Quando le porte del treno si aprono alla stazione di Salerno in molti scendono, ma sono ancor più quelli che proseguono il loro viaggio verso i lidi del Cilento e della Calabria. Siamo alla vigilia di Ferragosto e se un tempo ci avessero detto che la Serie A sarebbe iniziata così presto non ci avremmo probabilmente creduto. La bislacca idea di giocare un Mondiale d’inverno – per giunta in un Paese senza alcuna tradizione calcistica – è solo l’ultima trovata dei padroni del pallone, che per rimpinguare le proprie casse e stringere redditizi accordi politici venderebbero con tutta probabilità anche le loro madri. Perché, dopo tutto, “il calcio è del popolo” (sic!).

Malgrado la data particolare i biglietti venduti sono oltre 26.000, con duemila supporter provenienti dalla Capitale. Non una novità per chi conosce il potenziale delle due tifoserie. Ritrovare la Salernitana in A rappresenta una piccola boccata d’ossigeno per un campionato che con sempre più frequenza ci ha abituato ad ospitare mostruosità sportive senza alcun seguito e ha visto lentamente desertificare i gradoni dei propri stadi, perdendo l’appeal che un tempo rendeva il nostro calcio il più appetibile del Vecchio Continente. Va detto che fortunatamente, nelle ultime stagioni, il massimo campionato italiano è riuscito a riguadagnare un minimo di interesse a livello di stadi grazie al ritorno di piazze storiche e visceralmente attaccate al pallone.

Una curiosità personale: la mia Serie A ricomincia esattamente dove era finita. L’ultimo match di massima categoria seguito è stato infatti quello tra i campani e l’Udinese. Un clamoroso 0-4 che tuttavia – in concomitanza con il pareggio tra Venezia e Cagliari – non ha impedito ai granata di ottenere la prima, storica, salvezza. Una serata che è stata la perfetta sintesi della Salernitana e dei suoi aficionados: folle, tragica, illogica ed esaltante.

L’entusiasmo è palpabile e per respirarlo a pieni polmoni decido di farmi una bella passeggiata dalla stazione allo stadio. Oltre cinque chilometri di lungomare contraddistinti da tantissime sciarpe granata, da decine di motorini diretti allo stadio e dal tipico frastuono di chi è pronto a rimettersi sugli spalti. Parallelamente in riva al mare tanti ragazzi si preparano alla serata di Ferragosto, perdendosi tra aperitivi, ombrelloni aperti e leggere musiche estive.

Come di consueto la gestione dell’afflusso e del deflusso allo stadio Arechi sono a dir poco catastrofiche. Se da una parte la mole di traffico è impressionante e mal gestita (ma non sarebbe il caso di prolungare l’orario della metropolitana in occasione delle gare serali?), dall’altra aprire pochi tornelli per quasi trentamila persone è a dir poco vergognoso. Persone in fila per quasi un’ora sotto il sole d’agosto, con il serio rischio di qualche malore. E siccome queste sono situazioni che si verificano da sempre e in quasi tutti gli stadi del nostro Paese, mi chiedo come sia possibile non prendere provvedimenti. Ma conoscendo l’italico modus operandi credo si aspetti la tragedia – magari qualche morto nella calca – per aprire qualche varco in più.

Posso immaginare che tali situazioni scaturiscano dalla volontà di contenere i costi, risparmiando su steward e personale. In ogni caso sono solo l’ennesima conferma di come tutto il pacchetto di cervellotiche leggi, decreti e regolamenti partoriti negli ultimi quindici anni finiscano sovente per essere un boomerang, in grado di mettere a serio repentaglio proprio quell’ordine pubblico tanto decantato. Ma non siamo una Nazione per menti logiche, pensanti e lungimiranti. Chi in questi anni ha voluto complicare l’accesso in luogo pubblico – anziché snellirlo garantendo comunque la sicurezza di tutti – ha solo confermato la tendenza italiana di andare controcorrente in tutto ciò che è aggregativo: se la maggior parte d’Europa tende ormai ad abbattere barriere, disporre un solo controllo prima o dopo i tornelli e non stressare il tifoso, da noi si alzano barriere e prezzi dei biglietti, si scoraggia il pubblico medio a seguire dal vivo l’evento sportivo e, come detto, si mette il cittadino in serie e incredibili situazioni di pericolo. Ma parliamo pur sempre di gente che per anni ha vietato tamburi e megafoni per “motivi di ordine pubblico”. Cosa aggiungere?

