Solo per un caso fortuito apprendo dell’impegno del redivivo Carpi in casa della Sammaurese, presso il “Macrelli” di San Mauro Pascoli. Una di quelle partite che per prossimità a casa mia potrei fare in bicicletta, se non fosse che si gioca in infrasettimanale, alle 15 di un mercoledì in cui gli impegni di chiunque si affastellano fra vita lavorativa e privata. Alla fine mi tocca dunque incastrarla e tenere l’auto a portata di mano per non arrivare poi in ritardo ad una serie di altri impegni personali. E se per me è complicato esserci, nonostante la poca distanza, la domanda legittima è: quanti saranno gli impavidi carpigiani, che dopo l’altra infrasettimanale a Prato del precedente turno di campionato, decideranno di seguire anche quest’oggi?

Per togliermi il dubbio, in controtendenza con le mie abitudini, raggiungo con un certo anticipo il piccolo impianto in questo angolo della Romagna più caratteristica, ben lungi da quella presa d’assalto dal turismo di massa. Già San Mauro di Romagna, il piccolo centro di poco più di 12 mila anime, com’è facile intuire deve il suo attuale nome al suo figlio più illustre, Giovanni Pascoli. Polo calzaturiero di una certa importanza, la sua rappresentativa ha per lo più navigato nei meandri del calcio regionale (se si escludono un paio di partecipazioni alla Serie C nel secondo dopoguerra) fino alla storica promozione in Serie D nel 2015, dopo la quale è diventata una piccola grande costante nel massimo campionato dilettantistico nazionale.

Nello stesso anno in cui i romagnoli conquistarono la D, il Carpi invece ottenne il più prestigioso risultato della sua storia, con la promozione in Serie A che è un po’ il motivo per cui il sodalizio biancorosso è certamente più noto al grande pubblico. Chiaramente non è stato altrettanto semplice per loro confermarsi a quei livelli, anzi, nel breve volgere di quattro stagioni il Carpi è finito addirittura in Serie C, per poi tristemente scomparire nel 2021 per ragioni finanziarie. Ammesso lo scorso campionato in Serie D con la denominazione di Athletic Carpi, concluso al quinto posto nel suo girone, quest’anno il nuovo sodalizio ha già ottenuto una sua prima grande vittoria, riappropriandosi nell’asta giudiziaria del nome storico AC Carpi e con esso marchio, titoli e storia del precedente club.

Personalmente però, il maggior motivo d’interesse è ovviamente legato ai suoi ultras. Ora, per dire le cose fuori dai denti, a me onestamente annoia proprio il dibattito sui numeri: ho sentito spesso giudizi ingenerosi su questa realtà perché, secondo il comune sentire, quando la loro squadra giocava in A e B non riuscivano a rispondere con numeri adeguati. O forse anche perché, senza che loro ne avessero alcuna colpa, per un certo periodo si ritrovarono nelle stesse scomode vesti degli ospiti non totalmente graditi in uno stadio altrui, come il Sassuolo insomma, che poi lo stadio altrui se l’è addirittura comprato. In tali circostanze oltretutto, una parte della tifoseria, in ossequio ad una ortodossia ultras che poi talaltri osservano solo quando conviene, decise di non seguire fino a che non si fosse rientrati a casa, al “Cabassi”. Scelta rispettabile, per quanto auto-castrante. Che poi chiaramente ha finito per inficiare sul potenziale momento di crescita che Serie A e B potevano rappresentare.

La sana evoluzione di una realtà ultras di provincia passa anche attraverso un percorso che sia più graduale possibile, per non bruciare tappe e ritrovarsi a gestire situazioni più grandi di sé. Lo sbalzo determinato dalla fulminea promozione dalla C alla A potrebbe reggerlo solo la grandissima piazza ritrovatasi a partire dal basso dopo un fallimento. Al di là di questi discorsi però, sbaglia e pure di grosso chi si limita a guardare la Carpi ultras limitatamente a quest’ultimo periodo. La storia del tifo organizzato carpigiano infatti, parte da molto lontano, con i primi vagiti registrati sul finire degli anni ’70 per poi consolidarsi negli anni ’80 e ’90.

In prima persona, ho avuto modo di apprezzarli dal vivo – appena trasferitomi in zona – solo nel 2005, anche allora protagonisti tutt’altro che irresistibili in Serie D. Eppure gli ultras c’erano. Forse non tantissimi ma c’erano. E ci sono anche oggi, di nuovo in Serie D, forse non tantissimi ma ci sono. In tutta onestà, cosa gli si può dire? Cosa gli si può imputare? In certe circostanze – come ho sentito dire – sono stati avventati o presuntuosi inerpicandosi in certe rivalità? Beh, può essere, ma nel gioco delle parti ci sta anche quello e sono comunque ancora qui sugli spalti a rendere conto delle loro azioni o di quelli che agli occhi esterni possono essere considerati come sbagli, quindi tutte queste speculazioni e queste chiacchiere dettate dalle simpatie o antipatie personali, lasciano davvero il tempo che trovano.

Tornando alla stretta attualità, ad altrettanto stretto ridosso con il fischio d’inizio, un paio di pezze griffate “Guidati dal Lambrusco” alle quali, una manciata di minuti più tardi, si unirà lo striscione “Quarantuno Zerododici”, colorano l’angolo destro del loro spicchio. Numericamente parlando siamo circa sulle 15-20 unità, più altrettante sparse nel resto della tribunetta in tubolari adibita a settore ospiti. Che se andiamo a vedere, se facciamo la tara considerando di nuovo che si tratta di un mercoledì alle 15, seconda trasferta consecutiva in infrasettimanale, non sono nemmeno pochi.

Il tifo vocale, con altrettanta onestà, devo dire che non è granché: qualche coro per far sentire la loro presenza alla squadra, ad un certo punto va registrato anche il tentativo di serrare maggiormente i ritmi e aumentare la continuità, però assolutamente nulla di trascendentale. Ma va bene così. Nemmeno i loro ragazzi in campo li aiutano più di tanto a rinfocolare gli entusiasmi, facendosi regolare da una Sammaurese forse meno dotata nei singoli ma che, come complesso di gioco, s’è dimostrata solida e cinica al punto giusto, trovando il goal al quarto d’ora con Merlonghi e difendendolo con ordine, riuscendo poi con buon mestiere a resistere al ritorno avversario.

Per quanto riguarda il pubblico di casa, non sono tanto bravo con le stime numeriche ma direi che, ad occhio e croce, siamo sulle 100-150 persone nella lunga tribuna coperta (e scoperta ai lati) che in certo qual modo ricorda alcune tribune della vecchia Inghilterra. Prima che virassero su questi avveniristici e tanto celebrati stadi attuali che poi sono tutti uno uguale all’altro. Nessuna parvenza di tifo organizzato, qualche urlo sporadico e qualche bestemmione come nella consolidata tradizione dei campi della provincia estrema. Tutto tipicamente calcistico, tutto tipicamente italiano. Un bel pomeriggio, insomma. Ma non grazie a chi il calcio lo gestisce quanto a chi ancora si intestardisce a seguirlo dal vivo.

Matteo Falcone