La nona giornata di Serie A si svolge in infrasettimanale e mette in calendario Roma–Parma, mercoledì 29 ottobre, alle ore 18:30. Difficile immaginare un orario peggiore per una partita nella Capitale: Roma è già bloccata dal traffico nelle ore di punta del pomeriggio, un caos prevedibile, ma evidentemente chi ha stilato il calendario non ha dato peso a questo dettaglio, piazzando un incontro importante in una città congestionata nel momento più critico della giornata. Dalle 18 lo stadio comincia lentamente a popolarsi: i tifosi giallorossi arrivano un po’ alla volta, le gradinate si riempiono e la capienza massima si raggiunge solo poco prima del fischio d’inizio. Quando parte l’inno, l’Olimpico presenta il solito spettacolo: le note di Venditti risuonano, l’intero stadio si colora e vibra al “Roma, Roma, Roma”, è un momento che ogni supporter vive con emozione, una tradizione che non stancherà mai chi assiste a un match casalingo dei giallorossi.
Nei primi 15 minuti, però, qualcosa manca: la Sud resta in silenzio. È in corso da settimane uno sciopero del tifo, un gesto di solidarietà nei confronti dei tifosi giallorossi fermati a Nizza nella trasferta di settembre. Al minuto 15, la Curva Sud rompe il silenzio e inizia col consueto “liberate i nostri fratelli” seguito da “fuori gli ultras dalle galere”, poi si compatta e inizia a sostenere la squadra, come sempre, con passione: le bandiere colorano il settore seguite da battimani compatti e cori che rimbombano.
Sul campo, la partita non è semplice. Alla fine del primo tempo la Roma trova un gol, ma il VAR lo annulla per fuorigioco passivo. Nella ripresa i giallorossi tornano con una cattiveria diversa. Il gol arriva da un calcio d’angolo: cross di Dybala, uscita a vuoto del portiere Suzuki e colpo di testa di Hermoso. Roma in vantaggio. Non soddisfatta la squadra continua a premere: tiri da fuori, giocate palla a terra, voglia di chiudere la partita. Quando il subentrato Dovbyk si propone, riceve palla e con una bella girata trova il raddoppio. È 2-0 e lo stadio esplode.
Il Parma prova a reagire e accorcia le distanze all’86° minuto, ma non basta: la partita finisce 2-1, e la Roma si conferma capolista. La Curva Sud, come il resto dello stadio, è orgogliosa, cosciente che quest’anno la squadra sta regalando soddisfazioni, anche grazie ai passi falsi delle concorrenti ma allo stesso tempo con i piedi per terra, consapevole che il momento possa terminare a breve. Ma nel teatro romano manca l’avversario sugli spalti: la tifoseria ducale, infatti, non è presente. E il motivo è ben noto. Dopo gli scontri avvenuti in Cremonese–Parma (il 21 settembre) il Ministero dell’Interno ha inibito ai parmigiani per tre mesi di seguire la squadra in trasferta. Questa assenza non è solo una misura di ordine pubblico: è l’ennesima dimostrazione di come in Italia si stia perdendo il minimo dibattito sulla gestione delle tifoserie a favore di scelte dispotiche.
Le misure oggi non sono neanche preventive, né punitive, ma sembrano figlie di una linea politica che punta a eliminare le trasferte colpendo la collettività e non il singolo. In questo modo si va contro ogni principio democratico e costituzionale che dovrebbe essere alla base dello sport: quel che resta di “civile” e pensante in questo Paese dovrebbe reagire, ma invece regna un silenzio assordante su tutti i fronti. L’assenza dei tifosi ospiti rende il match ancora più plastificato e allo stesso tempo mette in luce un problema molto più grande: la desertificazione dei settori ospiti. Se continueremo su questa strada, da qui a qualche anno gli stadi saranno pieni solo di tifosi di casa (sempre più ammaestrati) e le trasferte saranno un ricordo, con il calcio che perderà una parte fondamentale della sua identità.
E la domanda resta: vogliamo davvero che il calcio italiano, già ai minimi storici, continui questa sua discesa verso gli inferi come fosse il più normale dei percorsi involutivi?
Me.Ma.


































































