Nella top three dei gironi di Serie D, ormai da qualche anno, c’è sicuramente l’F. Un raggruppamento dove, con ordine quasi scientifico, si avvicendano nobili decadute con importanti piazze e tifoserie di ottimo livello dell’area centro-meridionale del nostro Paese. Quella tra Sora e Ancona è una gara che ben configura questa considerazione e, ancora una volta, conferma come il massimo livello dilettantistico italiano sia ormai paragonabile alla vecchia C2. Una nota di pregio, senza dubbio, per questa categoria. Anche e soprattutto pensando a quanto la nobile Serie C – un tempo fiore all’occhiello tra le categorie inferiori – sia stata sistematicamente smantellata e continui a esser oggetto di attacchi sconsiderati da parte di un sistema che ha talmente grattato il fondo del barile, da non saper più dove affondare le proprie grinfie, tra “Squadre B”, fallimenti e tornei a dir poco livellati verso il basso e dalla credibilità pari a zero. Certo, anche la nostra amata D nelle ultime stagioni è stata travolta dalla furia draconiana dei divieti di trasferta e della repressione senza quartiere, quindi anch’essa non è immune da taluni tristi siparietti che ormai sono divenuti il nefasto tappeto rosso steso dal nostro sistema ai suoi avventori.

Senza perdermi troppo in filosofia di bassa lega (tanto si è capito che auguro a tutto il baraccone un fallimento fulminio e totale!) passiamo alle cose più interessanti di questa sfida in riva al Liri. Quando arrivo in città mancano un paio d’ore al fischio d’inizio e proprio su un ponte, poco distante dal “Tomei”, campeggia uno striscione che invita i tifosi sorani ad affollare le gradinate. Un richiamo alle armi che in settimana ha giocoforza impattato su alcune problematiche “tecniche”, tra cui il prezzo dei biglietti: inizialmente, infatti, il club aveva fissato lo stesso sui 15 Euro (più prevendita) sia per la curva di casa che per gli ospiti. Una cifra “pensata” in virtù dell’avversaria di prestigio. Una cifra – diciamocela tutta – davvero esagerata per una Serie D, che però sembra essere in linea con l’inquietante cambio di marcia avuto da molte piazze di categoria parallela. Se per gli assidui frequentatori non sono i cinque Euro a fare la differenza – sebbene alla stessa cifra spesso si trovino biglietti in settori di Serie A -, per il tifoso “novello” o che vuol avvicinarsi alla squadra della propria città, questo può essere a dir poco discriminante. Mettiamoci poi che non siamo negli anni ’80 e ’90, in cui la gente veniva allo stadio a prescindere. Insomma, una logica non molto lungimirante, anche perché, domando, non è meglio avere mille tifosi a 10 Euro, anziché 300 a 15?

Sta di fatto che dopo alcune proteste, la dirigenza ha leggermente aggiustato il tiro, proponendo il prezzo di 22 Euro per due biglietti di curva acquistati insieme, lasciando tuttavia il costo di 15 (17 con la prevendita) per i supporter marchigiani. Capisco bene che a questi livelli il botteghino costituisca ancora un’entrata importante, ma credo sarebbe anche fondamentale capire quanto lavoro ci sia dietro a ogni presenza dei ragazzi di curva e ai loro sforzi per avvicinare gente nuova. Sora non è certo una metropoli e, oltretutto, gli ultimi anni sono stati segnati da un’assenza forzata degli ultras, causa repressione, costringendoli quasi a ricominciare daccapo il discorso aggregativo una volta rientrati nel settore. Pertanto: sì, l’incasso è importante. Ma riempire davvero le gradinate non solo garantisce l’incasso, ma anche maggiore calore verso la squadra e le sue gesta.

Con l’Ancona che sta disputando un ottimo campionato, sono attesi circa duecento sostenitori dorici. Tanti? Pochi? Come dico spesso, non amo giudicare in base ai numeri. Forse, in virtù del bacino d’utenza, della tradizione sportiva e della classifica, ci si poteva aspettare qualche unità in più, di contro, però faccio anche questo ragionamento: i biancorossi negli ultimi anni, al cospetto di alcuni campionato di Serie C, hanno conosciuto diversi fallimenti e diverse ripartenze dal dilettantismo. La contestazione in atto verso la società sicuramente non aiuta a portare più massa. Infine, pure se a qualcuno potrà sembrare una scusa effimera, sono abbastanza convinto che un impianto freddo, distante e scomodo come il “Conero” abbia negli anni allontanato quelle persone più “indecise” e abbia fiaccato anche qualche curvaiolo meno accanito. Resta il fatto che oggi, ancor più di ieri, il mio occhio bada molto più alla sostanza che alla quantità. E su questo agli anconetani si può dire poco, a mio modesto parere.

