Tra i credenti in un Dio, qualsiasi nonno condurrebbe la propria discendenza nel tempio. La chiesa di Elio Principato si chiama stadio “San Vito”. È un anziano tifoso verace, uno di quelli che portano l’ugola in tribuna e proiettano il cuore in curva. Due settimane fa, con la nipotina di due mesi in braccio, s’è presentato al Cosenza Store per prenotare l’abbonamento. Gli hanno detto che avrebbe dovuto tesserare anche la bimba. Pensava che scherzassero. Allora l’addetto lo ha guardato stizzito negli occhi: “Se vuole abbonare la bambina e portarla allo stadio, deve tesserarla davvero”. Elio non l’ha presa bene. Pochi minuti dopo è arrivato al botteghino pure il presidente del Coordinamento Club, Alessio Tallarico, una persona perbene, un signore abituato a rispettare le regole. Gli hanno chiesto di mettersi al muro e lo hanno fotografato. Lui rispettoso come sempre, eppure incredulo: “ma allora i ragazzi avevano ragione. Mi state schedando sul serio?!?”.  
Già, i “ragazzi”, cioè i discendenti di un’antica tribù che un bel giorno s’appartò dalle altre. Decisero di fumare il calumet durante la guerra e dissotterrare l’ascia in tempo di pace. Capirono che per continuare a vibrare uniti, c’era bisogno d’una colonna sonora originale. Preferirono cantarsela da soli, ogni domenica, in coro, sui gradoni della curva, battendo le mani e suonando tamburi, avvolgendo di fumogeni e bandiere uno spettacolo che già all’epoca diveniva sempre più appannato, scialbo, paonazzo. Non c’è nella storia italiana del ‘900 un fenomeno giovanile di massa parimenti dotato di cotante originalità, imprevedibilità e lunga durata. Negli stadi di calcio, luoghi concepiti per assorbire l’energia umana e distrarne le potenzialità critiche, gli ultrà hanno mescolato “guerre in trappola” a ribellione pura, resistendo per 40 anni alle ristrutturazioni dell’industria del pallone. Illuminante, in proposito, la narrazione di Valerio Marchi: “Noi siamo nati proprio dall’idea che il gioco del calcio, e con esso l’intera nostra esistenza, stesse prendendo una brutta piega, sempre più affari e meno passione. E che non avevamo nessuna intenzione di star là a guardare, idealmente a bocca spalancata, mentre ci inculcavano la vita sotto ogni aspetto. Così ci siamo tenuti ben stretta l’idea inglese del campionato parallelo, non abbiamo mai rinunciato alla baldoria e alla violenza, ma abbiamo irrorato la felicità del nostro teppismo con cisterne di rabbia sociale. Il nostro reciproco cercarci e trovarci in giro per gli stadi d’Italia è esploso in una pratica più complessa, e pericolosa, che il semplice confrontarsi con avversari di turno. Più complessa perché implica il ruolo di unica forma di resistenza alle trasformazioni affaristico-commerciali del sistema-calcio, più pericoloso perché eleva a proprio primo e peggior nemico non più l’avversario ma appunto il sistema”. E tale potenza s’è conservata intatta nel tempo. Non è casuale che nell’ultima annata soltanto due movimenti di massa siano riusciti a trovare i numeri e la forza per ostacolare dal basso le scelte governative più neoliberiste e securitarie: la campagna contro la svendita dell’acqua pubblica, e la lotta contro la tessera del tifoso.
