Sono stato tre volte al Giraud di Torre Annunziata, in tre periodi diversi della mia vita: la prima nel 2005, in occasione della partita contro il Monopoli, in Serie D, la seconda contro la Fidelis Andria, nel 2018 (segnata peraltro da incidenti nel prepartita), sempre nel massimo campionato dilettantistico e la terza è oggi, 8 ottobre 2025, per questa sfida di Coppa Italia. Tre occasioni per guardare da prospettive diverse l’impianto e la tifoseria torrese, cominciando proprio da oggi e dai cambiamenti che lo stadio presenta dalla sua recente (ed ennesima) riapertura: su tutte il settore ospiti, che non è più nello storico lato del Distinto, ma è stato ricavato in una porzione della tribuna centrale. Un cambiamento epocale, soprattutto se ripenso alle mitiche immagini di “C Siamo”, nelle quali sovente si indugiava sulle tifoserie avverse agli oplontini, stipate nel loro angolo e contraddistinte dalla miriade di scritte lasciate da questi ultimi nella parte alta del settore. A imperitura memoria resta parte di quel “Brigate Anti Turris” ben visibile in diversi servizi anni novanta.
Nostalgia a parte, la struttura del Giraud resta sempre molto affascinante. Sia nella sua facciata esterna, dove campeggiano numerosi murales – mangiati dal tempo e dagli agenti atmosferici – sia all’interno, dove avrebbe davvero poco da invidiare a molti impianti di categoria maggiore. Davvero un peccato che negli anni il Savoia abbia dovuto più volte peregrinare nell’hinterland per la sua indisponibilità, quindi meglio approfittare del momento e rimettere piede sul suo manto verde. Anche perché la sfida odierna rappresenta una delle poche occasioni per vedere un “derby” campano con entrambe le tifoserie, che da lungo tempo coltivano un rapporto di reciproca stima. Meglio non farsi sfuggire l’occasione, a breve sarebbero capaci di vietare pure queste partite, adducendo qualche assurda scusa!
Mentre metto piede sul tartan della pista d’atletica, quando manca una mezz’ora al fischio d’inizio, gli ultras oplontini sono intenti a sistemare gli striscioni, sui quali spiccano le pezze dei gemellati acesi. Mancando da diverso tempo, come detto, mi concedo un paio di giri perimetrali, osservando sempre con una certa suggestione le case poste a ridosso del distinti e immaginando cosa dovesse essere questo stadio in occasione delle partite di Serie B, quando a marcare visita erano storici sodalizi del nostro calcio come Atalanta, Sampdoria, Salernitana, Brescia e Genoa. Parlare di “calcio d’altri tempi” è forse anche riduttivo, sarebbe il caso di parlare di “Italia d’altri tempi”. Immagino che anche solo al pensiero di dover far disputare un campionato cadetto qui oggigiorno, le autorità competenti farebbero arrivare le proprie lamentale dritte dritte al Viminale, costringendo i campani a trasferirsi altrove. Alternativa sempre valida nell’Italietta contemporanea, il divieto perpetuo. Anche ai tifosi di casa (sic!). Non scherziamoci troppo perché potrebbe essere la prossima frontiera.
Quando la sfida sta per iniziare, gli ultras paganesi non hanno ancora fatto il loro ingresso nel settore ospiti, mentre quelli torresi si sistemano come di consueto sul ballatoio centrale cominciando a riscaldare i motori, mentre il sole che ancora brucia ha già ampiamente riscaldato l’atmosfera. Menomale che a un certo punto ci pensano gli irrigatori a smorzare i bollenti spiriti di raccattapalle e fotografi, aprendosi all’impazzata e finendo per inzuppare chiunque incontrino sulla loro traiettoria. Dopo le imprecazioni di turno, tuttavia, i presenti si impegnato a fotografare l’arcobaleno che si forma in varie parti del campo, dando quel tocco di poesia che non guasta mai, anche nell’epoca dove pure il romanticismo è dovuto passare da pratica nobile e per pochi, a slogan sputtanati e mielosi che trasformerebbe in pietra anche il cuore di Madre Teresa di Calcutta.