Poco prima delle 14:30 le tifoserie sono pronte nelle loro rispettive curve. Tra le fila sorane spicca la pezza dei ragazzi di Nola, da anni gemellati con i bianconeri laziali. Per loro questo è uno dei tanti anni “sabbatici” obbligatori a causa della situazione venutasi a creare attorno al club che dovrebbe, teoricamente, rappresentare la città di Giordano Bruno ma che, a oggi, scende in campo con il nome di Flegrea Puteolana. Scenario classico per i torbidi movimenti calcistici di Lazio e Campania. La loro presenza è salutata da diversi cori scanditi dai padroni di casa, che successivamente accolgono l’ingresso in campo delle squadre con uno striscione per i diffidati, sovrastato dalla pezza con la clessidra che ormai da qualche anno ne “celebra” l’attesa. Bello rivedere alcuni riferimenti e alcune parole in Curva Nord dopo che per diverso tempo gli ultras sono stati costretti a lasciare la propria casa per non incorrere in ulteriori, infami, sanzioni da parte di gestori dell’ordine esagerati e del tutto fuori logica. E qui non stiamo facendo né retorica né propaganda, ma sottolineando ancora una volta la vergogna e l’inquietudine verso chi gioca così facilmente con la vita e l’innocenza altrui, adducendo motivazioni assurde per rovinare l’esistenza a decine di ragazzi.

Su fronte opposto gli anconetani cominciano subito a sventolare, mettendosi in mostra con un tifo costante, che conoscerà i propri picchi nel secondo tempo, quando la squadra dilaga fissando il risultato finale sullo 0-3. I marchigiani tirano fuori il loro classico repertorio, evidenziando di tanto in tanto l’orgoglio per la loro origine marinara e non dimenticando le rivali storiche, con cui da troppi anni mancano quelle sfide che hanno scritto pagine importanti del nostro movimento ultras. Nel finale molto bella la sciarpata a suggellare la loro performance e che precede il reciproco abbraccio con la squadra, la quale sinora ha disputato un campionato ai limiti della perfezione, trovando sulla strada solo un’Ostiamare fino a questo momento pressoché inarrestabile.

Capitolo tifo padroni di casa: molto bello vederli cantare anche a partita ormai persa, con la coscienza di dover salvare la categoria, sperando che un giorno arrivi anche il loro momento per ritrovare un professionismo ormai distante quasi vent’anni. Per il resto, a livello di colore sono tanti i bandieroni tenuti sempre in alto, gli stendardi e le bandierine, strumenti che fanno dei sorani una garanzia dal punto di vista stilistico e cromatico.

Come detto sul terreno di gioco è l’Ancona a spuntarla nettamente, portandosi a casa i tre punti. Dovendo letteralmente correre verso la Capitale, per non perdere Roma-Udinese, sono costretto a fare gli ultimi scatti in fretta e furia e, senza neanche riporre totalmente l’attrezzatura, fuggire all’esterno del “Tomei”, passando di fronte ai punti “cardine” del tunnel che dal campo conduce agli spogliatoi: la statua della Madonna intenta a pregare per i bianconeri, le foto dei giocatori più gloriosi del club (non mancano Luiso e Zappacosta) e quelle della Nord in festa. Ma non c’è tempo per rimirarle, anche perché, ovviamente, per imboccare la superstrada verso Ferentino troverò una bella quantità di traffico! La certezza è quella di lasciarsi alle spalle una sfida che ha messo al centro dei novanta minuti la sostanza e l’ideale legato al tifo e all’essere ultras delle due piazze, concetti che possono sembrare retorici ma che in un mondo sempre più impegnato a mostrarsi su TikTok o con striscioni dalle improbabili rime baciate, assume un contorno a dir poco vitale!

Simone Meloni