Adesso però siamo alla svolta decisiva. È un doloroso mutamento di scena. E pur di chiudere il sipario, non è detto che nella pancia pelosa dello Stato non si sia messo in conto un nuovo Gabriele Sandri. Sarebbe la settima vittima, dopo decenni di brutali operazioni di polizia dentro e fuori gli stadi di calcio. Così migliaia di colorati e vocianti pesci combattenti si preparano a tuffarsi liberi nel mare. Diventa carne viva la metafora di “Rumble Fish”, film conosciuto in Italia con il titolo di “Rusty il Selvaggio”. Non ci sono più compromessi possibili. Dentro o fuori! S’è detto con chiarezza nei numerosi raduni organizzati in giro per la penisola, durante gli ultimi mesi, nel tentativo di mantenere desta la mobilitazione contro il progetto maroniano di annientamento. Chi si tessera, si macchia d’infamia. Perché la nuova normativa istituzionalizza il “tu sì, tu no”, divide le curve in buoni e cattivi, conferisce poteri illimitati alla digos. Che già, in omaggio alla tradizione delle leggi speciali, in ossequio all’emergenza perpetua, in contrasto con i principi basilari del diritto, poteva arrestarti senza flagranza e costringerti a firmare in questura vita natural durante, senza passare da un magistrato. Adesso potrà limitare persino la tua libertà di consumo, cioè di acquisto di un regolare biglietto, sulla base d’una semplice antipatia. Sarà come andare in discoteca, dove non puoi entrare se hai una faccia sgradita al primo buttafuori che incontri. E siccome in occasione di partite considerate “a rischio” l’acquisto dei biglietti d’accesso a determinati settori sarà vietato ai non residenti, nemmeno immigrati, turisti e semplici tifosi fuori sede potranno accedere agli impianti sportivi.  
Se il ministro Brunetta ha individuato in “insegnanti e fannulloni” i propri parafulmini ideali, l’apparato propagandistico di Maroni ha scelto invece gli ultrà come bamboline voodoo da inserire nella lista dei mali della Terra, a far da ponte simbolico tra migranti e ‘ndranghetisti. Poco importa che i risultati delle politiche repressive neosabaude siano inesistenti sul piano sostanziale. Nella società degli ominidi abituati a prendere cazzotti dall’alto, il potere si preserva soprattutto mostrando il pugno duro nei confronti di chi sta sotto. Di fronte a cotanta “fermezza”, il mondo delle curve non ha scelta. Quella contro la tessera, è una lotta condivisa, doverosa, ma destinata a infrangersi contro la potenza dei satelliti capaci di far male più dei manganelli. I curvaioli possono abbandonare il paese dei Balocchi a due dimensioni, confezionato dalle telecamere di Berlusconi e Murdoch, per dedicarsi ai propri quartieri abbandonati ed esportare il conflitto sui marciapiedi liquidi delle metropoli e di tanti borghi periferici. Oppure resteranno ingabbiati per sempre nel teatrino di Roberto “Mangiafuoco” Maroni, ridotti alla condizione di UGM: Ultras Geneticamente Modificati. Dopo un viaggio durato 40 anni, i ribelli del calcio sono al capolinea. In questo inedito riflusso, soprattutto in determinati contesti geografici, può fare il pieno l’estrema destra radicale.
Intanto, dagli annunci roboanti si evince che il ministero degli Interni, l’Osservatorio, gli italici apparati di spionaggio, i registi della macelleria genovese, si preparano allo scontro finale. Obiettivo: portare a compimento la normalizzazione delle cavee calcistiche, avviata oltre due decenni fa, quando sia i padroni del baraccone pallonaro sia i loro sbirri capirono che a tramutar gli attori in belve e i teatri in arene ci sarebbe stato solo da guadagnare. Si poteva far carriera. Infatti col passare degli anni, tanti funzionari statali deputati allo studio del fenomeno ultrà si son fatti questori e pure prefetti. Gli stessi ometti in borghese, ricetrasmittente e manganello, che all’inizio degli anni novanta vedevi avvolti in distinti impermeabili da detective, intenti a comandare cariche selvagge nelle stazioni pur di “riportare l’ordine”, adesso siedono dietro comode scrivanie.
In fondo le curve sono state e saranno sempre luoghi di sperimentazione strategica. Sperimentazione militare e penale, in passato. Tecnologica oggi. Il collegamento diretto tra botteghini e questure istituisce il meccanismo del “warning”, cioè del diffidato a vita, già adottato per il funzionamento delle black list nelle misure antiterrorismo operative negli aeroporti. Qualcosa di più, dunque, della solita “stretta repressiva”. Stiamo assistendo ad un nuovo passaggio di fase, dopo l’avvento dell’industria del calcio negli anni settanta, la successiva avanzata del calcio moderno, il neo calcio nel decennio successivo e l’odierno post calcio. Tali mutazioni sono state ogni volta annunciate da provvedimenti restrittivi delle libertà dei supporters, introdotte da cruente azioni provocatorie, incorniciate da episodi tragici, legittimate da ondate di panico. Basti dare un’occhiata alla cronologia delle violenze negli stadi italiani degli ultimi quattro decenni. Ciascuna impennata nella qualità e quantità degli incidenti è stata sempre preceduta da presunte leggi eccezionali finalizzate a contrastare il fenomeno.
