Probabilmente è difficile far comprendere a chi non vive il calcio (e la sua squadra) in un certo modo, l’emozione che si prova al solo pensiero di affrontare una trasferta in uno stadio mai visitato, contro una squadra mai affrontata. Se a questo si addiziona la lunga astinenza forzata e il fascino particolare che una tifoseria come quella salernitana suscita, allora il pacchetto è completo.

Roma e Salerno sono vicine, il che non guasta per un viaggio in solitaria, e il lungomare della città campana – in cui si respira ancora l’estate – è la cornice perfetta per pranzare ed acclimatarsi. La città – o meglio, la piccola parte che sono riuscito a vedere – è ancora vestita a festa per la promozione in Serie A: bandiere, strisce bianche e granata che cadono da lampioni e palazzi, e in prossimità dello stadio una serie di striscioni appesi tra i balconi che ricordano a tutti che Salerno è una piazza con un’anima ultras forte e ben definita.

L’aria è elettrica per l’esordio casalingo nella massima serie dopo due decadi abbondanti e la Roma di Mourinho è vista come avversario che cade a pennello per la serata di gala che certifica il ritorno tra i grandi del pallone.  

Unica nota negativa, e che nota, è l’assenza annunciata dei gruppi della Curva Sud Siberiano a causa delle restrizioni imposte all’interno degli stadi.

Volendo trovare spunti interessanti anche in questa mancanza, è grande la curiosità di testare il calore del pubblico non ultras, sul quale è lecito nutrire grandi aspettative a livello di attaccamento alla squadra.

Per i romanisti (biglietti del settore ospiti polverizzati in poche ore, come sempre) la trasferta di Salerno del 1999 non evoca bei ricordi, non tanto a causa della sconfitta per 2-1, quanto per i violenti scontri – ma più di qualcuno ha parlato negli anni di aggressione subita – con la celere, rea di aver caricato pesantemente i presenti, ferendone più di uno.

Oggi però è un altro giorno e la Roma è accompagnata dalle sue sigle ultras, finalmente on the road dopo quasi due anni di calcio giocato in una angosciante bolla di silenzio.

Lo stadio è vicino al mare, tanto che il navigatore mi suggerisce di percorrere il lungomare fino alla sua altezza. L’Arechi è il classico impianto italiano che, se osservato dall’esterno, induce a pensare che abbia ormai alle spalle i suoi tempi migliori. Tuttavia questa decadenza molto italiana, a livello di stadi, è tremendamente affascinante se accostata alla sfilza di arene moderne che vengono costruite in serie, identiche tra loro e tristemente asettiche, in ogni dove. Le tribune e le curve sono divise, il che fa immaginare che l’inverno sia particolarmente rigido sui gradoni dell’Arechi, e non vi è copertura per ripararsi dalle intemperie. In questo caso, fortunatamente, la fresca brezza marina allieta l’attesa per l’inizio della partita.

Arrivo allo stadio ad oltre tre ore dall’inizio della partita e noto con piacere che i parcheggi posti a ridosso delle gradinate sono gratuiti. Non per suggerire un cambiamento in questo senso, ma in giro per lo Stivale, solitamente, per un parcheggio sotto lo stadio sono capaci di chiederti fino a quindici euro.

Approfitto dell’orario e dato che intorno all’impianto, oltre al sottoscritto, vi sono solo un paio di vigili annoiati, decido di fare una passeggiata fino a spingermi sotto la Sud di casa. I murales definiscono il territorio degli ultras campani e il rimpianto di non vederli all’opera aumenta.

Fa caldo, quindi decido di entrare. Il mio settore è posto nella Tribuna più costosa, la Monte Mario capitolina per intenderci, e lo stadio è completamente aperto, nel senso che potrei girare tutti i settori oltre che fare una passeggiata sul campo. La tentazione infantile di rotolare sul prato verde è immensa e le cederei se questo non comportasse pene in confronto alle quali il processo di Norimberga assomiglierebbe ad una riunione di condomino. Mai, mai e poi mai giocare con la flessibilità di chi è tenuto a controllare l’ordine in questo paese, in ogni ambito e a qualsiasi livello.