Tornando al match: una volta salite le scalette della tribuna mi trovo davanti il bel colpo d’occhio dell’impianto salernitano. Anche i romanisti hanno fatto il loro ingresso e per il momento tengono pezze e striscioni adagiati per terra. Le due tifoserie tornano a incontrarsi in Via Salvador Allende dopo ben ventitré anni (lo scorso campionato presenziarono solo i romanisti, con i padroni di casa ancora fuori per la capienza ridotta): era il 24 gennaio del 1999 quando i granata batterono la Roma di Zeman per 2-1. Oltre che per il risultato e per i quarantamila paganti (era ancora aperto l’anello inferiore della Curva Nord e la capienza non aveva subito riduzioni dovute a decreti e insufficienze strutturali, che l’hanno portata attualmente a 31.300 posti omologati) quella partita verrà ricordata anche per l’incredibile rissa scoppiata nel settore ospiti tra i reparti celere di Roma e Napoli, con i tifosi capitolini attoniti spettatori.

Con l’approssimarsi del calcio d’inizio tutto il cerimoniale pre partita viene consumato. Musiche, hit riconducibili a cori della curva o in voga attualmente e mascotte che vagano per il terreno di gioco. Tutto molto pacchiano e stucchevole, ma so che devo cercare di tapparmi occhi e orecchie in questi casi. L’unica alternativa è non mettere più piede in uno stadio di massima categoria.

Alle 20:45 le squadre fanno il loro ingresso in campo, con la Sud granata che si mette in mostra con una bella sciarpata sul classico coro che riprende le note di “Azzurro”. Qualche torcia viene accesa qua e là, mentre anche i Distinti fanno la loro parte, seguendo come di consueto la partita in piedi e sostenendo a più riprese gli uomini di Nicola.

Il tifo dei salernitani si divide in due: buon primo tempo – con lo stadio che spesso segue la Sud – e un po’ sottotono nella ripresa, anche a causa di una squadra che praticamente non riuscirà quasi mai a tirare in porta. Volendo muovere una critica agli ultras del cavalluccio, ho la sensazione che ormai da qualche anno – soprattutto in casa – riescano difficilmente ad esprimere appieno il loro potenziale. Ho ben impressa la Sud granitica e potente della scalata dalla D alla B: ecco, difficilmente sono riuscito a rivederne quella forza. Intendiamoci, parliamo di una grande tifoseria e quanto detto scaturisce proprio dal conoscerne le qualità.

I romanisti inaugurano la propria serata con un paio di cori contro i rivali napoletani, per poi cominciare a macinare tifo. La Sud formato trasferta offre un primo tempo di buon livello: tantissime manate, un paio di torce accese e la bella esultanza al gol di Cristante (che decreterà poi lo 0-1 finale). Visivamente gli ultras giallorossi producono sempre un bell’impatto, con tutti gli striscioni disposti nella parte sinistra del settore (nell’altra metà presenti comunque diverse pezze e ottima la partecipazione al tifo) e i lanciacori impegnati a far cantare i presenti. Nella ripresa l’intensità cala un po’, per riprendere quota nel finale, quando l’odore della vittoria si fa sempre più denso.  

Totale indifferenza tra le due tifoserie.

Finisce con le due squadre sotto ai rispettivi settori per raccogliere applausi e incoraggiamento. Un’altra stagione è ufficialmente cominciata e volente o nolente il movimento ultras italiano (con tutte le sue storture e le sue piazze claudicanti) è ancora là, rappresentando un punto di riferimento per le nuove generazioni. Questo può piacere o meno, ma resta un dato di fatto. I ventiseimila dell’Arechi sono un segnale importante, di quanto attorno al football riescano ancora a muoversi entusiasmo e passione.

Dopo quasi tre anni di campionati a porte chiuse o con capienze ridotte si spera che questo sia l’effettivo inizio di un anno sportivo (e non solo) all’insegna della normalità. Credo che tutti noi ne abbiamo bisogno, sappiamo quanto il mondo del tifo riesca a darci qualcosa di cui parlare e su cui confrontarci. È una valvola di sfogo utile ad allontanare il periodo acuto della pandemia, una frazione temporale che ha lasciato ferite importanti e forse non totalmente curabili nel tessuto sociale.

Rimango sulle gradinate guardando i tifosi sfollare. Lo stadio quasi vuoto mantiene un suo fascino primordiale e sentirne ora i rumori quasi composti e l’odore dell’erba annaffiata sembra quasi di ricevere un “bentornato” in quest’ennesima tornata di passione, follie per vedere una partita, rabbia, gioia, sorpresa, voglia di scoprire e vedere nuovi stadi, nuove città e nuove curve!

Simone Meloni