S’è trattato d’una strategia della tensione lunga 40 anni. In principio dovevano dirottare la turbolenza giovanile. Così negli anni settanta sono stati ingabbiati gli stadi. Avevano poi l’impellenza di papparsi centinaia di miliardi del denaro pubblico piovuto grazie ai mondiali di Italia ’90, quindi hanno trasformato gli stadi in bunker. Trascorsa un’altra decina d’anni, c’era da sperimentare i riot di polizia del modello Genova 2001; e giù decreti, de-cretini e tonnellate di gas CS contro ultrà e pubblico “normale”. In pieni anni zero bisognava completare l’operazione PayTv: sublimare l’evento fino a consegnarlo ai satelliti. È scattata così la “soluzione finale del problema ultras”. Dunque non serve più tenere il mostro in vetrina. Le strade ormai sono sature di paura. Tanto vale buttarlo fuori. L’operazione è stata agevolata dalla censura degli elementi coreografici e spettacolari. Il divieto di portare in curva tamburi, striscioni, fumogeni e bandieroni ha rappresentato un chiaro segnale della volontà di sradicare la tribù. È bastato dare una mortifera pennellata di grigio a un quadretto già di per sé sfocato. Come in ogni guerra che si rispetti, le tonalità cupe si prestano meglio all’intervento militare. Peraltro gli ultrà non possiedono più armi culturali da contrapporre alla crociata purificatrice. Tanti errori sono stati commessi. Essendo una dimensione storicamente composta da avanguardie consapevoli ma anche da aggregati giovanili spontanei e, in quanto tali, votati all’istintività, troppa importanza è stata attribuita al mito ossessivo dello scontro con i rivali e con il restante contesto. Le conseguenze sono state tragiche. E a farne le spese, l’anima sociale dei gruppi organizzati, quella che nel corso del tempo li aveva portati a realizzare significative azioni di solidarietà concreta nei confronti dei più deboli. In taluni casi poi, sono state proprio certe “avanguardie” a svendere baracca e burattini al miglior offerente, prestando il fianco alla commercializzazione. Enorme, inoltre, è ormai la distanza simbolica che separa ciascuna curva dal resto della propria tifoseria. È noto che il rapporto tra ultrà e “pubblico di merda” non è mai stato idilliaco. Ma è anche vero che in passato il conflitto tra i due versanti si ricomponeva sempre in nome della fede comune. Oggi invece è raro che il tifoso prenda le difese dell’ultrà, nonostante il rifiuto nei confronti della tessera sia vastissimo anche all’interno di ciò che resta del popolo delle tribune. Il dato è testimoniato dal calo vertiginoso degli abbonamenti. A questa forma di opposizione spontanea e diffusa si uniscono sofferte scelte di coerenza e qualche idea innovativa. Storici gruppi come gli Ultras del Catanzaro e della Ternana hanno annunciato lo scioglimento. A Venezia recuperano l’interessante progetto della Public Company per aprire un varco nel muro che impedisce la partecipazione popolare alla gestione delle società calcistiche. Fedeli alla linea e alla tradizione, gli Atalantini sono andati allo scontro frontale. Altri gruppi entrano in curva senza abbonamento per tifare 90 minuti contro la tessera, mentre si preparano tornei alternativi allo show business. Decisivo sarà il comportamento delle curve metropolitane, soprattutto quelle che seguono squadre di serie A. Comunque vada, in migliaia sposeranno lo spirito del messaggio lanciato dagli Ultras ternani: “Tenetevi il vostro calcio marcio e corrotto, noi siamo ultras e continueremo ad esserlo anche fuori dagli stadi. Con le spalle rivolte al campo”.
Claudio Dionesalvi

[Fonte: Carta]