In ogni caso sono letteralmente il primo spettatore della giornata e mi rendo conto che l’interno dello stadio è diametralmente opposto rispetto all’esterno, perlomeno a livello estetico. I seggiolini nuovi danno una sterzata visivamente piacevole e il terreno di gioco è di gran lunga migliore rispetto quello dello Stadio Olimpico.

La cima della tribuna che mi ospita è una terrazza suggestiva sul mare e riesco inaspettatamente a godermi il tramonto mentre alle mie spalle lo stadio inizia a riempirsi.

I biglietti per l’esordio della Salernitana sono andati a ruba in poche ore nonostante l’assenza dello zoccolo duro e quindi, seppur mutilato, è pur sempre un sold out in tempo di pandemia.

Nella speranza di non offendere nessuno – non è certo questo l’intento -, la presenza di squadre con tifoserie numerose e appassionate in Serie A, come i salernitani, è una boccata d’aria fresca. Vi è una sorta di ingiustizia cosmica nel vedere annaspare in categorie minori piazze come Taranto, Palermo, Catania e Bari (per citarne solo alcune di una lunghissima serie) mentre nella massima categoria (e in Europa!) il calcio italiano è talvolta rappresentato da tifoserie che portano allo stadio un migliaio di tifosi a malapena ogni domenica. Buon per loro, s’intende, ma male per il movimento e il calcio tutto.

Il settore ospiti è pieno ben prima dell’inizio della gara. Gli ultras della Roma si rendono conto di non avere materialmente l’opportunità di appendere pezze e striscioni e decidono di tenere il materiale a mano, formando una linea di striscioni che da una parte all’altra del settore mostra tutte le sigle ultras della Sud, eccezion fatta per Ultimo Baluardo del quale non ho visto la pezza (in caso di errore, mi scuso, ma la vista – ormai – è quella che è). Presenti a differenza delle partite casalinghe i Fedayn, e qui il margine di errore è azzerato perché il loro stendardo è assolutamente inconfondibile.

La curva di casa si riempie ma è completamente spoglia di striscioni, come era facile attendersi.

La parte bassa della tribuna opposta alla mia segue la partita in piedi, regalando un gran colpo d’occhio. I cori sporadici che partono dalla Sud di casa vengono seguiti dalle tribune e questo denota che, per fortuna, ci sono ben pochi occasionali presenti per l’esordio dei campani.

Il settore ospiti giallorosso, a livello canoro, merita una menzione particolare. Sarà la lunghissima astinenza, sarà la capienza ridotta che ha di fatto eliminato una gran parte dei tifosi normali, ma si è trattato di una delle migliori prestazioni a cui abbia assistito dal vivo. Cori potenti e compatti dal primo al novantesimo, ben udibili in tutto lo stadio. Certo, la presenza degli ultras di casa avrebbe reso la sfida canora più interessante, ma il trend dei romanisti non è isolato in quanto già nella prima in casa contro la Fiorentina, la Sud aveva fornito un’ottima prestazione.

Belle le esultanze sotto al settore dei giocatori della Roma e meritorio l’applauso di tutto lo stadio alla Salernitana, uscita dal campo con le ossa rotte a causa di una troppo evidente differenza sul piano tecnico.

Ma se un tifoso è forgiato da decenni di C e B sa bene che non sono queste le partite da vincere per provare a salvarsi.

Alla fine della partita i giocatori della Roma vanno a salutare i tifosi arrivati a Salerno e Abraham, nuovo nove giallorosso, calatosi perfettamente nella sua nuova realtà, lancia la maglia ai tifosi.

Io torno a Roma, felice di aver fatto una delle cose che amo di più e che maggiormente mi è mancata in questo ultimo, maledetto, anno e mezzo. Nella speranza che sia solo l’inizio.

Niccolò Mastrapasqua