate e cori prolungati davvero notevoli. Ma non è solo la Curva a farsi sentire, bensì tutto lo stadio che in più di un’occasione si unisce ai cori soffiando letteralmente sul campo.

Anche perché a questo punto – come da manuale Mourinhano – la squadra comincia ad irretire gli avversari lasciando loro ampio possesso palla ma non permettendogli praticamente mai di essere pericolosi. Anzi, sulle ripartenze è la Roma a sfiorare un raddoppio che rischierebbe di mettere anzitempo in cassaforte la qualificazione. Tuttavia la tensione della partita stritola letteralmente lo stomaco dei presenti. Lo si vede dalle loro facce tese, irrigidite. Uno spettatore esterno guarderebbe una simile partita con la quasi certezza che il Leicester difficilmente potrà rendersi pericoloso, considerato il suo andamento. Chi la vive da tifoso ragiona (o meglio sragiona) in maniera molto differente. E anche una palla distante settanta metri dalla porta può diventare potenzialmente rischiosa per le coronarie.

Quando l’arbitro manda le due squadre negli spogliatoi quasi tutti prendono fiato. Probabilmente nessuno vorrebbe che l’intervallo finisse. Perché in quei 15 minuti i muscoli si sono leggermente rilassati e lo stomaco ha ripreso a dilatarsi regolarmente. Eppure, puntuali come un orologio svizzero, i giocatori rifanno la loro comparsa sul manto verde. Pronti ai secondi 45 minuti.

La Roma riprova a partire forte e l’Olimpico urla a gran voce. Abraham, Pellegrini e Mancini invitano i presenti a fare ancora più chiasso. Ed è il segno di come in questo momento l’unità tra la squadra e la sua gente sia veramente forte.

Sul maxi schermo appare mister Claudio Ranieri, uno che per ovvie ragioni è amato su ambo i fronti. E infatti da entrambe le tifoserie riceve applausi ed ovazioni.

Nel settore ospiti la tensione con la Nord aumenta, costringendo la celere a entrare, formando una zona cuscinetto e manganellando qua e là. La domanda è: ce n’era davvero bisogno? Non si sarebbe potuto provvedere prima alla creazione di una zona cuscinetto? (Del resto le tifoserie si stavano beccando da prima del fischio d’inizio e l’utilità degli steward in questi casi è pari a zero). Possibile che dopo tanti anni di partite internazionali ancora si debbano fare simili figure barbine davanti al mondo intero, dimostrando la totale incapacità dei nostri eroi nel gestire l’ordine pubblico durante e a margine degli eventi sportivi? Le risposte sarebbe tante. E in parte anche retoriche. Quindi meglio soprassedere.

Intanto il cronometro scorre e la prima – vera – occasione per gli ospiti arriva al 91′, quando Maddison spaventa tutti con un tiro che si spegne non lontano dal palo destro della porta difesa da Rui Patricio. L’epilogo arriva quattro minuti più tardi, quando il direttore di gara fischia per tre volte facendo letteralmente esplodere lo stadio. La finale di Tirana vedrà ufficialmente affrontarsi Roma e Feyenoord. E per qualche minuto non si capisce più dove siano i giocatori della Roma, tanto sono uniti nelle esultanze e impegnati a fare il giro di campo per ricevere il meritato applauso.

Anche la squadra di Brendan Rodgers va a raccogliere i ringraziamenti dei quattromila giunti da Leicester. Un cammino comunque storico per una squadra che negli ultimi anni ha saputo scrivere pagine indelebili, soprattutto se si pensa a un passato non propriamente fatto di successi. A proposito dei supporter delle Foxes: se all’andata ho parlato bene dell’ambiente del King Power Stadium e del loro gruppetto ultras intento a creare ambiente per tutti i 90′, oggi con altrettanta franchezza devo dire che – per quanto bellicosi e vivi – mi sono sembrati più aderenti alla realtà della classica tifoseria inglese: pochissimi cori, tanto silenzio e prestazione davvero impalpabile.

La Sud rimane diversi minuti sulle gradinate per festeggiare l’accesso alla finale e continuare a cantare. Già si avvertono i clacson dei tifosi che stanno riconquistando la strada di casa. E sarà così per tutta l’intasatissima via del ritorno, con pub e bar presi d’assalto e macchine che mostrano fiere le loro bandiere.

In ultima battuta vorrei tuttavia sottolineare due aspetti negativi, che non riguardano i 90′, quanto il contesto esterno. Nel 2022 ritengo davvero vergognosa e non più giustificabile la gestione degli accessi allo stadio Olimpico. Non solo file chilometriche in Curva Sud, ma centinaia di persone schiacciate, impossibilitate a muoversi e seriamente a rischio malore. Mi fa ridere pensare al refrain in voga fino a qualche mese fa sugli assembramenti. Mi fa sorridere perché in mezzo a una simile tonnara il pericolo è talmente latente che sembra proprio non interessare nessuno. Se si vuol far morire qualcuno lo si dica chiaramente, senza usare stratagemmi.

Non si capisce ancora il bisogno di effettuare ben quattro controlli prima di entrare allo stadio quando se ne potrebbe fare uno fatto bene (come avviene in molti stadi d’Europa) ed eliminare le molteplici barriere architettoniche che riducono gli spazi e concorrono a creare ammassamenti selvaggi. Non sarebbe ora, ad esempio, di eliminare (in seno alle due curve) quegli inutili pre filtraggi sdoppiati che risalgono al periodo delle barriere e che hanno solo rallentato e complicato gli ingressi allo stadio? Ma davvero non ci si rende conto che in alcune occasioni è meglio far entrare una, due o tre torce piuttosto che mettere a repentaglio la salute altrui? Questa smania per il controllo – figlia di anni di campagna mediatica malevola nei confronti dello stadio e priva di proposte davvero costruttive per migliorarne la vivibilità – è ormai diventata un boomerang allucinante. Vediamo se, come da italico costume, bisognerà far scappare i buoi prima di chiudere la stalla.

Il secondo appunto di serata è invece al “magico” trittico Atac, Comune e Questura. Un trio che ha ben pensato di interrompere il trasporto pubblico di superficie dalle 22 alle 2, costringendo così molti romani a prendere la macchina (per non rimanere per strada, considerando che la metropolitana chiude alle 23:30 e comunque non arriva in tutte le parti della città) contribuendo a creare ingorghi infiniti che hanno protratto i tempi di arrivo e ritorno a casa anche a due ore. Due ore! Non so se lor signori hanno presente che con questo tempo ci si arriva tranquillamente in un’altra città.

Questo per dire che se in ambito calcistico Roma si è dimostrata più che degna di arrivare a una finale europea, nella gestione cittadina si conferma una città Capitale solo per mero status politico. Immagino infatti la faccia di chi è abitato a vedere potenziato il trasporto pubblico (cosa normale, che succede in tutto il mondo!) con settantamila persone in uno stadio e ventimila nei dintorni lasciate invece letteralmente a piedi.

Fatte queste dovute considerazioni e tornando all’aspetto calcistico, chiudo la serata con le gocce di pioggia che cadono lente ma fastidiose e una macchinata che sfrecciando sulla Via Tuscolana alle due di notte canta ancora inebriata dal successo e invoca Tirana. Una città che per molti finora è stata un puntino sconosciuto sulla cartina d’Europa ma che da stasera assume un significato storico e verso cui saranno dirottati tutti i pensieri di un’intera tifoseria da qua al 25 maggio.

Simone Meloni