Con la sagoma del Vesuvio che veglia imponente alle spalle del campo, le due squadre danno il via alle ostilità, mentre dopo qualche minuto anche il contingente ultras azzurrostellato fa il suo ingresso nel settore, attestandosi sulle 150/200 unità, non saprei quantificare con precisione. Di certo un buon numero per essere un orario lavorativo e per essere la poco edificante Coppa Italia Dilettanti. Ma che i pganesi negli ultimi anni abbiano elevato il loro livello e siano passati dall’essere un’ottima realtà a una realtà quasi impeccabile, non lo dico certo io. Quando – come nel loro caso – si sceglie di mettere i propri colori e la curva davanti a tutto e si riesce a marciare graniticamente verso la stessa direzione, il risultato è quasi garantito. E anche oggi, dopo qualche anno che non li vedevo all’opera, dimostrano tutto il loro valore, dando vita a una performance in cui evidenziano il loro classico stile di tifo: cori lunghi, cantanti da tutti con lo stesso ritmo e tenuti per molti minuti, senza quasi mai perdere d’intensità. Nota di merito per le manate, che prendono le sembianze di un bel muro, e per i bandieroni sempre tenuti in alto. Il mix di età è visibile e le basi gettate in questi anni credo che saranno essenziali per il futuro – prossimo e lontano – della Curva Nord. Da sottolineare la presenza di alcuni gemellati belgi de La Louviere.
Nella Sud, come detto, gli ultras macinano il loro tifo attorno al ballatoio centrale, mettendosi in mostra con numerose manate e colorando il settore con bandiere e bandieroni. Tanti i cori a rispondere e sempre apprezzato l’utilizzo, di tanto in tanto, di torce e fumogeni, prudentemente lasciati in terra. Dopo diverse stagioni trascorse nell’anonimato del dilettantismo regionale e per giunta lontano dal Giraud, la Torre Annunziata Ultras si dimostra piazza di spessore e spera nella solidità di un club che è chiamato a dare continuità sportiva a una città troppe volte tradita e abbandonata in mezzo alla melma da sedicenti imprenditori e loschi affaristi. Parliamo di un centro che attualmente conta quasi 45.000 abitanti e che ha a più riprese dimostrato quanto le sue potenzialità – in fatto di seguito e attaccamento – siano davvero grandi e pronte ad esplodere. Chiaramente non è facile in un periodo storico in cui la Serie D è divenuta la nuova C2 e i gironi sono pieni zeppi di società dal passato ingombrante, al “servizio” di piazze esigenti e attrezzate, e spesso con società benestanti alle spalle, pronte e investire per il grande salto.
In campo sono gli ospiti a portarsi inizialmente in vantaggio, con il Savoia che, tuttavia, è bravo a rintuzzare e ribaltare il punteggio nella ripresa, con la rete del 2-1 siglata proprio a pochi istanti dallo scadere. Un successo che chiaramente fa morale e serve a giocatori e tifosi per creare calore e cavalcare l’ottimo momento, chiudendo il pomeriggio con il più classico dei “Bianchi alé” eseguito all’unisono da squadra e ultras. Applausi e cori d’incoraggiamento anche su fronte ospite, con gli azzurrostellati che ricordano ancora una volta come l’obiettivo vero e proprio sia il campionato, da conquistare nel Girone H, storicamente uno dei più difficili della Serie D. Il pubblico lascia lentamente gli spalti e a me non rimane altro che fotografare gli ultimi particolari per poi prendere la via d’uscita e incamminarmi verso la stazione della Circumvesuviana di Trecase, uno dei feticci per i calciofili delle divisioni inferiori (se non altro perché quando il treno vi transita, si vede gran parte dello stadio e dei suoi murales).
Se non fosse per il sole che dà segni di cedimento, portandosi maldestramente verso l’orizzonte e preannunciando il tramonto, nulla lascerebbe intendere che l’estate è finita e a breve anche l’ora legale andrà in letargo. Una delle tante partite nell’area vesuviana finisce nella più classica delle maniere dunque: con il treno bianco e rosso che si inoltra verso il capoluogo caricando, stazione dopo stazione, la vasta e pittoresca gamma di umanità che popola queste zone. A me attendono altre due ore di viaggio, con l’Intercity ovviamente in ritardo e ovviamente stracolmo. Del resto anche ciò fa parte della tradizione del ritorno, infatti lo accetto di buon grado, senza batter ciglio. Nel frattempo riguardo con una certa voracità le immagini del succitato “C Siamo”, che spesso e volentieri utilizzo come farmaco anti-depressivo. Il potere benefico di Carlo Verna e del suo “C Siamo, ci siamo da Napoli” non è stato ancora riprodotto da nessun principio attivo!
Simone Meloni




























































